Stress test

Banche USA «tutte promosse» ma il nodo del capitale resta

L'esercizio annuale della Federal Reserve si rivela un «rito» senza conseguenze pratiche sui requisiti patrimoniali - Mentre l'Europa adotta criteri più rigorosi, la Svizzera potrebbe tirare dritto sulla capitalizzazione di UBS
©Reuters/Chip East
Dimitri Loringett
26.06.2026 06:00

La Federal Reserve ha pubblicato, mercoledì in serata a Borse chiuse, i risultati degli «stress test» annuali su 32 banche americane. In uno scenario ipotetico di recessione globale, con una disoccupazione al 10%, un crollo immobiliare del 30% e i mercati finanziari in turbolenza, i maggiori istituti del Paese registrerebbero perdite per oltre 708 miliardi di dollari, pur rimanendo ampiamente al di sopra dei requisiti minimi di capitale, pari al 4,5% degli attivi ponderati per il rischio (come definito dai criteri Basel III).

Va detto però che quest’anno i risultati delle simulazioni non cambieranno i requisiti di capitale delle banche USA. La Fed ha infatti deciso in febbraio di congelare i cosiddetti «stress capital buffer», cioè lo strato aggiuntivo di capitale che ogni istituto deve detenere oltre al minimo regolatorio, calibrato sulle sue perdite ipotetiche, fino al 2027, in attesa di rivedere l’intera metodologia dell’esercizio. La revisione è la risposta a un’azione legale avviata nel 2024 dalle principali associazioni bancarie americane, che lamentavano opacità e arbitrarietà nei modelli usati dalla Fed.

Questo aspetto farebbe apparire, almeno per questa edizione, gli stress test della Fed un «esercizio di facciata» anziché un vero strumento di calibrazione del capitale. Tuttavia, la banca centrale USA resta coerente con la tendenza all’alleggerimento regolamentare che, sotto la pressione dell’industria bancaria e dell’amministrazione Trump, attraversa l’intera politica bancaria americana. E che va in senso contrario allo spirito originario delle riforme di Basilea III, pensate dopo la crisi finanziaria globale del 2007-2009 proprio per rafforzare i cuscinetti di capitale.

E così le grandi banche a stelle e strisce, quali JPMorgan Chase, Goldman Sachs, Citigroup e gli altri istituti «promossi» non hanno tardato ad annunciare aumenti dei dividendi e nuovi programmi di riacquisto di azioni proprie. Tale mossa è possibile proprio perché i «cuscinetti di capitale» restano invariati. Infatti, quando i requisiti non aumentano, il capitale in eccesso può essere restituito agli azionisti anziché accantonato a riserva.

Europa più severa e cauta

Gli stress test non sono un’esclusiva americana, naturalmente. Anche gli istituti europei sono soggetti all’esercizio, coordinato dalla Banca centrale europea (BCE) e dall’Autorità bancaria europea (EBA), con metodologie e approcci però in parte differenti che non consentono quindi un paragone diretto. Tra l’altro, i test più recenti risalgono al 2025, quindi in un contesto per certi verso diverso rispetto a quello attuale. Detto questo, i numeri del 2025 mostrano un sistema bancario europeo solido ma sottoposto a pressioni più marcate. Dei 96 istituti significativi esaminati - 51 nel campione EBA e 45 nel campione parallelo della BCE - il rapporto patrimoniale CET1 aggregato si è ridotto di 4 punti percentuali nello scenario avverso, scendendo dal 16% al 12%. Inoltre, nello stesso esercizio, 24 banche avrebbero violato almeno una volta il cosiddetto «trigger MDA», la soglia al di sotto della quale scattano restrizioni automatiche sulla distribuzione di dividendi e bonus.

La riduzione del CET1, cioè il «nucleo» del patrimonio bancario composto da azioni e utili accantonati, nello scenario avverso europeo appare più accentuata rispetto a quella americana (4 punti contro 1,6). Ma il confronto diretto è fuorviante, poiché gli scenari avversi sono costruiti diversamente, i modelli di ponderazione del rischio divergono e la struttura stessa dei due sistemi bancari (quello europeo è più frammentato e meno concentrato), rende i numeri aggregati difficilmente sovrapponibili.

In Svizzera esami «interni»

La Svizzera occupa in questo panorama una posizione anomala. Innanzitutto, non è la banca centrale che conduce l’esame sugli istituti di rilevanza sistemica (sono «appena» quattro, di cui solo una con presenza globale), bensì la Finma, che oltretutto non pubblica risultati aggregati né i rapporti patrimoniali istituto per istituto. L’esercizio è inteso come uno strumento di «supervisione interna», i cui risultati non vengono divulgati sistematicamente. L’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari ha reso noto nel suo rapporto annuale 2026 di aver condotto scenari di stress nel 2025 con interventi correttivi in 14 casi e di aver richiesto alle banche sistemiche piani dettagliati su come farebbero fronte a una crisi. Ma nessun numero è stato reso disponibile al pubblico nel formato adottato dalla Fed o dall’EBA.

Il vero dibattito svizzero si gioca altrove, non sui risultati delle simulazioni, bensì sui requisiti di capitale che li precedono e li condizionano. Mentre negli Stati Uniti e in Europa la tendenza prevalente è verso una maggiore flessibilità regolamentare, la Svizzera sta muovendo nella direzione opposta - e in particolare per un solo istituto, UBS. Il Consiglio federale, ricordiamo, ha proposto in aprile che UBS copra integralmente in CET1 le partecipazioni nelle proprie filiali estere, una misura che, secondo le stime della banca, comporterebbe la raccolta di circa 22 miliardi di dollari di capitale aggiuntivo.

Il Parlamento, che ha avviato l’iter in commissione il 4 maggio scorso ed è chiamato a pronunciarsi verosimilmente nella prossima sessione autunnale, sembra orientato verso un compromesso, con una copertura del 70-80% invece del 100%, che ridurrebbe il fabbisogno aggiuntivo a circa 15 miliardi. Ma la «ministra» delle Finanze Karin Keller-Sutter pare non voler cedere di un millimetro. Intervenendo martedì scorso al Point Zero Forum di Zurigo, la consigliera federale a capo del Dipartimento federale delle finanze ha ribadito che i requisiti proposti «sono giustificati» e ha avvertito che le banche ben capitalizzate offrono un vantaggio competitivo, non uno svantaggio, evocando il tracollo di Credit Suisse come argomento definitivo e lanciando un segnale non privo di ironia verso Washington: per Keller-Sutter, la deregolamentazione continua negli Stati Uniti rischia di «aprire la strada a una nuova crisi». Secondo indiscrezioni non smentite, la consigliera federale sarebbe pronta a procedere per ordinanza qualora il Parlamento dovesse «annacquare» eccessivamente la proposta governativa.