Golfo Persico

Donald Trump deve fermarsi presto: «È una guerra senza strategia»

La decapitazione del regime iraniano riflette il devastante successo militare dell’operazione «Epic Fury» - Ma il posto di Khamenei è stato già preso da un triunvirato che presto nominerà un triunvirato - Da parte statunitense mancano completamente gli obiettivi dello scontro
©Mark Schiefelbein
The Economist
09.03.2026 06:00

È raro che un capo di governo ordini la morte di un altro. Eppure il 28 febbraio il presidente degli Stati Uniti e il primo ministro israeliano hanno fatto proprio questo, uccidendo la guida suprema dell’Iran, l’86.enne ayatollah Ali Khamenei. La decapitazione del regime iraniano riflette il devastante successo operativo della cosiddetta «Operation Epic Fury». Ma il posto di Khamenei è stato immediatamente occupato da un triumvirato. Il prossimo leader supremo potrebbe essere nominato presto - forse persino suo figlio, a meno che non venga ucciso a sua volta. Tutto ciò lascia presagire qualcosa di più sottile e preoccupante: che l’operazione stia fallendo nel raggiungere i suoi obiettivi politici.

Demolire la minaccia di Teheran

È ingenuo sostenere, come fanno alcuni sostenitori di Donald Trump, che siccome Khamenei era malvagio (e lo era certamente) qualsiasi guerra abbia senso. Quando si comanda una macchina militare letale e travolgente come quella americana - in questa operazione affiancata dalle esperte Forze di difesa israeliane - si ha una responsabilità particolare nel definire ciò che si vuole ottenere. Non è solo un’esigenza etica, ma anche pratica. Gli obiettivi di guerra orientano la campagna militare; definiscono i sacrifici che lo Stato impone ai propri cittadini e al nemico; e determinano quando i combattimenti devono terminare.

In questa guerra l’obiettivo di Israele è chiaro: demolire la minaccia rappresentata dal regime iraniano. Al contrario, Trump e il suo governo hanno offerto un miscuglio di affermazioni mutevoli - sui missili iraniani, sulle armi nucleari, sul cambio di regime, sul seguire l’iniziativa di Israele, su una «sensazione» che l’Iran stesse per attaccare e sul regolare i conti dopo decenni di inimicizia. Politicamente, la vaghezza offre a Trump margine di manovra più ampi. Strategicamente, la sua incapacità di dire a cosa serva Epic Fury è la sua più grande vulnerabilità.

Il risultato è una guerra dalla doppia personalità. Un volto è operativo. Stati Uniti e Israele hanno distrutto la marina iraniana e messo a terra la sua aviazione. Stanno demolendo le sue capacità missilistiche e l’industria degli armamenti e colpiscono il regime e i suoi brutali apparati repressivi. Il dominio dei cieli significa che Stati Uniti e Israele possono combattere quando vogliono. Nel frattempo, missili intercettori difendono basi e città in Israele e nei Paesi del Golfo, anche mentre l’Iran colpisce più obiettivi rispetto al conflitto dello scorso giugno. Finora, almeno, gli intercettori sono sufficienti per continuare.

Sopravvivere è una vittoria

L’altro volto della guerra è politico ed emerge dalla strategia dell’Iran, che mira a seminare dubbi e confusione. Per il regime iraniano, sopravvivere equivarrebbe a una vittoria. Finora sta riuscendo nel suo intento. Lungi dal crollare, sta rapidamente passando a un’escalation «orizzontale» - un modo elegante per dire che sta colpendo in tutte le direzioni. Questo comporta diverse conseguenze.

Una è che altri Paesi vengono trascinati nel conflitto. L’Iran ha attaccato gli Stati del Golfo, che hanno puntato il proprio futuro sull’essere rifugi dalla violenza che scuote il resto del Medio Oriente. Combattimenti sono scoppiati anche in Libano, mentre Israele colpisce Hezbollah, il principale alleato iraniano. Francia e Gran Bretagna difenderanno le proprie basi dagli attacchi. Il 4 marzo le difese aeree della NATO hanno abbattuto un missile iraniano diretto verso la Turchia.

