Geopolitica

Come la Cina spera di trarre vantaggio dal conflitto nel Golfo Persico

Pechino guarda con una certa soddisfazione agli errori di Washington nella guerra contro l’Iran e si prepara a raccoglierne i frutti
Xi Jinping ha scelto di restare in disparte seguendo la massima di Napoleone: «Non interrompere mai il tuo nemico mentre sta commettendo un errore». © AP Photo/Mark Schiefelbein
The Economist
07.04.2026 06:00

Entrare in guerra contro l’Iran prometteva di trasformare il Medio Oriente, indebolendo un regime considerato ostile e frenandone le ambizioni nucleari. Per i sostenitori più convinti, il conflitto avrebbe potuto cambiare anche gli equilibri globali, mettendo sotto pressione una Cina in ascesa: avrebbe dimostrato come il controllo americano sui flussi petroliferi renda Pechino vulnerabile e rafforzato la deterrenza, evidenziando la superiorità militare statunitense rispetto alla riluttanza, o incapacità, cinese di sostenere i propri alleati.

A un mese dall’inizio delle ostilità, questa logica appare tuttavia fuorviante e segnata da eccessiva sicurezza. È questa, almeno, la percezione prevalente a Pechino. Interpellati da The Economist, diplomatici, consiglieri, accademici ed esperti, oltre a funzionari attuali ed ex funzionari cinesi, giudicano quasi all’unanimità la guerra come un grave errore americano. La Cina, spiegano, ha scelto di restare in disparte seguendo una massima attribuita a Napoleone Bonaparte: «Non interrompere mai il tuo nemico mentre sta commettendo un errore».

Molti osservatori cinesi ritengono che il conflitto accelererà il declino degli Stati Uniti. L’aggressività americana viene interpretata come una conferma della linea del presidente cinese Xi Jinping, che privilegia la sicurezza rispetto alla crescita economica. Inoltre, si prevede che la fase successiva alla guerra offrirà opportunità che la Cina saprà sfruttare. Sullo sfondo rimangono tuttavia timori e il rischio di un possibile errore di calcolo da parte di Pechino.

In primo luogo, a Pechino si ritiene che gli Stati Uniti stiano reagendo contro l’Iran perché percepiscono un indebolimento della propria potenza. Come la Gran Bretagna nel XIX secolo, una dimostrazione imponente di forza militare contrasta con la mancanza di obiettivi chiari e di autocontrollo. Il presidente Donald Trump ha ignorato i consigli degli esperti e lanciato minacce estemporanee, mentre si preparava a rivolgersi alla nazione tra indiscrezioni su un possibile disimpegno. L’assenza di una strategia coerente espone Washington al rischio di fallimento.

Gli analisti cinesi sperano che la guerra alimenti ulteriormente il discorso sul declino americano. Le ipotesi di un’operazione terrestre avanzate da Trump mostrano quanto facilmente una decisione avventata possa condurre a un’escalation. Se l’Iran dovesse sprofondare nel caos o il regime sopravvivere, gli Stati Uniti potrebbero restare impantanati per anni in Medio Oriente. E se Teheran decidesse di dotarsi dell’arma nucleare, Washington potrebbe trovarsi di nuovo in guerra.

Tutto ciò distoglierebbe l’attenzione americana dall’Asia orientale, dove, secondo le ambizioni di Pechino, si giocheranno gli equilibri del XXI secolo. Il conflitto inquieta inoltre i Paesi alleati degli Stati Uniti: non solo il loro partner appare meno affidabile, ma essi devono anche sostenere i costi della sua impulsività sotto forma di energia e materie prime più care. Ne conseguirà una maggiore cautela, da parte dei Paesi asiatici, nell’irritare la Cina?

In secondo luogo, i dirigenti cinesi ritengono che la guerra dimostri la validità della strategia di autosufficienza promossa da Xi, anche a scapito della crescita economica, che resta ostinatamente inferiore al suo potenziale. Pechino ha cercato di proteggersi dai cosiddetti «colli di bottiglia» strategici: ha accumulato una riserva strategica di petrolio di 1,3 miliardi di barili, sufficiente per diversi mesi; ha diversificato la produzione energetica puntando su nucleare, solare ed eolico, senza rinunciare al carbone estratto sul territorio nazionale; e ha adottato un approccio pragmatico facilitando il commercio petrolifero iraniano.

