L'intervista

«Certo, il rischio esiste sempre. Ma è l’unico modo di procedere»

Guerre e crisi geopolitiche stanno riconfigurando, in pratica ogni giorno e profondamente, alcune dinamiche dei commerci globali. Ne parliamo con Riccardo Braglia, CEO del gruppo farmaceutico Helsinn
© EPA/Olivier Hoslet
Tommy Cappellini
Tommy Cappellini
23.10.2026 06:00

Questa intervista è ripresa dal libro «Il genio del rischio. Storie di coraggio, misura e visione», pubblicato in occasione dei 30 anni della società di intermediazione assicurativa ticinese RVA Associati SA.

Guerre e crisi geopolitiche stanno riconfigurando, in pratica ogni giorno e profondamente, alcune dinamiche dei commerci globali. Ne parliamo con Riccardo Braglia, CEO del gruppo farmaceutico Helsinn.

Nella conduzione famigliare di Helsinn siete ormai alla quarta generazione. Come è cambiato il vostro rapporto con il rischio geopolitico?

«Quando sono entrato io in azienda, i grandi cambiamenti nel mondo farmaceutico arrivavano ogni dieci anni, forse ogni otto. Poi hanno iniziato ad arrivare ogni cinque anni. Oggi arrivano ogni anno. Con le nuove problematiche geopolitiche, anche ogni sei mesi. La generazione dei miei figli è cresciuta in una realtà molto più mobile. Hanno studiato in luoghi diversi - Boston, Londra, Berkeley - e questo ha dato loro una mentalità più internazionale rispetto alla mia, che sono cresciuto tra Milano e il Ticino. Vedono il mondo in modo più ampio e hanno una percezione diversa sia dei rischi sia delle opportunità».

I rischi geopolitici, in qualche modo, non sono sempre esistiti?

«Certo, così come i rischi di prodotto. Ma a questi si sono aggiunti i rischi di una concorrenza molto più aggressiva, poi quelli relativi ai dazi e alle tariffe, alle guerre commerciali nascoste, senza dimenticare il cyber risk, che quando ho iniziato a lavorare semplicemente non esisteva. Oggi puoi perdere dati significativi, subire attacchi informatici, vedere compromessa un’attività importante da una falla digitale».

Il rischio può diventare anche un amico, per l’imprenditore?

«Esiste a proposito una regola abbastanza semplice: se c’è un rischio che nessuno vuole prendersi, spesso lì dentro si nasconde un’opportunità».

Mi fa un esempio concreto?

«Quando andai in California, a Palo Alto, alla Roche, trovai un prodotto che stavano lasciando in un cassetto. Era un farmaco di terza generazione contro nausea e vomito legati alle terapie oncologiche. Nessuno ci credeva davvero. Noi invece abbiamo deciso di prenderlo, svilupparlo, investirci sopra. Era un rischio importante - soldi, tempo, organizzazione - ma alla fine si è rivelato uno dei nostri prodotti migliori. Lo sviluppo di un farmaco è un processo lungo, complesso e costoso. E in ogni fase di sviluppo c’è la possibilità che tutto si fermi e che anni di lavoro vadano buttati. Il rischio esiste sempre. Ma è l’unico modo per andare avanti in un’azienda farmaceutica».

Visto che lo sviluppo farmaceutico è così lungo, come si tutela un’azienda? Esistono forme di assicurazione del rischio?

«In realtà, per quanto ne sappia, nessuno assicura davvero lo sviluppo farmaceutico in sé. Esistono assicurazioni di responsabilità civile, certo: quando il farmaco arriva sul mercato si cerca di proteggere il paziente, il medico, gli studi clinici. Per esempio, durante le sperimentazioni il volontario sano o il paziente sono coperti nel caso succeda qualcosa di imprevisto da quanto dichiarato nel protocollo. Ma il valore stesso dello sviluppo, quello no, non è assicurabile».

Come fate, allora?

«Lavoriamo sui modelli previsionali: statistica, matematica, dati di laboratorio, confronti con farmaci già esistenti. Tutto serve a rendere il rischio più accettabile».

Il Ticino è un territorio che ha una cultura adatta al rischio imprenditoriale?

«Secondo me, in Svizzera - e il Ticino non fa eccezione - esiste una forte aspettativa di rischio zero. La percezione diffusa è che tutto debba essere sicuro: niente furti, niente problemi, niente imprevisti. Ma il rischio zero non esiste. Quando vai a sciare, quando nuoti nel lago, quando apri un’azienda, il rischio fa parte della vita. Culturalmente la Svizzera non è sempre del tutto preparata a gestire il rischio, né sul piano sociale né talvolta sul piano istituzionale. Detto questo, ci sono tantissimi imprenditori svizzeri che hanno rischiato davvero e costruito realtà straordinarie. Penso, ad esempio, alla Medacta di Castel San Pietro».

Ma si può pensare anche alla sua famiglia...

«Se vuole, sì. Abbiamo continuato a investire, ad acquisire aziende, a entrare in mercati nuovi - America, Cina - e stiamo già pensando ad altre acquisizioni, nello stile di quella recente di Cerbios Pharma. In Ticino esistono più imprenditori disposti a rischiare di quanto si immagini».

