Gestione patrimoniale

Dollaro USA, un «bene rifugio» che non lo è

Il clima di incertezza geoeconomica d’oltre Atlantico pone il mondo economico svizzero davanti alla domanda se valga ancora la pena investire negli Stati Uniti - Le alternative ci sono ma il passaggio non è così semplice - Il biglietto verde, inoltre, non è più garanzia di sicurezza
I mercati finanziari americano valgono 120 mila miliardi di dollari, quasi la metà del valore di quelli a livello globale. © AP/Richard Drew
Dimitri Loringett
25.09.2025 06:00

Nell’attesa che le nuvole attorno alla questione dei dazi USA si diradino, in Svizzera più di un imprenditore guarda oltre e si pone la domanda se valga ancora la pena commerciare con gli Stati Uniti. La risposta va trovata nelle alternative, che ci sono (la Svizzera, come membro dell’AELS, gode di ben 35 Accordi di libero scambio con 45 Stati o gruppi di Paesi nel mondo), ma quello statunitense è ancora il mercato più grande e soprattutto accessibile del pianeta e decidere di rinunciarvi non è semplice.

Davanti a un dilemma simile si trova anche chi si occupa di gestione patrimoniale, specialmente in ambito istituzionale (fondi pensione): il mercato finanziario americano, inteso come capitalizzazione di mercato di titoli azionari e obbligazionari (inclusi quelli governativi) vale circa 120 mila miliardi di dollari, quasi la metà del valore dei mercati a livello globale e tre volte quello europeo. Ma soprattutto è quello in assoluto più liquido e, in particolare per l’azionario, fra i più redditizi. E non solo: rinunciarvi è difficile non tanto perché gli altri mercati sono «limitati», quanto perché con un’economia che presenta un cronico surplus delle partite correnti, la Svizzera – come molti altri Paesi – è praticamente «costretta» a investire nel mega-mercato a stelle e strisce.

La Borsa riparte, il dollaro no

A complicare le cose c’è poi il dollaro. Da decenni, infatti, la valuta USA è considerata un hedge (copertura) naturale durante le fasi ribassiste delle Borse: quando Wall Street crolla, spesso trascinando con sé buona parte dei listini globali, l’apprezzamento del tasso di cambio del dollaro solitamente limita le perdite degli investitori su azioni e obbligazioni statunitensi.

L’ultimo e più celebre episodio è stato durante la crisi finanziaria globale del 2008, quando tutto crollava – Borse, banche, assicurazioni ecc. – e il dollaro s’impennava. Ma ora questo «paradigma» potrebbe cambiare.

Dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca in gennaio fino al famoso Liberation Day in aprile, sia la Borsa, sia il dollaro, sono scesi – l’indice di riferimento S&P 500 di circa il 20%, il Dollar Index dell’8%. Da allora, però, i listini azionari USA sono rimbalzati e continuano a segnare nuovi livelli massimi, mentre il biglietto verde ha ceduto ancora terreno (contro franco ha toccato in questi giorni un minimo storico attorno a 0,7850) e non mostra segnali di ripresa. È finito quindi il ruolo del dollaro quale «bene rifugio»?

C’è chi sostiene che non lo è mai stato davvero. Come l’ex funzionario del Tesoro USA Brad Setser, che in una recente analisi sostiene che la vera causa dell’impennata del biglietto verde nel 2008 sarebbe stata la rapida liquidazione da parte di investitori statunitensi delle loro operazioni di carry trade nelle economie emergenti finanziate in dollari utilizzati per sfruttare i differenziali dei tassi di interesse.

«Eccezionalità» USA minata

Nel contesto attuale in cui l’amministrazione USA sta cercando di ridurre la storica «sopravvalutazione» del dollaro per ridurre il suo deficit commerciale e sostenere il programma di reindustrializzazione del presidente Trump, la perdita di fiducia nel greenback quale «bene rifugio» da parte degli investitori internazionali minerebbe la tanto declamata «eccezionalità» degli Stati Uniti.

Con quali conseguenze, quindi, per la asset allocation degli investitori nel resto del mondo? «I mercati finanziari statunitensi restano essenziali per una diversificazione globale, data la concentrazione di opportunità, soprattutto nel settore tecnologico», afferma al CdT José Antonio Blanco, Senior Financial Market Advisor presso presso Swiss Life Asset Managers. «Tuttavia – prosegue – nel breve termine è importante gestire con cautela l’esposizione al dollaro, i tassi e i credit spread. Le valutazioni elevate e la crescente importanza di pochi titoli richiedono prudenza anche sulle azioni USA».

Ma, in generale, quanto investe un fondo pensione privato svizzero nel mercato nordamericano? Secondo un indice calcolato da UBS, l’esposizione media si aggira intorno al 15%, «ma non si possono trarre conclusioni generali – precisa Blanco – poiché le strategie d’investimento delle casse pensioni variano sensibilmente e i dati disponibili sono limitati».

Copertura del rischio di cambio

Nonostante le ancora ottime prospettive di rendimento sui mercati USA, gli investitori stranieri in attività statunitensi si stanno affrettando a coprire la loro esposizione al dollaro, segno di un crescente nervosismo riguardo all’impatto delle politiche di Donald Trump sulla valuta dominante a livello mondiale. Stando a un’analisi di Deutsche Bank, circa l’80% dei 7 miliardi di dollari che sono affluiti negli ETF azionari statunitensi domiciliati all’estero negli ultimi tre mesi è stato oggetto di copertura, contro il 20% circa di inizio anno.

«Tradizionalmente si copriva solo il rischio di cambio delle obbligazioni – spiega infine l’esperto in mercati finanziari di Swiss Life Asset Managers – ma in realtà il rischio di cambio dipende soprattutto dalla valuta, non dalla classe d’investimento. Per questo, oggi sempre più investitori istituzionali coprono almeno in parte anche il rischio valutario proveniente dalle azioni».