A causa della terza guerra del Golfo il petrolio rimarrà caro a lungo

Quando il presidente Donald Trump ha annunciato una tregua di due settimane nel Golfo e la «COMPLETA, IMMEDIATA e SICURA RIAPERTURA dello Stretto di Hormuz», i trader energetici hanno tirato un sospiro di sollievo. Per quasi sei settimane, il 15% della produzione mondiale di petrolio e un quinto di quella di gas naturale liquefatto (GNL) sono rimasti intrappolati dal blocco imposto dall’Iran. Dopo l’annuncio di Trump, il prezzo del Brent è sceso del 12%, da 103 a 91 dollari al barile (nel frattempo risalito attorno a 95 dollari, ndt). Il benchmark globale non registrava una volatilità simile dai primi mesi della pandemia di COVID-19, nel 2020. A un certo punto, il prezzo di riferimento europeo del gas era sceso del 17%.
Prima che Trump dichiarasse la tregua con l’Iran, nella tarda serata del 7 aprile, i mercati mostravano segnali di tensione crescente. Il West Texas Intermediate (WTI), il greggio di riferimento statunitense che di solito quota a sconto rispetto al Brent, per gran parte del mese è stato scambiato a premio rispetto a quest’ultimo (cfr. grafico): un segnale del fatto che gli acquirenti si stavano affrettando a garantirsi forniture affidabili. Il prezzo del Dated Brent, cioè dei barili con finestra di consegna più ravvicinata, ha toccato il record di 144 dollari poche ore prima dell’annuncio del cessate il fuoco.
Nel primo giorno dopo l’annuncio, solo quattro navi hanno osato attraversare lo stretto do Hormuz. Se l’intesa reggerà, nei prossimi giorni ne seguiranno altre. L’economia mondiale ha urgente bisogno che ciò accada. Ma anche se fosse così, ci vorranno ben più delle due settimane inizialmente previste dalla tregua perché i mercati energetici ritrovino equilibrio. Il petrolio costa ancora oltre il 30% in più rispetto a prima dell’inizio della guerra; il gas è più caro del 40%. Le infrastrutture sono state devastate e il rischio di una ripresa dei combattimenti - o di un nuovo blocco - continuerà inevitabilmente a tenere gli operatori con il fiato sospeso. I mercati porteranno ancora a lungo le cicatrici della terza guerra del Golfo, sotto forma di premi di rischio aggiuntivi incorporati nei prezzi.
Oltre 700 carichi in attesa
La priorità, ora, è permettere alle navi bloccate di lasciare il Golfo. In febbraio, attraverso lo Stretto transitavano in media 130 imbarcazioni al giorno; nelle ultime settimane l’Iran ne ha lasciate passare solo una manciata. Secondo Kpler, società specializzata in dati di mercato, sono intrappolate 187 petroliere, cariche di 172 milioni di barili tra greggio e prodotti raffinati: abbastanza, per esempio, da alimentare il Regno Unito per oltre 100 giorni. Sono inoltre ferme circa 15 metaniere. Altre 41 navi trasportano 1,9 milioni di tonnellate di fertilizzanti, pari al 12% di tutti quelli spediti attraverso lo stretto nel 2024. Se si includono anche navi cargo e altre imbarcazioni da carico alla rinfusa, il numero totale dei mezzi bloccati nel Golfo sale a 715.
In teoria, questo arretrato potrebbe essere smaltito in una settimana. Molti equipaggi hanno scorte sempre più ridotte e sono disperati all’idea di partire. Eppure pochi comandanti accetteranno di affrontare il viaggio finché non saranno certi che sia sicuro farlo. Quando gli Houthi, milizia yemenita sostenuta dall’Iran, hanno cessato i loro attacchi alle navi nel Mar Rosso nell’ottobre del 2025, sono trascorsi due mesi prima che Maersk, grande compagnia di navigazione commerciale, facesse transitare la sua prima nave in quella rotta; il traffico normale non è ancora ripreso. Quando le compagnie marittime torneranno a testare Hormuz, gli assicuratori imporranno premi molto più elevati. La ripresa di un traffico regolare richiederà dunque probabilmente settimane, e costerà molto più di prima della guerra.
Inoltre, le probabilità che presto le navi ricomincino a navigare nella direzione opposta, per rifornirsi, appaiono assai scarse. Chi lo facesse mentre Stati Uniti e Iran sono impegnati in colloqui di pace rischierebbe infatti di restare intrappolato se i negoziati dovessero fallire. I proprietari delle imbarcazioni più preziose, come le metaniere, potrebbero decidere di evitare del tutto questo rischio. «Al momento non vedo nessuno disposto a portare navi dentro il Golfo», afferma Anne-Sophie Corbeau della Columbia University. «Non credo che questo si tradurrà in un aumento dell’offerta di GNL (gas naturale liquido)oltre ai carichi che riusciranno a uscire in questa finestra di due settimane».
