«Come utilizzare l’IA, questa è la scommessa»

L’intelligenza artificiale rappresenta una importante opportunità per l’umanità, ma anche una grande sfida. Basti pensare al recente allarme sulla capacità dell’IA di sfuggire al controllo umano. Ma in generale, anche se molti sottolineano i vantaggi di questa nuova tecnologia, sempre più emergono i punti meno favorevoli, soprattutto per alcune categorie sociali. Ne abbiamo parlato con CarloAlberto Carnevale Maffè, professor of Strategy SDA Bocconi School of Management.
Si parla molto di intelligenza artificiale, sottolineandone i vantaggi e le potenzialità. Ma questo settore, che tra l’altro ha vissuto un boom in Borsa, pone anche dei rischi e dei problemi. Abbiamo già assistito ad alcuni scossoni. A suo modo di vedere, innanzitutto, esiste una bolla finanziaria legata all’IA?
«Probabilmente sì, ed è bene capire che cosa significa: una bolla è un fatto di prezzi, non un verdetto sulla tecnologia. Nell’Ottocento la febbre delle ferrovie britanniche rovinò migliaia di risparmiatori, e i binari rimasero. Nel 2000 accadde lo stesso con la fibra ottica: fallirono le società, ma su quei cavi oggi passano i film che guardiamo la sera. Anche se i corsi si sgonfiassero, i centri di calcolo e i modelli resterebbero lì. Il segnale da tenere d’occhio non sono le quotazioni, ma la provenienza dei ricavi: crescono più in fretta i pagamenti dei clienti finali o gli investimenti incrociati fra le stesse quattro o cinque aziende che si comprano capacità a vicenda? Nel primo caso c’è un mercato, nel secondo un giro contabile. La domanda giusta, per chi investe, non è se la tecnologia funziona: è se il prezzo che sta pagando incorpora già l’ipotesi che per dieci anni fili tutto liscio. Le bolle, del resto, non sono soltanto un danno: servono a finanziare in pochi anni infrastrutture che nessun piano pubblico avrebbe mai osato costruire. Il conto lo pagano gli azionisti, il beneficio resta a tutti gli altri».

L’IA creerà problemi ai lavoratori? Non tutti riescono ad adattarsi allo stesso ritmo. Si può prevedere in che misura?
«Chiunque le dia un numero le sta vendendo qualcosa. Quello che possiamo dire con onestà è che l’intelligenza artificiale sostituisce compiti, non mestieri. Un consulente passa metà giornata a scrivere mail e leggere documenti: quelle attività si automatizzano domani mattina. La fiducia del cliente, la responsabilità di una firma, la capacità di capire il contesto restano umane, e non per ragioni sentimentali: perché qualcuno deve poterne rispondere. Un cacciavite elettrico non fa l’idraulico; l’IA è un cacciavite elettrico con molte teste. I dati disponibili raccontano una transizione, non un crollo: l’Organizzazione internazionale del lavoro stima che un lavoratore su quattro svolga un’attività in qualche misura esposta, ma che solo il tre per cento circa stia nella fascia più alta. In Danimarca, dopo due anni di adozione rapida, gli effetti su stipendi e ore lavorate sono rimasti minimi. Il vero rischio non è la disoccupazione di massa: è che l’adattamento sia molto diseguale, veloce per chi ha strumenti e formazione, lentissimo per gli altri».
Quali saranno i mestieri più toccati, e quali le competenze utili nel nuovo mondo dell’IA?
«I più esposti sono i lavori fatti di testo e numeri ripetitivi: pratiche amministrative, assistenza clienti di primo livello, traduzioni standard, prime stesure di documenti e di codice, controlli formali. I meno esposti sono quelli che richiedono presenza fisica, relazione o responsabilità legale: l’idraulico e l’infermiere dormono sonni più tranquilli di molti impiegati. Sulle competenze la risposta è meno ovvia di quanto si creda. Non servirà tanto saper usare i programmi, che diventano ogni mese più facili, quanto saper porre bene il problema e riconoscere quando la macchina sbaglia con sicurezza. È lì che si annida il pericolo: questi sistemi hanno un tono sempre autorevole, anche quando raccontano sciocchezze. Chi possiede il mestiere se ne accorge in tre secondi, chi non lo possiede consegna l’errore al cliente. Detto in breve: torna prezioso il giudizio, cioè la cosa che le scuole hanno smesso di insegnare per prima. Vale anche per i mestieri manuali, dove l’esperienza serve proprio a capire quando qualcosa non torna».
