«Ecco perché ho deciso di guardare "Avanti". Il Governo? Come le tre scimmiette»

Sergio Savoia è tornato e ha deciso di guardare «Avanti». L’ex coordinatore dei Verdi ha deciso di ributtarsi in politica. Lo abbiamo intervistato a La domenica del Corriere.
L'ultima volta che l'ho sentita in chiave politica stava lasciando il Gran Consiglio e i Verdi: era il 2015, siamo nel 2026. Nel frattempo cosa è accaduto?
«Sono tornato alla RSI e ci sono rimasto dieci anni. Ho fatto un lavoro molto bello e interessante, soprattutto negli ultimi anni con la responsabilità delle reti radio. Però a un certo punto una stagione si chiude. Io comincio ad avere l’età della ragione e mi son detto: “È ora di fare altro”».
Glielo chiedo senza malizia: lei è una minestra riscaldata?
«Sì, nel senso che non ho più vent'anni e che questo mestiere l’ho già fatto. Dopo, se posso permettermi, il problema della politica ticinese non sono quelli che se ne vanno e poi tornano, ma solo quelli che non se ne vanno mai. Ad esempio l’attuale presidente del consiglio di Stato, Marina Carobbio, ha iniziato a fare politica nel 1991, E sono trentacinque anni”. Ma anche i politici “giovani” sono in giro da vent’anni».
Il Savoia di allora e il Savoia di oggi, politicamente parlando, è cambiato?
«È cambiato il mondo. Il mondo di adesso non è nemmeno lontanamente quello del 2015. C’è una situazione geopolitica terribile e se tutto cambia, uno non rimane uguale, altrimenti significa che si è fossilizzato o è diventata una mummia. Ma ci sono i miei valori, quelli restano immutati».
C’è un momento preciso, un giorno, una notizia, una conversazione, qualcosa che le ha fatto dire: «Ecco, adesso torno, voglio tornare»?
«Le cose succedono poco per volta e poi all’improvviso. È nato un nuovo movimento politico che ho guardato da subito con grande curiosità, fatto da amici, persone in gamba che conosco molto bene e di cui mi fido. Un movimento dal basso che aveva delle caratteristiche che mi interessavano: non ideologico, piuttosto centrista, molto focalizzato sui problemi e non sulle ideologie. Così mi sono detto “ecco, se dovessi tornare a far politica, andrei lì”».
Insomma, sta parlando di Avanti con Ticino&Lavoro di Amalia Mirante.
«Certo, ho già incominciato a collaborare e questa collaborazione si approfondirà. Voglio contribuire al successo di questo progetto».
Guardiamo un momento al passato, ai Verdi piccoli, marginali e poi li ha portati a essere un gruppo, un gruppo conosciuto in Gran Consiglio, con sette seggi nel 2011. Di quella stagione cosa la rende ancora orgoglioso?
«Tante cose, ma se devo isolarne alcune, beh intanto quello che ha detto lei. I Verdi, quando io sono arrivato avevano due deputati e siamo arrivati ad averne sette, per poco abbiamo mancato l’ottavo: una crescita molto importante in pochissimi anni. Ma soprattutto la rilevanza politica è diventata grande. Il secondo aspetto che mi rende orgoglioso è che a quei Verdi, sotto la mia direzione, si deve l’iniziativa per un salario minimo, che oggi è iscritto nella costituzione cantonale».
Lo strappo iniziò quando lei portò al centro dell’azione i frontalieri e il no alla Libera circolazione. Fu tacciato di «filoleghismo».
«Battaglia giusta di cui sono molto fiero, tra l’altro mi ha portato a contribuire in maniera determinante alla vittoria dell'iniziativa sull’immigrazione di massa del 2014. Sa, i problemi non sono di destra o di sinistra. Dei problemi bisogna parlare anche se sono scomodi: l’immigrazione incontrollata è uno di questi».
La Lega non ha mai bussato alla sua porta?
«Non di recente ma c’è un episodio molto importante che cito anche un po' con commozione: parlo del compianto Marco Borradori nel 2013: era subito dopo la scomparsa di Nano Bignasca. Marco mi invitò a cena ma la proposta che mi fece non la dirò per un semplice fatto. Lui purtroppo non è più qui a confermare o smentire quello che direi. Ma era una proposta enorme che mi lusingò e che nonostante ciò rifiutai».
Veniamo ai Verdi nel 2015 e mi vien da dire che anche gli imperatori possono cadere ogni tanto.
«Beh, i sei seggi di allora sono sempre un seggio di più di quelli che hanno oggi. Errori ne fanno tutti, poi diciamo che il lunedì sono tutti allenatori. Ma la partita si gioca domenica e con me se ne sono vinte molte».
In questi anni qualcuno dei verdi l’ha mai chiamata magari anche solo per un caffè, due parole senza rancore.
«Certo e nessun rancore anche perché quello coi Verdi non era un fidanzamento. Me ne sono andato perché ho trovato un lavoro che non era compatibile con l’attività politica. Quindi tutto molto meno drammatico di come è stato raccontato».
Parliamo di Amalia Mirante qual è stata la prima impressione come politica quando l’ha vista in azione?
«Amalia è molto comunicativa, molto simpatica e ha una determinazione d’acciaio. Quando si mette in testa qualcosa va fino in fondo, non c'è niente che la fermi. Guai a sottovalutarla».