Parallelamente, Xi ha investito nella creazione di propri punti di pressione nei confronti degli Stati Uniti. Dopo l’inasprimento dei dazi da parte di Trump lo scorso anno, Pechino ha minacciato di limitare l’export di terre rare, cruciali per l’elettronica e le tecnologie verdi. Sebbene questo vantaggio possa attenuarsi con la diversificazione delle forniture americane, la Cina sta già individuando nuove leve: molecole farmaceutiche essenziali, alcuni semiconduttori e la logistica. L’obiettivo è dominare le tecnologie emergenti, come il calcolo quantistico e la robotica.

Infine, la guerra apre nuove opportunità. I Paesi del Golfo e l’Iran metteranno a gara lucrosi contratti di ricostruzione. Molti Stati, preoccupati da possibili blocchi futuri nello stretto di Hormuz, potrebbero rivolgersi alle tecnologie verdi cinesi, dai pannelli solari alle turbine eoliche, fino alle batterie - settori caratterizzati da una forte sovracapacità produttiva. A differenza degli Stati Uniti, percepiti come incostanti, la Cina offre un pragmatismo interessato ma prevedibile.

Pechino ritiene inoltre di poter sfruttare la posizione americana. Indebolito dalla crisi iraniana, Trump potrebbe mostrarsi più disponibile al negoziato. In vista di un vertice con Xi a Pechino in maggio, la Cina punta a gettare le basi per un accordo che limiti l’uso statunitense di dazi e controlli all’export e che, forse, apra a investimenti cinesi negli Stati Uniti. Nel migliore dei casi, Trump potrebbe dichiarare l’opposizione americana all’indipendenza di Taiwan e il sostegno a una riunificazione pacifica - un allontanamento dalla tradizionale ambiguità strategica elaborata da Henry Kissinger.

Un mondo instabile fa male anche a Pechino

L’ottimismo di Pechino è però temperato da alcune preoccupazioni. Gli esperti cinesi sono colpiti dall’uso dell’intelligenza artificiale da parte delle forze armate americane per coordinare le operazioni. Ciò rafforza l’idea che Xi non abbia fretta di invadere Taiwan: come dimostra il caso iraniano, la guerra è imprevedibile. Se davvero gli Stati Uniti sono in declino, un conflitto potrebbe rivelarsi inutile. Restano inoltre timori economici: un conflitto prolungato danneggerebbe anche la Cina e le sue esportazioni, pur colpendo ancor più altri Paesi.

Nonostante l’analisi lucida, la Cina presenta un punto cieco strategico: fatica a immaginare uno scenario in cui gli Stati Uniti agiscano come una potenza destabilizzatrice, smantellando l’ordine internazionale che essi stessi hanno costruito. Pur criticando spesso i valori occidentali, la Cina ha prosperato all’interno di un sistema di regole che Washington ha contribuito a sostenere.

Un mondo instabile sarebbe scomodo per Pechino. Il disordine globale metterebbe a rischio un modello di crescita fondato sulle esportazioni, pilastro della legittimità del Partito, insieme alla prosperità, all’ordine interno e all’idea di eccezionalismo cinese.

Questo scenario potrebbe accompagnare il declino americano, ma non è inevitabile. Di fronte ai cambiamenti tecnologici e politici, gli Stati Uniti hanno più volte dimostrato una notevole capacità di reinventarsi. La Cina, al contrario, appare prudente, segnata dall’invecchiamento demografico e vincolata dall’ideologia del Partito. Finora, ogni volta che gli Stati Uniti hanno ridotto il proprio ruolo di garanti della sicurezza globale, Pechino ha esitato a colmare il vuoto.

La Cina scommette molto sull’ipotesi che gli Stati Uniti non riescano a prosperare nel caos che essi stessi contribuiscono a generare. Ma esiste anche un futuro in cui Washington abbraccia il cambiamento mentre la Cina si chiude su sé stessa. E quel futuro potrebbe appartenere proprio agli Stati Uniti.