Un’altra conseguenza è economica. L’Iran ha cercato di chiudere lo Stretto di Hormuz, interrompendo forse il 20% delle forniture mondiali di petrolio. Ha anche colpito infrastrutture energetiche, tra cui il più grande complesso mondiale per la liquefazione del gas e la più grande raffineria dell’Arabia Saudita. Il prezzo del Brent è salito del 14% dal 27 febbraio, raggiungendo i 90 dollari al barile. Un megawattora di gas naturale in Europa costa 54 euro (63 dollari), oltre il 70% in più rispetto alla settimana scorsa. Con gli acquirenti asiatici che si affannano a trovare forniture, i prezzi potrebbero salire ancora. L’economia globale potrebbe subirne il contraccolpo. Se il petrolio raggiungesse i 100 dollari al barile, la crescita del PIL potrebbe ridursi di 0,4 punti percentuali e l’inflazione aumentare di 1,2 punti.

La terza possibile conseguenza è il caos all’interno dell’Iran. Circa il 40% dei suoi 90 milioni di abitanti appartiene a minoranze etniche, tra cui arabi, azeri, baluci, curdi e lur. La primavera araba ha mostrato quanto facilmente i Paesi possano disgregarsi. Stati Uniti e Israele stanno esercitando pressione sul regime sostenendo gli insorti curdi - un’idea avventata che potrebbe finire per alimentare il nazionalismo persiano o una guerra civile. Trump potrebbe non preoccuparsene, ma non potrebbe ignorare gli effetti che traboccherebbero oltre i confini iraniani nei Paesi del Golfo, in Iraq, in Siria e in Turchia.

Mercati e sondaggi avversi

Il rischio è che Trump non riesca a fermarsi finché mercati e sondaggi non gli concederanno l’acclamazione che desidera - e ciò potrebbe durare finché l’Iran sarà in grado di lanciare anche solo sporadici missili e droni. Oggi appena un terzo degli americani sostiene la guerra in Iran (nel 2001 il 90% appoggiava l’invasione dell’Afghanistan). Gli Stati Uniti possono anche essere esportatori di energia, ma i loro elettori detestano la benzina cara.

L’approccio impulsivo non aiuta a placare quell’area di mondo 

Trump potrebbe essere tentato di cercare una vittoria innegabile bombardando il regime iraniano fino a cancellarlo. Ma anche con la potenza militare americana potrebbe non riuscirci. Nel frattempo tutti questi rischi continuerebbero a danneggiare la regione e l’economia mondiale. Trump farebbe, quindi, meglio a restringere i suoi obiettivi di guerra. Il suo scopo dovrebbe essere degradare le capacità militari dell’Iran e poi fermarsi. È probabilmente quasi arrivato a quel punto.

Alcuni sosterranno che il lavoro resterebbe incompiuto. Ovviamente lasciare il regime come una bestia ferita sarebbe una tragedia per il popolo iraniano oppresso. Anche se Trump volesse la pace, l’Iran potrebbe continuare per un po’ a colpire, compiacendosi del proprio ruolo di simbolo della resistenza antiamericana. Il regime sopravvissuto potrebbe rifiutare un accordo nucleare - anzi, come la Corea del Nord, potrebbe ritenere che la bomba sia l’unica vera protezione. Se ricostituisse il suo programma nucleare, Trump potrebbe dover colpire di nuovo tra mesi o anni. È una prospettiva cupa. Ma sarebbe meglio per l’America dichiarare presto la vittoria piuttosto che trascinarsi fuori da una guerra impopolare per esaurimento.

Meno furia, più lungimiranza

Questi sono i frutti dell’approccio impulsivo di Trump. Prima di questa guerra, il regime iraniano era più debole che in qualsiasi momento dei suoi 47 anni di storia: avrebbe potuto cadere senza una sola bomba americana. Trump potrebbe essere fortunato, ma è più probabile che si ritrovi a dover gestire il caos regionale o un nuovo leader ancora più duro. Circondato da cortigiani compiacenti, Trump è diventato avventato nel suo secondo mandato. I suoi opportunistici tentativi di afferrare potere ogni volta che intravede una debolezza sono pericolosi. L’America ha bisogno di una strategia in Iran, così come ne ha bisogno nel mondo.

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