Dumping, parte la campagna: «Servono regole e controlli»

In aula, lo scorso novembre, erano servite quasi quattro ore di dibattito prima di respingere l’iniziativa popolare «Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale e sociale!» (iniziativa anti-dumping), lanciata nel 2019 dall’MpS. Un tema, quello dei salari dei lavoratori frontalieri che spingono al ribasso quelli dei residenti, che occupa la politica e l’opinione pubblica ticinese da parecchi anni. Tanto che il popolo si era espresso già nel 2016, bocciando un testo (sempre dell’MpS) simile in alcune sue richieste a quello cui saremo chiamati a votare il prossimo 8 marzo. I cittadini, all’epoca, avevano preferito optare per il controprogetto del Consiglio di Stato.
Stavolta, l’iniziativa andrà alle urne senza alcuna proposta alternativa. O sì, o no. Ma il tema, ad ogni modo, è ancora molto sentito. E basta scorrere la lista dei relatori (ben 12, in rappresentanza di partiti, movimenti e sindacati) presenti al lancio della campagna dei favorevoli all’iniziativa per capire che la battaglia sarà ancora una volta molto combattuta.
Un fossato da colmare
«Dal 2019, quando abbiamo lanciato la raccolta firme, la situazione sociale e salariale, in Ticino, è diventata ancora più complessa», ha spiegato in entrata Angelica Lepori (MpS). «I salari non sono sufficienti per arrivare alla fine del mese». L’ex deputata è dunque entrata nei dettagli del testo in votazione (vedi box a lato), insistendo su un punto: il lavoro femminile. Lepori ha sollevato i temi della differenza salariale uomo-donna, della precarietà, dei tempi parziali e delle molestie sul lavoro, che spesso non vengono denunciate. La creazione di un ispettorato del lavoro dedicato alle donne, «potrebbe permettere a chi è vittima di questi abusi di esprimersi». Il problema del dumping, oltre che da tutto il fronte progressista, è evidentemente molto sentito anche dai sindacati. «Un tema prioritario», ha chiosato Giangiorgio Gargantini, segretario di UNIA. «In Ticino ci sono salari più bassi del 20% rispetto al resto della Svizzera, ma la vita costa uguale». Per il sindacalista, l’iniziativa non alzerà i salari, ma permetterà di mettere in evidenza «ciò che i controlli odierni non fanno emergere, come i licenziamenti sostitutivi». Secondo Gargantini, il fatto di controllare tutti i contratti di lavoro nuovi o conclusi in Ticino, consentirà di avere uno «storico» dell’andamento dei salari e delle condizioni di lavoro. Contestiamo, ha concluso, «il discorso fatto dal padronato e dal DFE, secondo i quali i controlli sono sufficienti».
Una regione sensibile
Per i Verdi, l’iniziativa «fornisce strumenti moderni per un monitoraggio serio» del mercato del lavoro, come ha osservato Samantha Bourgoin. Un settore centrale e sentito dalla popolazione, «come abbiamo visto con l’introduzione del salario minimo». Marco D’Erchie (PS) ha invece analizzato il problema del dumping dalla prospettiva del Mendrisiotto, «una regione di frontiera, molto esposta, e che dunque conosce bene un fenomeno che tocca la vita di diverse persone». Per il Partito socialista, la proposta dell’MpS «è fondamentale, e potrebbe favorire le aziende che cercano di fare impresa in maniera sana». Per D’Erchie, infatti, il dumping crea anche concorrenza sleale fra imprese. «L’iniziativa ha un costo, certo, ma in realtà si tratta di un investimento». In prospettiva, permetterà «di risparmiare su situazioni che danneggiano il tessuto sociale».
Il far-west
«Il Ticino è fra i cantoni con il più alto rischio povertà delle persone», ha da parte sua aggiunto Rudi Alves (PC). «Se molti cittadini beneficiano dei sussidi RIPAM, significa che c’è un problema di bassi salari». Per i Comunisti, nel nostro cantone c’è un mercato del lavoro «simile a un far-west». Per Più donne, invece, votare sì l’8 marzo «significa schierarsi dalla parte di chi lavora, con un’attenzione particolare alle donne, che continuano a essere colpite in modo sproporzionato da disparità salariali e lavoro precario». Per la deputata Maura Mossi-Nembrini, quindi, «è indispensabile impedire che qualcuno possa ‘farla franca’ pagando salari non adeguati al lavoro svolto e alle competenze richieste». Un tema, quello della giustizia sociale e della parità, toccato a titolo personale anche da Sara Beretta Piccoli (PVL). «Salari bassi significano, in futuro, pensioni più basse e povertà in età avanzata», ha avvertito.
«Si sfruttano i lavoratori»
La parola è quindi passata ad altri tre sindacalisti, Renato Minoli dell’USS, Stefano Testa della VPOD e Riccardo Mattei di SSM. Per Minoli, «il dumping, per i sindacati è la più grande ingiustizia sociale che possa esserci. Un mercato del lavoro libero non garantisce per forza equità e dignità». Servono, quindi, regole precise. Mattei, invece, ha sottolineato come anche il settore dei media non sia immune dal problema della pressione sui salari. Durissimo, per contro, l’intervento di Testa. «Ben vengano più controlli, l’unica possibilità per mettere sotto pressione persone che hanno costruito la loro ricchezza sullo sfruttamento dei lavoratori beneficiando anche del grande bacino lombardo».
In conclusione, spazio ad altri due movimenti. Per ErrediPi, come ha sottolineato Enrico Quaresmini, l’iniziativa «non è una questione di partiti, ma di chi lavora. Fornisce una cassetta degli attrezzi» per meglio monitorare il mercato del lavoro. «Se vogliamo migliorare la conciliabilità lavoro-famiglia, bisogna fare in modo di concedere tempi parziali dignitosi alle donne», ha osservato invece Françoise Gehring de «l’Alternativa».