Cosa ricorda delle elezioni cantonali del 2023?
«Ero a fare un giro in moto quella domenica, e quando vidi il risultati di Avanti a Grancia, primo comune a darli, capii subito che stava succedendo qualcosa di importante».
Ha citato la moto, una sua passione. Vuole per caso esprimere solidarietà a Fabrizio Sirica?
«Comprensione perlomeno. Anche a me hanno sospeso la patente un paio di volte. Quindi non mi metterò a fare le prediche né a lui né a nessun altro. Anche perché il moralismo un tanto al chilo che si vede ultimamente non fa per me. Di certo non vado fiero di quelle infrazioni».
Vede altri errori dal PS?
«Un errore aritmetico e politico e il fatto di aver personalizzato il tutto per escludere un’alleanza con Avanti. Hanno detto no per principio, mentre se avessero fatto anche solo qualche conto, il raddoppio con una alleanza con Avanti sarebbe stato possibile, anzi addirittura probabile».
Come lo spiega?
«Chissà? Forse Sirica e la direzione socialista preferiscono Piero Marchesi a Mirante».
Ma è una prospettiva realistica Mirante in Governo con lei in lista e la forza di Avanti?
«Sì, senza dubbio. Era una prospettiva realistica immaginare il caso Zali e tutti i casi precedenti, la paralisi del Governo e il rimpasto disordinato che stiamo vivendo? Oggi tutto è possibile. L’entrata di un nuovo partito in Governo è realistica e necessaria. Il cambio di un nome con i medesimi partiti non serve a niente».
Veniamo al disastro di queste settimane, il caso Zali. È la pagina più nera?
«Purtroppo sì. Di crisi ne abbiamo viste diverse in 25 anni, ma questa le fa impallidire tutte anche a livello svizzero. L’uscita di Zali era dovuta».
Fine settembre va bene?
«Il problema vero è che tutti quanti noi cittadini ci chiediamo cosa diavolo stia succedendo. Ora bisogna avere il coraggio di cambiare».
È successo. Ora dovremmo chiederci perché. Come risponde?
«Impera la “logica dipartimentale”, la logica del “non metto il naso nel tuo orticello così tu non metti il naso nel mio” questo crea le basi per disastri. Il Governo ha fatto come le tre scimmiette».
Ma i consiglieri di Stato non potevano mandare a casa Claudio Zali.
«Vero, ma come ha scritto lei e altri, il Governo si è mosso tardi, malvolentieri, in maniera timida e senza dare per tempo il segnale giusto alla popolazione, aspettando che fosse Zali sostanzialmente a rinunciare. C’è una perdita di credibilità catastrofica».
Si descriva personalmente con tre termini chiave.
«Sono una persona dritta, ragiono sulle cose per prendere decisioni giuste. E poi sono un po’ più vecchio e quindi un po’ più saggio».
C'è qualcuno nella sua vita politica al quale deve ancora delle scuse che non ha mai dato?
«No. E poi le scuse si danno privatamente guardandosi negli occhi e non sono una performance».
E un grazie pubblico che vuole dire adesso a qualcuno?
«Sì e pubblicamente non l’ho mai fatto. Grazie ad un grande socialista, John Noseda, che ha avuto un ruolo molto importante nella mia vita per questioni anche private. A lui si deve il progetto politico della riunificazione del Partito socialista. Un grandissimo politico che non ha avuto tutto il riconoscimento che si meritava».
L'arrivo di Marchesi e lo spostamento a destra
Dal Governo parte un leghista e arriva un democentrista. Esce di scena Claudio Zali ed entra Piero Marchesi. Sulla carta, dato che entrambi figuravano sulla lista Lega-UDC del 2023, non dovrebbe cambiare nulla. Ma nella realtà dei fatti non è così, trattandosi di profili agli antipodi. Con Marchesi sarà slittamento a destra? Se ne è parlato a La domenica del Corriere. Il vicepresidente del PS Danilo Forini ha detto di «non temere nulla, ma è un dato di fatto che il Governo va a destra. Poi mi fa sorridere che la nascente casa UDC-Lega venga venduta come di centrodestra». Il presidente del Centro Fiorenzo Dadò resta guardingo: «Io starò a guardare, vedremo. Vorrei però rimarcare una cosa: nell’ultima tornata elettorale la destra ha perso deputati in Gran Consiglio, meno due. Fa quasi sorridere questa casa, perché la Lega è sempre stata contro i balivi di Berna e l’UDC è proprio il partito dei balivi». Per Alessandero Speziali (presidente PLR) «questa casa è già nata male, nel senso che arriva dopo un’estate di giravolte. Più che una casa comune, più che una PPP, mi sembra una casa dove si dà uno stanzino alla Lega perché poi deve venire a Berna, ovviamente nella caserma UDC». Ad ascoltare, finanche divertito, il coordinatore della Lega Daniele Piccaluga ha detto: «Ringrazio caldamente i colleghi che sono così tanto preoccupati di questa casa della destra. Fondamentalmente queste risposte dimostrano però quanto questa casa della destra fondamentalmente preoccupa e potrebbe creare fastidio. Ma garantisco che io in uno stanzino (ancheper la mole) non ci starei proprio. Garantisco che se dovesse essere nascere, la Lega avrà il suo bello spazio».
