Economia

Automotive, «la crisi non è al picco»

L'industria europea dell'auto è schiacciata tra la concorrenza cinese, il protezionismo statunitense e le norme di Bruxelles – Le fabbriche del Vecchio Continente producono più vettore di quante il mercato ne assorba e i prezzi di quelle nuove sono in forte aumento – Se ne è discusso negli scorsi giorni a Lamone in un evento della Camera di commercio del Canton Ticino
©JULIAN STRATENSCHULTE
Dimitri Loringett
13.10.2026 06:00

«Purtroppo ci avevo azzeccato». Nel febbraio del 2025, invitato dalla Camera di commercio del Cantone Ticino (cfr. CdT del 13.2.2025), Gian Luca Pellegrini aveva paragonato l’industria europea dell’auto a una nave diretta contro un iceberg. Un anno e mezzo dopo, il direttore editoriale di Quattroruote è tornato in Ticino per l’evento «CEO Experience: L’Europa è ancora al volante?», tenutosi la scorsa settimana all’Emil Frey di Lamone. E la diagnosi si è fatta più cupa: «Le cose sono andate peggio di quanto fosse legittimo aspettarsi. Stiamo affrontando una crisi che non è ancora arrivata al suo picco».

Il tema, ha precisato Pellegrini, non è mai stato soltanto l’elettrico, ma la competitività dell’industria europea. A minarla è stato un approccio «dirigistico» di Bruxelles che ha imposto ai costruttori una sola tecnologia, pena multe salate. «Abbiamo costruito la casa partendo dal tetto. Avremmo dovuto prima affrancarci dalle fonti fossili con un nuovo piano energetico e solo dopo creare le condizioni per un mercato». A fine 2025 l’UE ha dovuto ammorbidire l’obiettivo di azzerare le emissioni delle auto nuove entro il 2035. «La direzione non cambia, ma si è incrinata una narrazione che sembrava univoca».

Per l’esperto il risultato è paradossale: «Abbiamo ucciso il diesel e l’elettrico non è decollato, favorendo le auto a benzina, che producono più CO₂. Abbiamo amputato la gamba sbagliata». In Europa l’elettrico è al 20-21% delle immatricolazioni, una media che nasconde mercati ricchi come Norvegia e Olanda e altri, come l’Italia, dove si ferma al 7%. «Il consumatore non decide in base agli obiettivi morali di Bruxelles, ma alla propria convenienza». Eppure, per Pellegrini, che guida da anni soltanto auto elettriche, il traguardo resta quello. E il vero motivo non è ambientale ma geopolitico, ovvero affrancarsi dal petrolio di potenze che «ci tengono appesi a un filo». La Commissione UE, osserva, l’ha ammantata di argomenti morali, più facili da accettare. «L’errore è stato non partire dall’energia».

Il sorpasso cinese

Nel frattempo, i cinesi sono passati da allievi a maestri. «Hanno imparato dagli europei a fare le automobili. Oggi non esportano soltanto macchine più economiche, ma anche interessanti dal punto di vista tecnico». Certo, tra il Governo di Pechino e un mercato interno da circa 25 milioni di vetture, la Cina può permettersi di «innovare sbagliando». E la velocità impressiona: «I giapponesi, arrivati in Europa negli anni Ottanta, impiegarono vent’anni per raggiungere una quota del 7-8%. I cinesi in due anni sono arrivati all’11,7% di agosto». E nel giro di cinque anni, prevede, saliranno al 30%.

Un episodio recente lo dimostra. Volkswagen ha da poco presentato in Cina una berlina ibrida plug-in proposta a circa 15 mila euro e costruita su una piattaforma del gruppo cinese Xpeng. «Per un ingegnere tedesco, l’idea di una VW costruita su un pianale cinese, con una motorizzazione cinese, deve essere inaccettabile».

Così l’Europa si ritrova «compressa tra il protezionismo americano e l’espansionismo cinese», con una capacità produttiva di 16 milioni di vetture a fronte di vendite intorno agli 11. E l’onda non si ferma ai costruttori, tocca i fornitori in tutto il continente, Svizzera compresa. «Stiamo andando verso una deindustrializzazione dell’automotive europeo». Gli stabilimenti in eccesso, difficili da chiudere per ragioni sociali, finiranno secondo Pellegrini «per forza di cose ai cinesi».

L’auto come privilegio

Il rischio è sociale prima ancora che industriale. In Italia il prezzo medio di un’auto nuova ha superato i 33 mila euro, contro i 18 mila del 2019. «Almeno mezzo milione di persone che prima compravano un’auto nuova oggi non la compra più». Le utilitarie sono scomparse, schiacciate da costi e obblighi normativi, mentre l’età media del parco circolante è salita a 14 anni, dai 7 della fine degli anni Ottanta. «Abbiamo fatto una rivoluzione per avere meno auto in circolazione e meno inquinanti. Stiamo ottenendo l’effetto contrario». La prospettiva, avverte, è «un enorme ritorno all’automobile come privilegio».