«Alcuni meccanismi di mercato stanno sostenendo le Borse»

La situazione geopolitica internazionale non è delle più facili. Le tensioni nello Stretto di Hormuz e il conseguente aumento del prezzo del petrolio fanno pensare a molti esperti a un rialzo dell’inflazione e un rallentamento economico. Eppure, le Borse mondiali vanno avanti come se non ci fosse alcun problema. Sì, ci sono state correzioni puntuali seguite, però, da forti rialzi. Forse, alla base di questo andamento, c’è la convinzione che il conflitto fra Stati Uniti e Israele da una parte e Iran dall’altra resterà confinato geograficamente e avrà anche una durata limitata.
Ma esistono anche dinamiche specifiche dei mercati che fanno sì che, ormai, i venti di guerra spaventino meno gli operatori. Ne abbiamo parlato con Roberto Malnati, analista finanziario di Royalfid SA di Lugano.
Come spiegare questa calma delle Borse? «La spiegazione più semplice, anche se rappresenta solo una parte del racconto - afferma - coincide con il detto: “buy the rumors, sell the news”, ossia compra quando hai delle aspettative, ma poi vendi quando queste si realizzano. Quindi il mercato dice sostanzialmente: non importa quanto la guerra vada male nel breve, perché ci si aspetta una rapida de-escalation. Fra di loro i grandi gestori chiamano questo possibile esito il “peace dividend”, ossia il dividendo della pace».
Il petrolio spinge alcuni titoli
«Poi il punto è - aggiunge - che, se stiamo parlando del mercato americano, che trascina tutti gli altri mercati, in questo momento il petrolio alto favorisce da tempo le società del settore energetico, sia quelle che si occupano di estrazione, sia quelle che si occupano di esplorazione, che rappresentano comunque una componente rilevante dell’indice statunitense S&P 500».
«Per giunta - illustra - a questo si aggiunge anche un importante movimento di mercato che era iniziato prima dello scoppio della guerra, con la discesa di alcuni titoli collegati al tema dell’AI e più in generale della tecnologia, dopo una fase di forti aspettative. Quindi molti titoli erano scesi già prima del conflitto. E ora queste società, che non sono direttamente legate all’aumento del petrolio, stanno risalendo in maniera importante, aggiungendo forza al mercato».
«In termini generali - spiega Malnati - esiste anche una fiducia storica, provata statisticamente, sul fatto che i mercati, dopo guerre di breve durata, siano spesso risaliti molto in fretta. E a questo qualcuno aggiunge anche che la Fed, se l’economia dovesse indebolirsi, potrebbe essere costretta ad abbassare i tassi, anche sotto pressione politica, per sostenerla. Inoltre, in questo periodo, molte società stanno portando avanti operazioni di buyback di titoli e quindi stanno comprando pesantemente le proprie azioni, sostenendo il listino».
Molti operatori sono short
Ma chi osserva giornalmente i mercati resta perplesso nel vedere che a volte i listini salgono del 3% in un solo giorno. «A mio avviso - precisa Malnati - questo è dovuto anche alla dinamica dei flussi di acquisto e di vendita, perché la quantità di operatori che sono posizionati short sul mercato è molto elevata, in alcuni casi vicina ai massimi degli ultimi anni. E in questa situazione, quando qualcuno spinge il mercato verso l’alto, tutti quelli che sono short devono chiudere le posizioni, riacquistando le azioni che avevano venduto in precedenza, e questo spinge ulteriormente al rialzo gli indici. Questo meccanismo tecnicamente si chiama “short squeeze”. C’è un film del 2023, si intitola Dumb Money, basato sulla vicenda GameStop che spiega questo fenomeno. Anche questo elemento ha pesato negli ultimi giorni».
Fra i fattori che sostengono i mercati, nota ancora l’esperto, «figura anche il fatto che in questo momento un gran numero di investitori, spesso fondi pensione o fondi di investimento, ipotizza che ci sarà un rialzo dei rendimenti delle obbligazioni sulle scadenze a lungo termine. E, se sale il rendimento, scende il valore nominale, per cui una parte dei flussi si allontana dalle obbligazioni e viene convogliata in Borsa, soprattutto tramite gli ETF sugli indici S&P 500 e Nasdaq 100, che poi contribuiscono a far salire tutto il mercato».
Come avviene? «Ritengo inoltre che ci possano essere degli “ordini di scuderia” - conclude Roberto Malnati - che indichino di non mettere ulteriormente sotto pressione il tema dei fondi di private equity che investivano in crediti commerciali e che hanno sospeso o limitato le sottoscrizioni. Si tratta di una sorta di botola potenziale sotto i mercati, perché questi debiti acquistati sono spesso garantiti anche dal livello raggiunto dalle azioni delle società coinvolte, e nessuno vuole permettere che le azioni scendano troppo, per paura che il mercato possa crollare. Quindi, quando le fragilità sono tutte sul tavolo, ossia petrolio ai massimi, posti di lavoro in calo e debito privato insostenibile, rimane comunque l’idea che le società continueranno a fare soldi, e così viene rimandata la resa dei conti». Insomma, tutti questi fattori contribuiscono alla tenuta dei mercati, «ma non sono necessariamente i più importanti, ossia quelli fondamentali, legati all’economia reale. Tra l’altro anche lo scenario inflazionistico che si prospetta può favorire i mercati, perché spinge verso l’acquisto di asset reali e, visto che l’immobiliare negli Stati Uniti è già a livelli molto elevati, la scelta ricade sulle azioni americane. Ma non è detto che questo ci possa far stare tranquilli».
