I dubbi degli investitori non fermano la corsa agli investimenti per l’IA

Rivoluzione o bolla? Che cos’è, davvero, l’intelligenza artificiale (IA) sul piano degli investimenti finanziari? Le montagne russe sulle quali salgono e scendono, ormai quasi ogni giorno, le quotazioni delle Big Tech, le grandi aziende che stanno puntando tutto - o quasi tutto - sullo sviluppo dell’IA, dimostrano come a regnare nelle Borse di tutto il mondo sia la totale incertezza.
«Il potenziale resta immenso, così come le incognite - ha scritto su Domani Luca Ciarrocca, giornalista economico a lungo corrispondente da New York per Il Giornale di Indro Montanelli e fondatore, nel 1999, di Wall Street Italia -. Puntare l’intera posta espone al rischio di tracolli rovinosi, restarne fuori (il cosiddetto FOMO, Fear of Missing Out, la paura di rimanere esclusi, ndr), fa perdere uno dei più grandi balzi borsistici della storia».
Ciarrocca, autore di recente della prima biografia in italiano di Peter Thiel - L’anima nera della Silicon Valley (Fuoriscena) - spiega al Corriere del Ticino come «Le magnifiche sette (Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Nvidia, Meta e Tesla) valgano in Borsa circa 22 mila miliardi di dollari, più della ricchezza prodotta in un anno dall’Unione europea, visto che il PIL dei 27 Paesi UE nel 2025 è stato di 19,5 mila miliardi».
Investimenti giganteschi
Oggi, «i maggiori tra loro - Alphabet, Microsoft, Amazon e Meta - per costruire i data center che alimenteranno l’IA investono cifre astronomiche, stimate in 815 miliardi entro il 2027. Una scommessa che taglierà del 70% il loro flusso di cassa “libero”, ovvero i profitti che restano dopo gli investimenti», dice ancora Ciarrocca. Stiamo parlando di una «gigantesca ondata di denaro su tecnologia, sistemi e infrastrutture per l’IA».
Un’impalcatura di dimensioni mostruose, qualcosa di mai visto prima. La questione è: quanto fragile? «La tecnologia è reale e fa cose fantastiche - insiste Ciarrocca - la domanda vera riguarda le quotazioni di questi campioni dell’intelligenza artificiale. Le valutazioni di oggi scontano un futuro perfetto, ricavi in crescita e profitti che si materializzano con regolarità, per ripagare ogni miliardo investito. Ma i profitti, così come accadde con le ferrovie e con Internet, arriveranno in ritardo. Il giorno in cui la spesa colossale nei data center smetterà di trasformarsi in utili, e il flusso di cassa si prosciugherà, le nuove azioni non troveranno più compratori a prezzi così gonfiati».
Non lo scenario migliore. Tanto è vero che gli investitori continuano a chiedersi se la spesa gigantesca delle Big Tech in data center, chip e infrastrutture sia davvero sostenibile nel lungo periodo.
Il crollo di Seul
Due giorni fa, previsioni non in linea con le attese per i due colossi nazionali dei semiconduttori, Samsung Electronics ed SK Hynix, hanno causato il crollo dell’indice Kospi alla Borsa di Seul e bruciato, in poche ore, centinaia di miliardi di capitalizzazione. Le due società, infatti, rappresentano ormai oltre la metà del valore complessivo del listino sudcoreano. Tutto questo mentre in rampa di lancio ci sono, dall’altra parte del mondo, le quotazioni di OpenAI (la società di Sam Altman che governa ChatGPT) e di Anthropic, forse oggi il principale laboratorio di modello di IA, guidato com’è noto dall’italo-americano Dario Amodei e dalla sorella Daniela. Presumibilmente, altre centinaia di miliardi di dollari che i mercati saranno chiamati ad assorbire scommettendo sulle potenzialità rivoluzionarie dello sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Una cosa è comunque certa: tutti gli investitori stanno osservando con sempre maggiore attenzione le enormi somme spese dalle Big Tech per l’infrastruttura dell’IA e si chiedono se tutto questo possa generare i profitti e la produttività necessari a rendere gli investimenti degni di valore. Le risposte sono diverse. E oltre agli ottimisti e ai pessimisti, sembra emergere una terza posizione, quella di chi immagina che il processo debba necessariamente passare attraverso fisiologici, salutari e magari bruschi aggiustamenti. Una sorta di selezione naturale, alla fine della quale chi sarà rimasto in piedi avrà vinto la partita del secolo.
«La corsa delle aziende tecnologiche a investire nella espansione dell’infrastruttura di IA potrebbe, alla fine, seminare i germi di un futuro eccesso di offerta - ha però detto all’Associated Press Philip Straehl, chief investment officer di Morningstar Wealth, società di consulenza controllata dal proprietario del Lugano, Joe Mansueto - I periodi di investimenti in capitale elevati storicamente non si sono tradotti in risultati forti per gli investitori, lasciandoci cauti sulle prospettive».
Il senso comune, ha scritto il New York Times, suggerisce che «una tale mole di investimenti non potrà assicurare ritorni sufficienti per tutti». E a complicare le cose ci si è messo anche il nuovo presidente della Fed, Kevin Warsh, il quale - nonostante i richiami e le pretese di Donald Trump - ha fatto capire che non sono da escludere possibili rialzi dei tassi per contenere l’inflazione negli Stati Uniti, forse già a partire da settembre. Per il settore tecnologico sarebbe un colpo molto duro. Significherebbe, infatti, maggiori costi per gli investimenti annunciati - come detto, oltre 800 miliardi di dollari quest’anno e quasi mille il prossimo - e una maggiore attrattiva dei titoli di Stato in rapporto a ogni altro attivo finanziario. Come, appunto, le azioni di chi scommette sulla rivoluzione dell’IA.
