Ecco perché l’economia dice no all’iniziativa UDC sui 10 milioni

«Il successo del modello svizzero si basa su un mercato liberale e flessibile». Il primo a prendere la parola, ieri, è stato il consigliere agli Stati Fabio Regazzi (Centro). «Oggi parlo soprattutto nella mia veste di presidente dell’Unione Svizzera Arti e Mestieri (USAM)», ha esordito, mettendo in fila una serie di argomenti contrari alla proposta democentrista. Il suo sguardo si è concentrato soprattutto sulle difficoltà che l’economia svizzera incontrerebbe nel caso in cui il testo venisse approvato, in primo luogo riguardo alla penuria di personale, qualificato e non. Già oggi diversi settori sono confrontati con questo problema, ha ricordato Regazzi: «Limitare rapidamente l’immigrazione non crea automaticamente più lavoratori svizzeri. È inutile farsi questa illusione o, peggio ancora, venderla come fa questa iniziativa». Semmai, ha aggiunto, sarà ancora più difficile coprire le lacune esistenti. Con un’aggravante: il nostro Paese invecchia, e invecchia rapidamente. «Nei prossimi anni avremo sempre più persone che usciranno dal mercato del lavoro. Noi calcoliamo che nel giro di dieci anni avremo bisogno di cinquecentomila posti di lavoro che dovranno essere occupati. E, alla luce di questa demografia, mi chiedo come si possa immaginare di sopperire alle lacune che verranno create sul mercato del lavoro». Insomma, per crescere non è possibile limitare l’immigrazione. Non solo. Secondo Regazzi, pur presentandosi come una risposta al problema dell’immigrazione, l’iniziativa finirebbe per aumentare anche la burocrazia: «Introdurrebbe controlli, autorizzazioni, contingenti e procedure complesse che richiederebbero nuovi uffici, personale amministrativo e coordinamento tra Confederazione, Cantoni e Comuni». Il risultato sarebbe un sistema rigido e costoso, che complicherebbe soprattutto la vita delle PMI. «Il partito che si propone di eliminare la burocrazia finirebbe per farla aumentare».
Personale curante e AVS
Dal canto suo, il consigliere nazionale Simone Gianini (PLR) ha posto l’accento su due aspetti: il finanziamento dell’AVS e la necessità di personale curante, entrambi messi sotto pressione dall’invecchiamento della popolazione. «Il 31 dicembre dello scorso anno si è compiuto il cosiddetto sorpasso demografico: in Svizzera ci sono oggi più persone over 65 che under 20. A ciò si aggiunge un saldo demografico negativo e un tasso di natalità in costante calo», ha ricordato Gianini. «Introdurre un limite invalicabile legato all’immigrazione e alla soglia dei 10 milioni di residenti permanenti non farebbe che aggravare ulteriormente il problema». Gianini ha richiamato i dati delle persone attive degli ultimi 20 anni. «Queste sono aumentate di circa 1,2 milioni. Ma questo aumento non è dovuto a una crescita dei lavoratori autoctoni: è stato possibile grazie all’apporto di lavoratori provenienti dall’estero». Insomma, senza questo apporto, l’intero sistema di finanziamento dell’AVS – con l’arrivo all’età pensionabile dei cosiddetti baby boomers – verrebbe messo in discussione. Allo stesso tempo, il fabbisogno di personale curante aumenterà progressivamente: «Più persone anziane significano inevitabilmente più necessità di cure. Già oggi dobbiamo riconoscere che la situazione è delicata». In futuro, con il tetto all’immigrazione, la situazione non farà che peggiorare.
«Sicurezza a rischio»
Il consigliere nazionale Alex Farinelli (PLR) ha invece mostrato i limiti della proposta UDC sul fronte della sicurezza. «Da un lato, farebbe venir meno la partecipazione ai meccanismi di Schengen, la Svizzera perderebbe uno scambio essenziale di informazioni tra polizie, indebolendo i controlli e il lavoro delle forze dell’ordine; dall’altro, ci costringerebbe a uscire dal sistema di Dublino». Le conseguenze, proprio sul tema dell’immigrazione, sarebbero deleterie: «Non potremmo più rinviare al primo Paese competente molti richiedenti asilo, con il rischio di un aumento delle domande trattate in Svizzera, costi più elevati e maggiore pressione amministrativa». Insomma, secondo Farinelli l’iniziativa finirebbe per compromettere proprio due obiettivi che dice di voler difendere: sicurezza ed efficienza.
«Più frontalieri e traffico»
Leandro De Angelis, presidente PVL Ticino, ha messo in evidenza un’altra contraddizione. «Ritengo questa iniziativa particolarmente deleteria per il nostro cantone. Se passasse, la Svizzera dovrebbe denunciare l’accordo sulla libera circolazione delle persone, il che renderà più difficile trasferirsi in Svizzera. Questo non significa però che le nostre aziende rinunceranno al personale di cui hanno bisogno». Il risultato sarebbe paradossale: «Finirebbe per favorire il frontalierato, invece che ridurlo. I nuovi lavoratori di cui l’economia avrà bisogno resteranno fuori dalla frontiera e ogni giorno entreranno, aumentando il traffico». Non solo. Se salta la libera circolazione, saltano i bilaterali, «compromettendo l’accesso al mercato europeo, la competitività delle imprese, esportazioni e posti di lavoro».
«Contingenti? No grazie»
Un aspetto sottolineato anche dal direttore della Camera di commercio, Luca Albertoni, il quale ha richiamato il quadro economico di rallentamento entro cui questo scenario rischia di concretizzarsi. «L’eventuale applicazione dell’iniziativa aggiungerebbe incertezza». Un ingrediente notoriamente indigesto all’economia. Senza contare che il ritorno ai contingenti, auspicato dall’UDC, aprirebbe una insana «guerra per accaparrarsi i lavoratori», ha concluso Albertoni.
