Cibo, fertilizzanti e tecnologia vittime della crisi di Hormuz

Col prolungarsi del conflitto che investe il Golfo e il Medio Oriente, le conseguenze economiche si allargano anche al di là dell’aspetto energetico. Al centro vi sono petrolio, gas naturale e il quasi dimenticato elio, esportato dal Qatar come il gas naturale e impiegato per gli impianti medicali di risonanza magnetica e nell’industria high tech. Ma quanto sta avvenendo coinvolge le catene di approvvigionamento di molti beni e fa sentire i suoi effetti su vari settori. Basti pensare ai fertilizzanti, ai riflessi sulla produzione agricola e alimentare, alle migrazioni che inevitabilmente ogni crisi comporta, ai trasporti, allo shipping, alla logistica, al turismo, ai viaggi e alle crociere, fino al mondo delle assicurazioni, della sicurezza e della finanza.
Alcuni comparti, per la loro rilevanza sociale e geopolitica, meritano un’attenzione particolare, a iniziare proprio da quelli alimentari e dai fertilizzanti agricoli essenziali, componenti importanti dei flussi di Hormuz.
Prezzi alimentari esplosi
I Paesi che si affacciano sul Golfo e che ospitano nel loro insieme circa 60 milioni di persone sono quasi completamente dipendenti dalle importazioni per molti prodotti, fra i quali riso (quasi l’80%), mais (90%), semi di soia (95%), oli vegetali (oltre il 90%), secondo i dati riportati dall’Institute for Public Policy Research di Londra. In Iran, in un anno, i prezzi dei beni alimentari sono aumentati mediamente del 40%. Nella regione, il prezzo del riso è salito di ben sette volte, quello delle lenticchie e dell’olio vegetale di tre volte. Se la crisi di Hormuz perdura, è probabile che il problema venga risolto con l’apertura di corridoi terrestri, che metterebbero tuttavia Turchia, Siria e Russia in condizione di controllare questi flussi vitali. L’Arabia Saudita, parzialmente al riparo in quanto importa prevalentemente dai porti del Mar Rosso, potrebbe trovarsi a fare i conti con la minaccia degli Houthi yemeniti alla porta sud del Bab el-Mandeb.
Anche per il comparto dei fertilizzanti agricoli gli operatori avevano puntato sui Paesi del Golfo allo scopo di sopperire alle perdite di forniture causate dalla crisi russo-ucraina e alle restrizioni all’export imposte da Pechino. Circa un quarto della produzione mondiale di fertilizzanti passa dallo Stretto di Hormuz e il blocco ha causato impennate dei prezzi a due cifre.
Manca acqua e pane
I Paesi del Medio Oriente, del Golfo e del Nord Africa sono i maggiori consumatori al mondo di alimenti a base di grano e, come la storia ha dimostrato, ogni sconvolgimento nell’offerta può determinare gravi turbolenze sociali. In situazioni critiche versano da anni Paesi quali il Sudan, altre aree africane e lo Yemen. All’insicurezza alimentare si aggiunge il problema dell’acqua, con gli attacchi che hanno preso di mira impianti di desalinizzazione in Bahrain e in Arabia Saudita, complessi fondamentali per assicurare la fornitura di acqua potabile a oltre 100 milioni di persone.
Oggi si può parlare quindi di weaponization, cioè di uso strategico non solo delle fonti energetiche e di materie prime sensibili, ma anche di beni vitali quali cibo e acqua.
La crisi del Golfo non risparmia neppure i settori tecnologici: droni hanno colpito data center commerciali e impianti di Amazon negli Emirati e in Bahrain, determinando l’interruzione di vari servizi digitali, inclusi quelli di alcune banche, ed evidenziando la vulnerabilità di queste strutture, fra cui i supercomputer dai costi stratosferici e delle basi stesse su cui poggia l’intelligenza artificiale. Un’altra vittima della weaponization in corso potrebbe essere il petrodollaro, visto l’accordo fra Iran e Cina, suo principale cliente, che consente il passaggio delle petroliere dal fatidico stretto purché la negoziazione avvenga in yuan.
Questa mossa di Teheran viene vista dagli operatori come un’iniziativa dalla forte valenza geopolitica, al di là dei suoi aspetti tecnici.
Una strategia centrata sul «petroyuan» contribuirebbe al processo di dedollarizzazione e, cosa non trascurabile, renderebbe più facile eludere, o rendere meno applicabili, le sanzioni occidentali, i congelamenti di fondi e le altre penalizzazioni decise da Washington e da Bruxelles. Peraltro, già il mercato energetico di altri importanti Paesi, quali l’India, si indirizza verso l’utilizzo di valute diverse dal biglietto verde. Non mancano neppure forme di «ritorno all’antico», come baratti e pagamenti in oro.