I dazi USA pesano sull'industria svizzera e le prospettive non migliorano

Le case farmaceutiche svizzere possono tirare un sospiro di sollievo: i dazi del 100% che Donald Trump ha minacciato di imporre sui loro prodotti importati negli USA non sono (ancora) entrati in vigore, come invece annunciato dal presidente USA giusto una settimana fa. Forse bisogna ringraziare la Pfizer, che martedì in extremis ha fatto un deal con la Casa Bianca, ottenendo un’immunità di tre anni contro eventuali sovrattasse proibitive brandite da Trump in cambio di una serie di concessioni. L’intesa è stata accolta con favore perché riduce le incertezze per l’intero settore. E lo si è subito visto in Borsa: tra mercoledì e ieri il prezzo dell’azione Roche (per fare un esempio vicino a noi) è salito del 10% circa.
Ma l’economia svizzera non vive solo di industria chimico-farmaceutica e, soprattutto, la questione dei dazi al 39% imposti a (quasi) tutto il resto dell’export elvetico verso gli USA è tutt’altro che risolta. E così gli effetti del salasso tariffario - a cui va aggiunto anche l’apprezzamento del franco nei confronti del dollaro, pari a circa il 10% - cominciano a farsi sentire. Di questo e altro ha parlato Fabio Bossi, delegato regionale della Banca nazionale svizzera (BNS), ieri in occasione di un incontro, promosso da Banca Raiffeisen Mendrisio e Valle di Muggio, che aveva quale obiettivo quello di riferire al (folto) pubblico presente sulla congiuntura svizzera e sulla politica monetaria della BNS, alla luce anche della pubblicazione, mercoledì, del Bollettino trimestrale dell’istituto centrale.

Prospettive in deterioramento
Finora l’impatto complessivo della politica dei dazi USA sull’economia svizzera è «contenuto», grazie anche al buon andamento dei servizi e delle attività industriali rivolte al mercato interno, ma sul piano prospettico le cose stanno un po’ differentemente. Stando infatti all’ultima indagine svolta dalla BNS presso le aziende in Svizzera - uno degli strumenti per «tastare il polso» dell’economia reale che contribuisce alle decisioni di politica monetaria -, in diversi rami industriali le imprese prevedono incrementi solo modesti dei fatturati; in particolare quelle intervistate dopo il 1. agosto sono nettamente meno fiduciose. Nel dettaglio, un po’ più di un quinto delle oltre 200 imprese intervistate constata conseguenze negative dirette della politica commerciale degli Stati Uniti (cfr. grafico). In questa quota sono incluse le aziende che imputano direttamente ai dazi un deterioramento in termini di ordinativi, prezzi o margini. Ne risentono in primo luogo le imprese industriali attive nel comparto MEM e nel ramo orologiero, con circa il 60% che lamenta effetti negativi.
E così la BNS, pur restando ferma sulla sua previsione di crescita del PIL tra l’1 e l’1,5% quest’anno (e nonostante nel trimestre scorso la progressione è stata di «appena» lo 0,5%), per il 2026 ha rivisto la stima, riducendola «a poco meno dell’1%».

