Federal Reserve

È iniziata l'era Warsh alla Fed, ma la strada è tutta in salita

Il successore di Jerome Powell alla guida della banca centrale americana è entrato in carica in un momento delicato, tra inflazione in rialzo, mercati obbligazionari in fermento e FOMC diviso tra «falchi» e «colombe»
Il 56.enne Kevin Warsh, di Albany (New York), è il 17. presidente della Federal Reserve. © EPA/Will Oliver
Dimitri Loringett
16.05.2026 06:00

Kevin Warsh ha assunto ieri la presidenza della Federal Reserve, subentrando a Jerome Powell. La conferma, mercoledì, da parte del Senato americano ha segnato anche l’uscita di scena di Stephen Miran, che occupava ad interim il seggio del consiglio della Fed rimasto vacante dall’agosto scorso dopo le dimissioni di Adriana Kugler. Powell, invece, resterà in carica come governatore, presumibilmente fino alla scadenza del suo mandato nel 2028, in attesa di capire se gli attacchi legali dell’amministrazione Trump contro la banca centrale si esauriranno.

Il 56.enne Warsh eredita una Fed sotto pressione su più fronti, in particolare il contesto macroeconomico, che è tutt’altro che favorevole. L’inflazione negli USA è tornata infatti a salire con decisione, spinta dal rincaro dai prezzi energetici, conseguenza del conflitto in corso tra Stati Uniti (con Israele) contro l’Iran che ha destabilizzato le forniture petrolifere nel Golfo Persico e attraverso lo Stretto di Hormuz. Ad aprile, l’indice dei prezzi alla produzione (PPI) ha registrato un balzo dell’1,4% su base mensile, il rialzo più consistente dal marzo 2022, con una variazione annua del 6%, massimo degli ultimi tre anni, mentre i prezzi al consumo (CPI) sono in progressione del 3,8%, livello che non si vedeva dal 2023 - e che rimane ostinatamente lontano dall’obiettivo del 2%. Anche le misure più «granulari», come la cosiddetta «trimmed mean inflation», che esclude le variazioni di prezzo più estreme e che è l’indicatore preferito da Warsh, mostrano una tendenza al rialzo.

Il primo banco di prova «istituzionale» per Warsh sarà fra giusto un mese: il prossimo 16 e 17 giugno, infatti, si riunirà il Federal Open Market Committee (FOMC), dal quale però i mercati non si aspettano alcun intervento sul tasso d’interesse di riferimento (Fed funds), attualmente situato in un intervallo tra il 3,5% e il 3,75%, mentre gli economisti stimano che resterà invariato almeno fino al 2027. Ma la riunione di giugno pone già un primo interrogativo: Warsh presenterà la propria proiezione sui tassi nel grafico (il famoso «dot plot») pubblicato dalla Fed al termine di ogni riunione trimestrale? Secondo alcuni osservatori potrebbe scegliere di non farlo, almeno in questa prima occasione, coerentemente con la sua già espressa diffidenza verso la «forward guidance» (indicazioni prospettiche). Nella sua testimonianza al Congresso del mese scorso, infatti, Warsh ha affermato che i dirigenti della Fed che rendono pubbliche le proprie previsioni rischiano di diventare «prigionieri delle proprie parole» e che «farebbero bene a evitare di condividere le proprie ultime riflessioni» ogni volta che ne hanno l’occasione. La Fed, ha aggiunto, «comunica al mondo intero dove andranno i suoi “dot”... e poi si aggrappa a quelle previsioni più a lungo di quanto dovrebbe». Queste posizioni prefigurano una delle riforme più caratteristiche che Warsh intende introdurre, ovvero una revisione significativa delle modalità di comunicazione della banca centrale americana. Oltre a ridurre la forward guidance, Warsh punta a ridimensionare il bilancio della Fed e a coordinare meglio la politica monetaria con il Dipartimento del Tesoro, restringendo al contempo il mandato operativo dell’istituzione. Un bilancio più ridotto implica un ritiro della domanda pubblica di titoli del Tesoro, con l’effetto di aumentare l’offerta disponibile sul mercato e, tendenzialmente, di spingere verso l’alto i rendimenti a lungo termine, accentuando l’inclinazione della curva dei tassi.

All’interno del FOMC il clima non è privo di tensioni. Dei dodici membri tra governatori (sette) e presidenti delle Fed regionali (cinque), solo tre sono attualmente considerati «colombe», favorevoli cioè a un allentamento della politica monetaria. Warsh subentra proprio a uno di loro (Stephen Miran). La maggioranza ha invece un’inclinazione più restrittiva e alcuni esponenti hanno già evocato pubblicamente la possibilità di un rialzo dei tassi se l’inflazione non dovesse attenuarsi. Fra questi, Susan Collins, presidente della Fed di Boston, ha dichiarato in questi giorni di poter «immaginare uno scenario in cui un certo irrigidimento della politica monetaria si renda necessario» per riportare durevolmente l’inflazione al 2%.

Beth Hammack, presidente della Fed di Cleveland, ha invocato un «orientamento neutrale» della politica monetaria, aperto tanto a un rialzo quanto a un taglio o a una pausa prolungata.

Mentre il 17.esimo presidente della Federal Reserve s’insedia nell’Eccles Building a Washington D.C. c’è chi non aspetta di vedere quali saranno le sue prime mosse. Da qualche settimana, infatti, i mercati finanziari, in particolare quelli obbligazionari, stanno anticipando ciò che si preannuncia essere una fiammata inflazionistica. Il rendimento del Treasury decennale si è infatti portato sopra il 4,5%, il trentennale ha superato il 5%, mentre i mutui a tasso fisso a trent’anni, che negli USA sono molto popolari e i cui tassi sono un importante indicatore di mercato, si attestano al 6,46%, un livello al di sopra del 6% ormai da quasi quattro anni consecutivi. Secondo diversi analisti, i rendimenti a lungo termine potrebbero spingersi ancora più in alto, con il decennale che potrebbe avvicinarsi al 5%, soglia che non si toccava dall’ottobre 2023.

Insomma, Kevin Warsh si trova in una posizione non certo facile. Anche se potesse spingere per politiche monetarie più accomodanti, come ampiamente auspicato da Trump («I presidenti tendono sempre a essere favorevoli a tassi più bassi; la differenza è che il presidente Trump lo esprime in modo alquanto esplicito», ha osservato Warsh in aprile, durante l’audizione al Congresso), non sarà facile farle accettare. Mentre ci sono ancora motivi a favore di un taglio dei tassi, i dati sull’inflazione di questa settimana non hanno aiutato.

E così, un aumento sembra ora più probabile di un taglio nel corso dell’anno (come i mercati future stanno in parte segnalando), poiché la Fed potrebbe dover dimostrare di essere disposta ad agire per mantenere la propria credibilità.