Dubai trema, ma la Svizzera non è più «un'oasi» accogliente

Recentemente, un banchiere di un Paese estero ha detto a un altro banchiere svizzero: «Che fortuna che sia scoppiato il conflitto nel Golfo, beneficerete degli afflussi di capitali in fuga da Dubai». «Assolutamente no! - ha risposto piccato il banchiere svizzero - La piazza finanziaria elvetica non può - e non vuole - “approfittare” delle sfortune altrui perché non è così che lavoriamo».
La conversazione, aneddotica, esprime bene il clima che si respira nel mondo della finanza elvetica in queste settimane. Pure qualche rappresentante politico si è interrogato se non sia il caso di «cogliere l’occasione» delle tensioni nel Golfo per attirare quei capitali che negli anni sono defluiti dalla piazza elvetica, soprattutto a partire da quando la Svizzera ha attuato, dieci anni fa ormai, la convenzione dell’Ocse relativo allo scambio automatico di informazioni con le autorità fiscali estere.
Immagine compromessa
Da quando, a fine febbraio, Stati Uniti e Israele hanno lanciato i loro attacchi contro l’Iran, il Golfo Persico non è più quello di prima. Dubai ha subito danni diretti - come ad esempio quelli a un edificio nel suo International Financial Centre colpito da detriti di droni - e la Borsa locale ha perso oltre il 15% dall’inizio del conflitto. Per anni gli Emirati avevano costruito la propria identità sull’idea di essere un’isola di stabilità in una regione turbolenta, la «Svizzera del Medio Oriente», come Bloomberg l’aveva definita. Negli scorsi giorni un corrispondente del Financial Times (FT) per l’Arabia Saudita ha scritto che «questa guerra ha scosso quell’immagine in modo pesante».
La fuga verso altri lidi
Che qualcosa si stia muovendo è certo. Un caso emblematico è quello di Millennium Management, uno dei principali hedge fund statunitensi con 87 miliardi di dollari in gestione, che prima del conflitto contava oltre cento dipendenti a Dubai, molti dei quali hanno già lasciato gli Emirati. Secondo il FT, il fondo sta considerando l’isola di Jersey, nella Manica, quale alternativa. Sul fronte asiatico, stando all’agenzia Nikkei Asia, banchieri e avvocati di Hong Kong stanno ricevendo un’ondata di richieste da clienti facoltosi che avevano trasferito la propria residenza a Dubai e ora si interrogano se tornare indietro. La rotta dei capitali in fuga punta a Oriente e non a Occidente, quindi.
Ma il settore è cauto
Il quadro che emerge dai professionisti della piazza elvetica non è uniforme. A livello nazionale, i grandi istituti preferiscono la prudenza (o il silenzio, come UBS e Julius Bär che, interpellati da Reuters, non commentano), mentre Pictet segnala qualche richiesta da parte di clienti, ma precisa che l’aumento non può essere descritto come significativo. Patrik Spiller, responsabile wealth management di Deloitte Svizzera, citato sempre da Reuters, stima che la piazza potrebbe ricevere «alcune decine di miliardi» di dollari, ma solo «a seconda di come si sviluppa la guerra e di quanto durerà», ricordando inoltre che la liquidità arriva sempre per prima, seguita solo in un secondo momento da attivi più strutturati come azioni e obbligazioni.
Più eloquente è Giorgio Pradelli, CEO di EFG International, che ha due uffici di advisory nella regione, a Dubai e nel Bahrain. Intervistato questa settimana da Bloomberg TV, Pradelli ha osservato che i mercati sono entrati nella crisi pensando che sarebbe durata «un paio di settimane, come dopo il giugno scorso», mentre siamo già oltre la terza settimana e senza segnali di soluzione. I clienti di EFG, ha spiegato, sono in fase attendista: «La preoccupazione più grande per noi è che i clienti smettano di fare transazioni». I flussi verso i safe haven (i porti sicuri) ci sono, ha confermato, «ma non si sta davvero investendo in questa fase». Sul futuro del Medio Oriente come motore di crescita per il private banking, Pradelli si è detto «tradizionalmente molto positivo», ma ha condizionato tutto a una variabile che nessuno controlla: «Dipende da quanto durerà questo conflitto».
A Lugano, invece, la risposta è più netta. «Nelle ultime settimane non abbiamo osservato alcun segnale di rimpatri dal Golfo, né in termini di asset né di nuovi mandati», dichiara al CdT Michele Cutruneo, CEO di Essentia Family Office SA. Una posizione che trova conferma nell’analisi dell’avvocato Paolo Bernasconi, il quale aggiunge una chiave di lettura strutturale: «Una parte rilevante dei capitali presenti nel Golfo proviene da “riluttanti fiscali” e da soggetti colpiti da embarghi - ci spiega - e per loro la Svizzera post-Ocse non è più una destinazione praticabile. Quei capitali preferirebbero rifugi più sicuri da questo punto di vista, come Hong Kong e Singapore. Bisogna anche tenere presente che ormai la compliance delle banche svizzere e del UE, che hanno applicato determinati criteri per i flussi verso Dubai, ne applicheranno di più rigorosi per eventuali flussi di ritorno».
