Africa, l’Eldorado del futuro

Sono litio, cobalto, rame, nichel, elementi delle terre rare, altri metalli del gruppo del platino, bauxite. Rivestono un ruolo critico nelle tecnologie più avanzate, dalle telecomunicazioni all’elettronica, dalla tecnologia medicale alla difesa, dalle energie rinnovabili ai sistemi aerospaziali.
La concorrenza nei loro confronti è cresciuta progressivamente e si è fatta più aspra con l’aumentare della domanda di questi minerali la cui produzione e fornitura è per la maggior parte concentrata nel cosiddetto «Sud globale». Basti pensare che quasi tre quarti del cobalto mondiale sono prodotti in un unico Paese, la Repubblica Democratica del Congo (DRC) e che la sola Australia produce circa la metà del litio mondiale, mentre un altro quarto della produzione viene dal Cile ed una quota minore del 18% dalla Cina.
Il Celeste Impero domina le catene di fornitura per molti di questi materiali con enormi investimenti nelle operazioni minerarie, industriali e logistiche, ed il loro livello di concentrazione è particolarmente elevato in Africa. A livello generale la Cina è attiva nella lavorazione del 90% degli elementi delle terre rare e della grafite, anche in considerazione delle caratteristiche di queste lavorazioni che in altri Paesi non trovano attuazione. Esegue inoltre la raffinazione del 60-70% del litio e del cobalto mondiale.
Anche UE e USA si muovono
Ovviamente l’emergere della posizione dell’Africa in termini di produzione e di Pechino in termini di capacità di raffinazione, ha spinto Stati Uniti ed Unione europea ad interessarsi delle risorse del nuovo Eldorado africano, che detiene il 30% di tutte le risorse minerarie critiche a livello globale, assicurandosene una quota per divenire meno dipendenti dalla Cina.
Secondo molti esperti, la partita fra la sfera d’influenza a guida USA e quella facente capo alla Cina si giocherà, entro lo scacchiere del Nuovo Ordine Globale, su ambiti strategici legati al controllo delle tecnologie emergenti, come le energie rinnovabili, i sistemi avanzati di difesa, l’aerospaziale e l’intelligenza artificiale (AI), tutte dipendenti da questi minerali. L’accesso ad essi ed il loro controllo diventeranno l’elemento determinante del potere globale. La concorrenza fra USA e Cina appare destinata ad intensificarsi sempre più. La stessa Terza Guerra del Golfo, attualmente in atto fra USA ed Israele da una parte ed Iran dall’altra, è in realtà un tentativo di limitare l’accesso di Pechino al petrolio così da spingerlo a maggiori concessioni di terre rare ed altri minerali a favore di Washington. E la posizione dei Paesi africani al riguardo diventerà determinante, in funzione delle strategie che essi definiranno per trarre dal loro patrimonio un valore reale, onde non rimanere dipendenti da potenze esterne in grado di determinare le loro sorti, come è stato fino a ieri.
Se la Cina domina il panorama minerario in Africa, con una minore e più discreta presenza della Russia e di altri Paesi, essa è anche alla guida del cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale, beneficiario di un’influenza americana in declino, anche dal punto di vista valutario e finanziario, ed alimentato da iniziative quali i BRICS, le varie forme di cooperazione nella tecnologia e nello sviluppo a favore del Grande Sud, l’imponente progetto infrastrutturale della Belt and Road Initiative lanciato nel 2013, che ha contribuito ad espandere l’accesso di Pechino alle risorse, in particolare collegando i bacini minerari ai porti.
Investimenti rilevanti
In Africa gli investimenti dei gruppi cinesi sono stati rilevanti, dell’ordine di oltre 4,5 miliardi di dollari per progetti concernenti il solo litio nella Repubblica Democratica del Congo (DRC), in Zimbabwe, Mali e Namibia, accanto ad altre iniziative in Zambia, Ghana e Sud Africa.
La partita non riguarda quindi solo l’ambito geopolitico, in termini di accesso alle fonti della supremazia tecnologica, e quindi anche strategica e militare in un mondo frammentato ed instabile, ma anche l’ambito sociale. Riguarda il come ed il quanto i Paesi africani, divenuti protagonisti sulla scena geopolitica mondiale ma oppressi da conflitti e problemi atavici di ogni tipo, possano trarre vantaggio dal possesso di queste risorse, avviando una nuova fase di sviluppo e di vera prosperità.
Va evitata quella che viene definita «maledizione delle risorse» attraverso riforme delle governance pubbliche, forme di cooperazione regionale e sviluppo di strategie che forniscano valore aggiunto locale al di là del ruolo delle potenze «estrattrici», sviluppando ad esempio le attività industriali e di raffinazione in loco.
Per i concorrenti della Cina l’impegno è arduo, non solo in termini di investimenti ma di definizione degli interventi, efficienza e rapidità nella realizzazione dei progetti integrati fra estrazione, lavorazioni o semi-lavorazioni, trasporto e spedizione. Per l’Africa, in assenza di grandi trasformazioni politiche, economiche e culturali, il rischio è tuttavia di rimanere una grande area di esportazione lasciando alla Cina il beneficio dei margini economici che le fasi successive comportano.