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Ecco il sì al «contributo di sicurezza», ma sarà guerra sull'aumento dell'IVA

Il Consiglio degli Stati ritocca i piani del Governo, ma dà il via libera a un piano da 24 miliardi di franchi per la difesa e l'armamento – L'imposta sul valore aggiunto sarà aumentata di 0,2 punti: dovrà passare dalle urne – L'aereo da combattimento, «un elefante nella stanza»
© KEYSTONE/ANTHONY ANEX
Luca Faranda
22.09.2026 06:00

Oggi, l’imposta sul valore aggiunto (IVA) si attesta all’8,1%. Fino al 31 dicembre 2023 era del 7,7%, ma è poi stata alzata di 0,4 punti per finanziare l’AVS. Il prossimo 28 novembre si tornerà alle urne per un ulteriore aumento dell’IVA: altri 0,4 punti per finanziare la 13. rendita AVS, che sarà versata per la prima volta nel dicembre di quest’anno. In caso di sì (occorre la doppia maggioranza di popolo e Cantoni), l’imposta sul valore aggiunto raggiungerà l’8,5% a partire dal 2028. Non è finita. Dietro l’angolo, infatti, si prospetta già un nuovo ritocco verso l’alto. Questa volta, l’obiettivo è potenziare la difesa.

Primo passo, di lato

Ieri, il Consiglio degli Stati ha fatto il primo passo. Ha deciso di costituire un «Fondo per la sicurezza e la difesa» (in grado di contrarre debiti fino a 12 miliardi di franchi), nonché di aumentare l’IVA di 0,2 punti. Questo fondo verrebbe poi ulteriormente alimentato mediante le cosiddette eccedenze di finanziamento ordinarie e da altri fondi del bilancio ordinario (vedi articolo in basso). Il tutto, per una durata complessiva di diciotto anni.

In realtà, non si tratta di un passo in avanti rispetto alla versione proposta dal Consiglio federale, bensì di un passo di lato. I «senatori», infatti, si sono discostati dal progetto governativo.

Compromesso

Inizialmente, il «ministro» della Difesa aveva proposto un aumento dell’IVA temporaneo di dieci anni di 0,8 punti percentuali. Poi, i piani sono cambiati, complice anche una migliore situazione finanziaria. Non solo. Anche le critiche ricevute nel corso della procedura di consultazione hanno influito. Il «ministro» della Difesa ha così rivisto il progetto, proponendo un aumento dell’IVA di 0,5 punti per dodici anni. Lo ha definito un «contributo alla sicurezza».

I «senatori» hanno però respinto chiaramente al mittente un aumento troppo marcato dell’imposta sui consumi.

Al voto solo nel 2028

Ieri, alla Camera dei Cantoni, con 25 voti contro 17 (e tre astenuti) è passata la linea della maggioranza della Commissione della politica di sicurezza. E riguarda anche la data di votazione. Il Consiglio federale voleva spingere sull’acceleratore, andando alle urne già il prossimo mese di giugno (e dunque sei mesi dopo un altro voto sul ritocco dell’IVA) per aumentare l’imposta sui consumi già a partire dal 2028. Anche qui, i «senatori» hanno frenato.

Da un lato, hanno separato i dossier: dunque, la creazione del fondo per gli armamenti non è più strettamente legata all’aumento dell’IVA. Il primo andrà al voto prima (ammesso che venga lanciato un referendum, dunque facoltativo). Mentre sull’incremento dell’imposta sui consumi, che necessita della doppia maggioranza, c’è una clausola: la votazione deve aver luogo «in concomitanza con un’altra concernente l’aliquota dell’imposta sul valore aggiunto». Quando? Non prima del 2028, quando verosimilmente si andrà a votare  sulla «proroga del versamento dell’uno per mille dell’IVA nel Fondo per l’infrastruttura ferroviaria». In questo modo, l’eventuale votazione sul Fondo per gli armamenti (referendum facoltativo) sarà svincolata dalla votazione obbligatoria sull’aumento dell’IVA.

Lungo dibattito

Nel corso del lungo dibattito, c’è un’espressione che è tornata più volte nei discorsi dei «senatori»: gli elefanti nella stanza. Sì, più di uno. A partire dal dossier F-35 e dai sistemi di difesa terra-aria Patriot (il DDPS sta cercando un’alternativa), ma d’altro canto anche «la questione di come dovremmo rispondere alle minacce moderne, ad esempio, da parte di un presidente russo», ha detto dal canto suo il «senatore» indipendente zurighese Daniel Jositsch. Per l’ex socialista, «questo è il vero elefante nella stanza». E 24 miliardi di franchi «rappresentano in realtà un contributo minimo: occorrerebbe più del doppio per soddisfare effettivamente l’esigenza di disporre di un esercito moderno».

Misteri e gestione inadeguata

I numerosi problemi interni al DDPS - hanno sostenuto i «senatori» socialisti - hanno minato la fiducia della popolazione e della politica. «Per me è un mistero come pensiate di vincere un referendum su ulteriori finanziamenti per l’esercito e la politica di sicurezza senza affrontare le carenze istituzionali e strutturali dell’acquisizione dell’F-35 e trarne le giuste conclusioni», ha detto senza tanti giri di parole Franziska Roth (PS/SO).

Oltre all’aspetto della credibilità (sono stati criticati anche gli errori nell’acquisto dei droni ADS-15 del produttore israeliano Elbit e la situazione in seno a RUAG MRO) e della fiducia, è emersa anche una resistenza di fondo all’idea di intervenire sull’IVA. O meglio, su come riuscire a ottenere una maggioranza alle urne per finanziare l’esercito. «La popolazione esige giustamente la prova che ogni franco venga utilizzato in modo efficiente dal DDPS prima di acconsentire a qualsiasi aumento delle tasse», ha avvertito Josef Dittli (PLR/UR), secondo cui «una votazione «in queste circostanze è praticamente impossibile da vincere. Un aumento delle tasse in questo momento sembra a molti una sorta di ricompensa per una gestione inadeguata dei progetti».

«Situazione allarmante»

La palla ora finisce nel campo della Commissione della politica di sicurezza del Consiglio nazionale. Per la sua presidente, la liberale-radicale vodese Jacqueline de Quattro, «non sarà facile trovare una maggioranza», spiega al Corriere del Ticino. L’aumento dell’IVA, seppur minimo, va di traverso a una parte del Parlamento (il PLR si è detto chiaramente contrario). «Vorremmo evitare un ulteriore carico fiscale e preferire risparmi fissando delle priorità nelle spese dello Stato. È però importante garantire questi finanziamenti e il fondo è un’idea interessante. Come alimentarlo, sarà il frutto di un compromesso molto elvetico».

«Dobbiamo prepararci»

Per de Quattro, «la situazione geopolitica è allarmante: è importante far passare il messaggio che ci troviamo in una situazione nuova. Da 25 anni non c’è una minaccia così concreta sul continente europeo. Nella mia funzione di presidente della Commissione della politica di sicurezza, quando mi reco all’estero, vedo preoccupazione. Gli altri Stati, nella NATO, si aspettano che la guerra tornerà sul nostro continente tra due o tre anni. Dobbiamo prendere questi avvertimenti sul serio», sottolinea de Quattro, secondo cui «dobbiamo prepararci, sperando di non averne bisogno. E ciò ha un costo».