Incertezza circonda anche i dettagli più minuti della tregua. L’Iran aveva consentito ad alcune navi di transitare nello Stretto in cambio di pedaggi da 2 milioni di dollari ciascuna; potrebbe voler continuare a riscuoterli. Con il petrolio vicino ai 100 dollari al barile, alcuni trader potrebbero essere disposti ad assorbire questi costi. Ma con prezzi più bassi tali sovrapprezzi renderebbero il greggio del Golfo meno appetibile. Johannes Rauball di Kpler osserva che una tariffa di 4 milioni di dollari per un viaggio di andata e ritorno potrebbe addirittura espellere dal mercato le navi più piccole, come le petroliere Aframax, che trasportano tra 600 mila e 800 mila barili. Solo le imbarcazioni più grandi troverebbero conveniente pagare il pedaggio.
Il ripristino sarà lungo
Anche una volta smaltito l’arretrato, i Paesi alle prese con carenze energetiche dovranno aspettare ancora un po’ prima di vedere un beneficio. Dopo aver lasciato il Golfo, le navi dirette in Asia impiegheranno almeno altre tre settimane per arrivare a destinazione. Un conforto ben modesto per gli agricoltori che hanno bisogno di carburante e per gli impianti di fertilizzanti che stanno esaurendo il GNL in vista della stagione della semina. L’Europa dovrà attendere ancora più a lungo, da quattro a sei settimane, per ricevere forniture di diesel e carburante per aerei. E anche se le navi che normalmente servono il Golfo fossero disposte a tornare per rifornirsi, molte stanno ormai caricando merci altrove. Potrebbero impiegare mesi prima di rientrare.
Riprendere la produzione di molte delle materie prime che normalmente passano attraverso Hormuz richiederà ancora più tempo. Dall’inizio della guerra, l’intero Golfo ha ridotto di oltre 10 milioni di barili al giorno la propria estrazione di greggio, pari al 10% della domanda globale. Riportare l’estrazione a regime richiederà tempo. Ripressurizzare i pozzi troppo in fretta può danneggiare i giacimenti, provocando infiltrazioni di acqua o gas. Farlo correttamente, soprattutto nei pozzi più vecchi, richiede squadre specializzate. E queste si troveranno rapidamente sotto pressione se molti impianti dovranno ripartire contemporaneamente.
Infrastrutture distrutte, forniture lente e prezzi sostenuti
Far tornare a fluire il gas sarà ancora più lento. Il mese scorso gli attacchi iraniani contro il Qatar hanno colpito due delle 14 unità produttive di Ras Laffan, il più grande impianto di GNL del mondo, distruggendone il 17% della capacità. I danni potrebbero richiedere da tre a cinque anni per essere riparati. Gli impianti di GNL, che devono raffreddare il gas a -160 °C per poterlo trasportare allo stato liquido, sono macchine di estrema complessità.
Ras Laffan è importante anche per altre materie prime. QatarEnergy, che gestisce l’impianto, produce il 10% dell’urea mondiale, il fertilizzante più usato, e circa un terzo dell’elio globale, impiegato nella produzione di chip. Altrove, anche i produttori di metalli hanno subito un duro colpo. Al Taweelah, una fonderia di Abu Dhabi, produce circa la metà dell’alluminio del Medio Oriente, pari a quasi il 10% dell’offerta mondiale. Un attacco iraniano l’ha costretta a fermarsi e il metallo si è solidificato nei crogioli in cui viene normalmente fuso. I proprietari stimano che il riavvio della produzione potrebbe richiedere un anno.
Il conto complessivo per riparare le infrastrutture energetiche del Golfo è vertiginoso. Includendo anche i danni agli impianti iraniani, Rystad, società di consulenza, lo stima in 25 miliardi di dollari. L’8 aprile un drone iraniano ha centrato una condotta saudita diretta verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Dall’inizio della guerra, era l’unica via attraverso cui il regno poteva esportare carburante. I danni ai mercati delle materie prime saranno profondi. Per decenni gli esperti hanno temuto la chiusura di Hormuz come un’eventualità teorica. La terza guerra del Golfo ha mostrato con quanta rapidità uno scenario ritenuto estremo possa diventare realtà. Se lo stretto dovesse riaprire ma con pedaggi, ne soffrirebbero sia i produttori del Golfo sia i loro clienti. Rauball si aspetta che il petrolio resti tra i 90 e i 100 dollari al barile fino alla fine del 2026, anche se il traffico attraverso lo stretto dovesse normalizzarsi.