Chi fa impresa deve confrontarsi non solo con una cultura che vorrebbe sempre il rischio zero, ma anche con le famigerate autorità regolatorie. Quanto pesano?

«Moltissimo. E qui si apre un altro capitolo. Operando nel nostro settore dobbiamo vedercela con numerose autorizzazioni industriali, regolazioni sanitarie, autorità cantonali, Swissmedic e organismi internazionali quali EMA e FDA. Tutto deve essere condiviso fin dall’inizio, altrimenti si rischia di arrivare alla fine di uno sviluppo e sentirsi dire: avete fatto nel modo sbagliato. Ci sono state autorità collaborative, che ci hanno aiutato a evitare errori, e altre molto punitive. Dipende dal Paese, dal momento storico, persino dalle persone. Quando si riesce a costruire un dialogo serio, il rischio si riduce. Quando manca, le autorità regolatorie possono diventare un ostacolo enorme».

Torniamo alla geopolitica. Oggi significa parlare di tensioni crescenti, globali e quotidiane.

«Ancora prima dei dazi, nel nostro settore c’è il problema del prezzo dei farmaci. Alla fine sono spesso le autorità pubbliche o le casse malati a stabilire quanto un farmaco verrà rimborsato. E non sempre tengono davvero conto degli anni di sviluppo, dei costi, del risparmio di terapie meno efficaci e del rischio che ha comportato lo sviluppo di un determinato farmaco. Ed è più facile ridurre il prezzo di un farmaco che mettere mano ai costi strutturali di un sistema sanitario. Poi c’è tutto il tema delle tariffe commerciali e dei dazi, che oggi è diventato molto più instabile».

In che misura?

«Da un semestre all’altro possono cambiare gli scenari. Fino a poco tempo fa, gran parte del settore farmaceutico americano produceva fuori dagli Stati Uniti. La parte chimica si faceva spesso in Europa o in Asia, il confezionamento finale altrove, infine il prodotto veniva importato in America. Era normale. Oggi improvvisamente si vuole riportare la produzione negli Stati Uniti. Ma chiederlo è una cosa, realizzarlo un’altra. Nel nostro settore non si costruisce una fabbrica in poco tempo: servono autorizzazioni, macchinari specialistici, competenze scientifiche, controlli di qualità. Tra il momento in cui si decide di costruire un nuovo stabilimento e quello in cui si produce passano cinque anni, se va bene».

Vi aspettavate uno scenario come quello che si è aperto con il secondo mandato di Trump?

«Francamente no. Mi aspettavo una politica “America First”. Incentivi per riportare produzione negli Stati Uniti, agevolazioni per chi investiva localmente. Quello sì. Ma una guerra commerciale così aggressiva, con tariffe così forti e un dollaro tanto instabile rispetto al franco svizzero, non me l’aspettavo. E credo di poter dire che non se l’aspettasse quasi nessuno. Lo si è visto anche dalle reazioni iniziali del nostro Consiglio federale».

Se non dagli USA, da dove temeva potessero arrivare le tensioni commerciali?

«Da nazioni come la Cina o l’India, perché lì sappiamo che le regole possono cambiare rapidamente e infatti il nostro modello d’affari in Cina l’abbiamo modificato più volte nel tempo. Ma dagli Stati Uniti - il Paese del libero commercio - no. E poi c’è un elemento ulteriore: con certe leadership diventa difficile distinguere ciò che è probabile da ciò che è possibile».

Dove vede oggi opportunità?

«Spero molto nell’Europa, anche se finora è sembrata piuttosto debole e poco unita. Credo che l’unica strada sia una maggiore integrazione, a partire dalla difesa, ma non solo. La Brexit ha dimostrato quanto sia difficile stare fuori da un sistema integrato. Se l’Europa si frammenta rischia di diventare soltanto terreno di conquista per investitori americani, arabi o cinesi».

Altri mercati?

«Il Medio Oriente - Emirati, Qatar, Arabia Saudita - sta crescendo anche sul piano scientifico. La Cina è cambiata. Prima copiava i prodotti e le innovazioni di altri Paesi. Oggi sviluppa innovazione vera. Nel farmaceutico collaboriamo già con aziende cinesi che stanno lavorando a molecole interessanti. Hanno accesso a quantità enormi di dati clinici, grazie alla dimensione della popolazione».

La Cina è stata a lungo il simbolo della copiatura industriale. Come vi siete protetti?

«Per molti anni, semplicemente, non siamo andati in Cina. Abbiamo aspettato che esistesse un sistema di brevetti affidabile. Quando è arrivato, siamo entrati e abbiamo iniziato a proteggere i nostri farmaci attraverso la proprietà intellettuale. Oggi però il rapporto è cambiato. Collaboriamo con aziende cinesi su progetti futuri. E questo ci porta a un punto importante: per noi la partnership è sempre stata il modo principale per ridurre il rischio. Certo, riduce anche i margini, ma permette di redistribuire l’esposizione finanziaria e industriale. E lo stesso vale per i brevetti. La scelta del Paese in cui registrare per primi, il quadro giuridico, il partner giusto: sono tutte decisioni fondamentali nella gestione del rischio».

Riccardo Braglia, CEO del gruppo farmaceutico Helsinn.
Riccardo Braglia, CEO del gruppo farmaceutico Helsinn.