Gli squilibri globali sono ritornati, e anche i «soliti sospetti» sulla Cina

Negli anni che precedettero il fallimento di Lehman Brothers nel 2008, evento che precipitò il mondo in una crisi finanziaria, i macroeconomisti erano comprensibilmente in allarme. Ma temevano la cosa sbagliata: non l’eccessivo indebitamento delle banche americane, bensì l’eccessiva propensione al risparmio delle economie asiatiche. Si moltiplicavano i commenti sul cosiddetto «eccesso globale di risparmio». Secondo questa teoria, la determinazione dell’Asia ad accumulare riserve in dollari stava comprimendo i tassi d’interesse, inducendo gli americani a spendere troppo. Il risultato era che l’Asia guadagnava più di quanto spendesse, registrando ampi surplus commerciali. Ciò consentiva agli Stati Uniti di spendere più di quanto producessero, come riflesso in un ampio disavanzo delle partite correnti (che include il deficit commerciale e altre voci).
Meno peggio di 20 anni fa
Questi «squilibri globali» sono tornati. E hanno dato origine a una nuova ondata di analisi. A marzo quattro economisti di primo piano hanno inviato un memorandum sugli squilibri al G7, basandosi su una nuova pubblicazione (il quarto «rapporto di Parigi») del Centre for Economic Policy Research (CEPR) e del Bruegel Institute, due centri di ricerca e analisi europei. Questo mese anche il Fondo monetario internazionale (FMI) ha pubblicato un proprio studio sull’argomento.
Gli attuali squilibri macroeconomici (commerciali e di partite correnti, ndt) non sono così ampi come quelli di due decenni fa. I Paesi in deficit, presi nel loro insieme, presentavano un disavanzo delle partite correnti pari all’1,6% del PIL mondiale nel 2025, secondo i dati del FMI, contro un picco del 2,6% nel 2006. Eppure il dibattito odierno è, se possibile, ancora più acceso. Il presidente Donald Trump ha citato il deficit americano per giustificare i suoi dazi del «Liberation Day» lo scorso anno. Il presidente francese Emmanuel Macron, che attualmente presiede il G7, ha definito «insostenibili» i surplus cinesi durante una visita a Pechino in dicembre. Quando gli squilibri erano al centro del dibattito vent’anni fa, osserva il rapporto di Parigi, economisti e decisori politici si chiedevano: «Chi è il colpevole? Chi è la vittima - e perché?». Le stesse domande si ripropongono oggi.
Formiche contro cicale
Una risposta alla prima domanda chiama in causa il deficit di bilancio degli Stati Uniti. Politiche fiscali espansive possono ampliare i deficit commerciali attraverso diversi meccanismi. Tagli alle imposte o maggiori spese sociali aumentano i consumi americani e riducono il risparmio. Ciò può spingere al rialzo i tassi d’interesse e quindi il dollaro, rendendo meno competitive le esportazioni e ampliando il deficit commerciale. Aumentando i tassi a livello globale, tali politiche possono inoltre incentivare il risparmio in altri Paesi e rafforzarne i saldi delle partite correnti.
La fabbrica del mondo
Altri commentatori sono altrettanto convinti che il colpevole sia ancora una volta l’Asia, in particolare la Cina. Ma questa volta l’arma del delitto sarebbe diversa: non più la «corda» dell’accumulazione di riserve, bensì la «chiave inglese» di una politica industriale sleale. La Cina sovvenziona i propri produttori, generando capacità in eccesso. Ciò che queste imprese non riescono a vendere sul mercato interno viene esportato a prezzi aggressivi. Questo fenomeno mette fuori gioco i produttori locali, distrugge posti di lavoro e costringe Paesi come gli Stati Uniti ad aumentare i disavanzi pubblici per sostenere la domanda e contenere la disoccupazione.
Questa narrazione semplice contiene elementi di verità. Uno studio di Ambrogio Cesa-Bianchi del CEPR e dei suoi coautori misura l’«intensità» della politica industriale attraverso le citazioni positive nelle conference call sugli utili di aziende in 24 Paesi. Tale indicatore è correlato alla crescita delle esportazioni tra il 2002 e il 2019.
La forza delle aspettative
Ma in macroeconomia le trame raramente sono così lineari. Poiché gli squilibri dipendono da risparmio e investimenti, sono influenzate anche dalle aspettative. E ciò può portare a risultati controintuitivi. In linea di principio, osserva il FMI, la politica industriale non deve necessariamente tradursi in un surplus commerciale complessivo. Molto dipende dal fatto che tali politiche siano percepite come temporanee o permanenti e dal loro successo o fallimento in termini di efficienza. Se vengono considerate un successo passeggero, le persone non aumenteranno la spesa, anche se i redditi crescono temporaneamente. L’aumento del risparmio che ne deriva migliorerà il saldo commerciale. Se invece la politica è vista come un successo duraturo, capace di accrescere stabilmente i redditi, allora i consumi aumenteranno. Ciò non implica necessariamente un cambiamento del saldo commerciale: le esportazioni possono crescere, ma anche le importazioni aumenteranno in misura analoga. Non a caso, Cesa-Bianchi e colleghi non trovano alcuna correlazione tra l’intensità della politica industriale e il surplus delle partite correnti di un Paese.
Affinché la promozione industriale si traduca in surplus commerciali sistematicamente più elevati, osservano gli autori, deve essere accompagnata da una qualche forma di «compressione dei consumi». Molti commentatori sostengono che la Cina faccia proprio questo.