Siamo anche di fronte a una disparità fra chi sa utilizzare questo strumento e chi invece ne resta ai margini. Inoltre anche il “mondo del sapere”, come le università, il mondo culturale, il giornalismo, deve reinventarsi, visto che con un telefonino si possono sapere le stesse cose che un uomo di cultura. Vede un problema a questo livello?
«Il telefono dà accesso alle informazioni, non al criterio per usarle, ed è una differenza enorme. La stessa preoccupazione accompagnò la stampa, l’enciclopedia e poi Wikipedia: ogni volta si è temuto che l’abbondanza di risposte rendesse inutile chi sapeva. È accaduto il contrario, perché più risposte circolano, più diventa scarso chi sa scegliere fra quelle giuste e quelle sbagliate. Università e giornali perdono valore nel trasmettere ciò che è già noto, e ne acquistano nel verificare, nel selezionare e nel metterci la faccia. Un giornale non vale per le notizie che possiede, ma per quelle che si rifiuta di pubblicare. Il divario che mi preoccupa, quindi, non è nell’accesso allo strumento, che ormai è di tutti: è nella qualità della domanda che si sa formulare. E quella non si scarica: si impara, il che significa che il problema è di scuola e di formazione continua molto più che di tecnologia. Chi non sa che cosa chiedere otterrà risposte mediocri da uno strumento eccellente, e resterà convinto che lo strumento sia mediocre».
Esiste anche un inasprimento delle differenze fra ricchi e poveri. Chi ha investito nell’IA ha guadagnato moltissimo, e gli altri invece sono alle prese con salari stagnanti. A suo modo di vedere questo allargherà ulteriormente la disparità fra ricchi e poveri, e fra paesi industrializzati e in via di sviluppo?
«Nel breve periodo sì, ed è inutile girarci intorno: i guadagni di una tecnologia nuova vanno prima a chi possiede le macchine e il capitale, e solo dopo si diffondono attraverso prezzi più bassi e salari più alti. L’elettricità impiegò quarant’anni a diventare un vantaggio per tutti. La differenza la fanno le politiche pubbliche, e qui l’Europa continua a sbagliare bersaglio: si discute di tassare i robot o i cosiddetti token, cioè di tassare lo strumento che aumenta la produttività, invece di alleggerire il carico fiscale sul lavoro e di finanziare la riqualificazione delle persone. È come dire a un contadino: se compri un badile ti aiutiamo, se compri un trattore ti tassiamo. Sui Paesi poveri sono più ottimista di molti colleghi: un assistente medico o un tutor scolastico che costa pochi centesimi può valere moltissimo dove mancano medici e insegnanti. A patto che arrivino prima l’energia elettrica e una connessione decente, che restano il vero divario digitale, molto più dei modelli».
Non sottovalutare i rischi per la democrazia
L’IA pone sfide anche alla democrazia, a cominciare dal pericolo di sfuggire al controllo dell’uomo, fino al potere di controllo degli Stati sui cittadini. E quest’ultimo è il rischio che sottovalutiamo di più, secondo il professor Carnevale Maffé, perché non è futuribile: è già operativo. «Per secoli la sorveglianza è stata limitata da un fatto banale, il costo dell’attenzione umana: servivano persone per leggere le lettere e ascoltare le telefonate, e quel costo proteggeva la nostra libertà molto più di qualunque principio. L’intelligenza artificiale azzera quel costo. Oggi si possono osservare milioni di persone con la stessa spesa con cui prima se ne osservavano dieci» afferma.
«La risposta non è regolare la tecnologia, che è ovunque - prosegue - ma regolare l’uso che ne fa il potere pubblico: autorizzazione di un giudice, tracciamento di ogni accesso, verifiche indipendenti, divieto della sorveglianza biometrica di massa. C’è poi un effetto meno visibile e altrettanto serio: quando tutti sanno che un video può essere falso, chiunque venga ripreso mentre commette un abuso può sostenere che il filmato sia stato fabbricato. Il pericolo maggiore non è credere al falso: è smettere di credere al vero. Una democrazia può sopravvivere a qualche bugia ben confezionata; fatica molto di più a sopravvivere a cittadini convinti che nessuna prova valga niente».