Dubai resiste, per ora
Dal Golfo arriva intanto una narrativa difensiva, comprensibile da chi ha molto da perdere se l’immagine di «rifugio sicuro» collassa definitivamente. I media locali sottolineano la tenuta del mercato immobiliare nel segmento ultra lusso, ricordando che l’agenzia S&P ha confermato il rating AA degli Emirati e che ogni correzione nella storia di Dubai è stata seguita da un rimbalzo oltre i massimi precedenti. Non è solo propaganda, poiché i fondamentali della città restano solidi, l’economia è largamente diversificata dal petrolio e i capitali di lungo periodo tendono a ragionare su orizzonti più ampi delle crisi geopolitiche contingenti.
C’è comunque un precedente. Durante la crisi finanziaria del 2008-2009, molti stranieri lasciarono Dubai, i cantieri si fermarono e i prezzi immobiliari crollarono, richiedendo anni di recupero e il sostegno finanziario di Abu Dhabi. Quella crisi era di natura economica, mentre quella attuale è diversa e per certi versi più insidiosa, è una crisi di percezione della sicurezza fisica. E quando l’immagine di sicurezza si incrina, i capitali si muovono in fretta. Se e quanto si muoveranno verso la Svizzera, per ora, nessuno lo sa ancora dire.
Non è ancora esodo di ricchi emiratini
Non è ancora esodo, ma i ricchi che avevano scelto gli Emirati Arabi Uniti (EAU) come residenza si interrogano sul loro futuro e si interessano alla Svizzera: lo ha riferito ieri la radio RTS, che al tema ha dedicato un approfondimento.
Stando all’emittente i soldi si stanno già muovendo, malgrado le banche rimangano molto discrete sul tema, forse non volendo dare l’impressione di approfittare di una situazione delicata. «Vi sono trasferimenti di fondi in atto», ha confermato alla testata romanda Patrick Akiki, esperto della società di consulenza PwC Svizzera. «Ma come potete immaginare le regole sono molto più rigide di un tempo, cosa che è giusta: le banche elvetiche fanno quello che devono fare prima di accogliere il denaro. Per poter aprire un conto bancario in Svizzera ci vuole tempo».
Va però ricordato che per molte banche private svizzere attivi nel Golfo, spesso i patrimoni dei clienti non sono custoditi in loco, come ha confermato a Bloomberg TV Giorgio Pradelli di EFG International (cfr. articolo sopra): «Il nostro business è contabilizzato in Svizzera, o eventualmente a Singapore».
Rimpatri «fisici»
Ma oltre a spostare soldi c’è chi pensa anche a trasferirsi personalmente. «Negli Emirati - e più precisamente a Dubai, come centro finanziario - non si è in una situazione di panico, ma in un periodo di osservazione», ha spiegato alla RTS Lorenzo Romano, finanziere ginevrino molto attivo negli EAU, che si è trovato fra l’altro bloccato proprio a Dubai all’inizio del conflitto. «Molte persone facoltose - possono essere imprenditori o famiglie - stanno rivalutando la loro futura residenza.
Negli ultimi dieci giorni ho ricevuto diverse richieste per sapere quali sono i luoghi raccomandati in Svizzera, come funzionano le scuole private, come si acquistano immobili o come si affitta, come pure quali sono gli aspetti fiscali», aggiunge. «È un tema che torna a essere discusso, è vero».
Il vantaggio di essere «noiosi»
La Svizzera ha già una posizione privilegiata: secondo i calcoli della società di consulenza Deloitte circa un quarto dei patrimoni stranieri gestiti nella Confederazione viene dal Medio Oriente. «Gli Emirati hanno moltissimo da offrire, in termini di diversità, cultura e altro», ha proseguito Romano. «Al contrario, la Svizzera viene spesso vista come noiosa. Ma molte persone attualmente capiscono che questo lato forse più monotono è un vantaggio innegabile in un mondo fortemente polarizzato, con tensioni come quelle che si vivono attualmente nel Golfo».
Sulla stessa lunghezza d’onda è ancora Patrick Akiki. I Paesi del Golfo - ha ricordato - avevano puntato sulla sicurezza, sul livello di istruzione proposto, sul supporto medico e sulla qualità della vita. «Oggi diverse grandi famiglie si pongono però la domanda: possiamo continuare a fidarci di questi Paesi o è meglio tornare verso Stati quali la Svizzera, che sono neutrali, che hanno un’ottima qualità della vita e che hanno mostrato grande resilienza?», ha proseguito. «Si guarda anche al rafforzamento del franco, che dimostra come vi sia fiducia da parte dei mercati».
Negli Emirati riforme fiscali
Gli Emirati stanno comunque già reagendo. Dubai valuta, per esempio, attualmente un allentamento delle regole sulla fiscalità forfettaria: per beneficiarne si deve risiedere un numero di giorni minimo nel Paese, ora la normativa potrebbe essere resa più flessibile. Ma secondo la RTS l’elemento determinante sarà la durata del conflitto in Iran: più a lungo proseguirà, più la piazza finanziaria locale sarà sotto pressione, con effetti favorevoli per altre nazioni.
