«È un compromesso equo tra l’approccio svizzero e quello UE»

Peter Van Elsuwege, professore di diritto dell’Unione europea all’università belga di Ghent, nella sua attività di ricerca si è occupato del «bilateralismo settoriale» che contraddistingue le relazioni UE-Svizzera. La governance istituzionale ha storicamente rappresentato uno dei temi più spinosi nei rapporti tra Berna e Bruxelles. Come è stata affrontata nei «Bilaterali III»?
«Con un compromesso che mi sembra equo tra l’approccio svizzero e quello UE, tenuto conto delle linee rosse di ciascuno e preservando il “bilateralismo settoriale”. Gli obiettivi sono gli stessi che erano perseguiti con l’accordo quadro mai approvato. In particolare dal punto di vista dell’UE, l’allineamento dinamico della legislazione assicura che, in caso di controversia, ci sia un meccanismo in grado di garantire un’interpretazione uniforme degli accordi».
Qual è lo svantaggio di avere disposizioni istituzionali in ciascun accordo rispetto a una governance orizzontale?
«Il livello di complessità, che rende l’intero quadro giuridico non facile da comprendere e utilizzare, ma è in fin dei conti un altro modo per raggiungere lo stesso obiettivo».
L’allineamento dinamico è una caratteristica esclusiva del pacchetto UE-Svizzera?
«No. È un punto chiave anche del modello dello Spazio Economico Europeo (SEE), che estende le regole del mercato interno a Norvegia, Islanda e Liechtenstein: pure in quel caso, l’aggiornamento non è automatico, ma si fa con una decisione congiunta di un comitato misto che delibera di incorporare il nuovo diritto nell’accordo. Per questo c’è, ogni tanto, dell’arretrato, perché il passaggio richiede materialmente del tempo. Ciò non significa che i “Bilaterali III” siano una sorta di copia del SEE, perché lì c’è una integrazione piena, e non settoriale, nell’intero mercato interno. Inoltre, il meccanismo dell’allineamento dinamico è qualcosa che è già realtà in una certa misura nelle relazioni tra UE e Svizzera, nell’associazione della Confederazione a Dublino (il trattato che stabilisce quale Stato è responsabile di esaminare una domanda di asilo, ndr) e a Schengen (l’intesa che ha abolito i controlli alle frontiere interne, ndr)».
Il pacchetto crea un tribunale arbitrale per dirimere le controversie. Ma Bruxelles non ha rinunciato a un ruolo per così dire «di ultima istanza» per la Corte di Giustizia dell’UE.
«La Corte può essere coinvolta, è vero, ma solo in circostanze e su questioni molto specifiche, cioè se per risolvere una controversia tra UE e Svizzera serve fornire un’interpretazione del diritto dell’Unione. Per l’UE era una questione chiave, perché ha a che fare con l’autonomia del suo ordinamento giuridico: solo la Corte di Giustizia - e non un tribunale terzo - può fornire un’interpretazione vincolante e uniforme del diritto dell’Unione».
La Svizzera potrebbe essere un modello per le relazioni tra UE e Regno Unito post-Brexit?
«La specificità del caso svizzero è tale che è difficile pensare a un’estensione ad altri, ma certi meccanismi come l’allineamento dinamico o l’interpretazione uniforme potrebbero effettivamente essere ripresi».