Alec Ross: «Di fronte a Trump la politica estera dell’UE cambi passo»

Alec Ross è stato consigliere di Barack Obama e senior advisor per l’Innovazione della segretaria di Stato Hillary Clinton. Imprenditore, oggi è docente alla Bologna Business School. I suoi libri sono stati tradotti in 24 lingue. In una recente intervista alla Stampa aveva detto: «Trump rispetta solo la forza e, finché gli europei continueranno a mostrarsi deboli, lui non smetterà di spingere per ottenere tutto ciò che vuole».
Donald Trump a Davos ha difeso, una volta di più, dazi e protezionismo: rafforzano davvero la competitività americana nel lungo periodo?
«Dazi e protezionismo sono espressione di un’ignoranza economica di fondo. A un anno dall’inizio del mandato, Trump può rivendicare il successo della sua politica sui dazi, ma i dati raccontano un’altra storia. Ciò che i dazi e il protezionismo producono, in concreto, è un aumento dei prezzi per i consumatori. Alla fine, i costi ricadono soprattutto su chi può permetterselo di meno e comprimono i margini di profitto delle imprese, non solo degli esportatori, ma anche delle aziende del Paese importatore».
Più in generale, Trump si è spffermato parecchio sull’economia interna americana (a cominciare dal tema degli alloggi). A chi era diretto il suo messaggio?
«L’unico fattore che con maggiore probabilità potrebbe danneggiare in modo significativo l’indice di gradimento di Trump presso l’opinione pubblica americana è l’inflazione, insieme a una crescita economica stagnante. Il pubblico a cui si rivolgeva da Davos era quello della classe media americana, preoccupata soprattutto dal tema del costo della vita. Trump vuole che gli Stati Uniti siano un Paese di proprietari, non di affittuari. E ha colto correttamente un punto: pur non essendo d’accordo con Trump su tutto, va riconosciuto che egli individua correttamente nei tassi di interesse elevati sulle carte di credito al consumo un fattore che riduce drasticamente la sostenibilità economica per molti americani. Il patto centrale che Trump propone agli americani è questo: lui si presenta come un leader forte, persino come un sovrano, quasi un re, e in cambio chiede agli americani di cedere una parte del proprio potere, promettendo loro benefici economici. Senza quei benefici economici, la popolarità di Trump crolla».
È possibile che, al netto della dominante politica estera (Groenlandia su tutto), stia iniziando a pensare anche alle midterm di novembre?
«Sono certo che Trump stia pensando alle elezioni di midterm, ma ho un’analisi controintuitiva: credo che contino molto meno di quanto si dica comunemente. Penso che, anche se i Democratici dovessero ottenere grandi vittorie a novembre - cosa per cui oggi ci sono pochi segnali - Trump continuerebbe comunque a governare senza freni, come ha già fatto in passato. Le sue azioni attuali vengono intraprese senza il consenso del Congresso. Ha inoltre un sistema giudiziario popolato da giudici a lui favorevoli. Per questo, guardare alle elezioni di midterm come a un punto di svolta è, a mio avviso, estremamente ingenuo, se qualcuno pensa davvero che possano cambiare il comportamento di Trump».
Nel discorso, comunque, emerge una visione dell’economia americana più “nazionale” che multilaterale: che impatto avrà tale visione sulla leadership globale degli USA?
«Quando Donald Trump dice “America first”, ciò che intende è che, dei 196 Paesi del mondo, gliene importa uno solo: gli Stati Uniti. Gli altri 195 li considera concorrenti, non partner. Credo che questo abbia già avuto un effetto deleterio sulla leadership americana. A un anno esatto dal suo insediamento, il prestigio degli Stati Uniti all’estero risulta indebolito. Ritengo che questa perdita di posizione e di leadership globale possa continuare finché Trump continuerà a governare, e a governare in questo modo».
È emerso ancora una volta il disprezzo nei confronti dell’Europa. Lei stesso ha parlato di un rischio per l’UE di diventare una colonia americana.
«Ho detto che l’Europa rischia di diventare una colonia americana se non cambia postura. Amo l’Europa. E la frustrazione che provo nei suoi confronti nasce dalla mancanza di leadership a Bruxelles e dalla sua persistente debolezza. Non si può andare dal presidente degli Stati Uniti a baciargli i piedi e a offrirgli doni aspettandosi che una politica di appeasement funzioni. Trump rispetta solo la forza. In sostanza, credo che la politica estera europea debba cambiare completamente, rispetto a quella seguita nell’ultimo anno. Fortunatamente, ci sono segnali che questa presa di coscienza, che sto cercando di sollecitare, stia iniziando a emergere».
