Previsioni

I mercati al bivio cruciale tra IA e debito globale

«Velocità di fuga» o bolla finanziaria? Il 2026 si avvicina tra sostegni fiscali, allentamento monetario e indebitamento pubblico record – Per gli analisti di UBS le politiche delle banche centrali dovrebbero sostenere ancora la crescita dei mercati finanziari – Il settore tecnologico sarà ancora trainante
Nel solo 2024 il settore tecnologico avanzato ha attirato 400 miliardi di dollari di investimenti in infrastrutture, server e chip per l’IA. © Reuters
Generoso Chiaradonna
27.11.2025 06:00

Sono due le domande che si pongono gli investitori. La prima: l’innovazione legata all’intelligenza artificiale è destinata a incidere ancora di più negli attuali modi di produrre e consumare, oppure condurrà allo scoppio di una bolla finanziaria? La seconda: il sostegno fiscale dei governi e quello monetario continueranno anche nel 2026?

Prima di addentrarsi nel tentativo di interpretare il futuro prossimo, è necessario dare almeno uno sguardo retrospettivo all’anno che sta per concludersi, che è parte – nonostante crisi geopolitiche e dazi commerciali – «di uno dei periodi di crescita tra i più lunghi degli ultimi 170 anni», spiega Matteo Ramenghi, CIO UBS Wealth Management Italy, intervenuto ieri a Lugano per la presentazione delle previsioni 2026 di UBS, intitolate «Velocità di fuga?».

L’anno che sta per concludersi è stato caratterizzato da un processo di incessante innovazione, sconvolgimenti politici e sorprese di mercato. «Le principali economie globali hanno però resistito in modo abbastanza sorprendente a una serie di eventi come l’aumento delle tariffe doganali da parte statunitense, sanzioni internazionali e guerre», continua Ramenghi. Tra queste economie c’è quella statunitense, che va meglio del temuto. «I dazi, pur essendo inflattivi per loro natura, a oggi non hanno inciso troppo sull’inflazione, che rimane attorno al 3%, così come il mercato del lavoro, che non è peggiorato rispetto alle attese», aggiunge ancora Ramenghi.

A preoccupare è però l’elevato debito pubblico, ormai a quota 126% del PIL statunitense. Un tema comune anche alle principali economie del G7. «Soltanto 20 anni fa la quota del debito pubblico dei Paesi del G7 era dell’86%. Secondo il Fondo monetario internazionale, entro il 2030 il rapporto tra debito pubblico e PIL potrebbe superare il 137%», spiega Elena Guglielmin, CIO di UBS Global Wealth Management, che ricorda come l’invecchiamento della popolazione – con l’uscita dal mercato del lavoro di molte persone – non aiuterà ad abbattere questo rapporto. «Per attenuare questo dato, le principali economie dovrebbero crescere a tassi del 5% l’anno», aggiunge l’economista di UBS.

Un tasso inverosimile, almeno per l’Europa (circa l’1% nel 2026) e anche per gli Stati Uniti (+2,5%). La Svizzera non dovrebbe discostarsi dal +1% di crescita il prossimo anno. «Stima che tiene conto dei dazi al 39%, fatta prima dell’intesa tra Stati Uniti e Svizzera, che li porterà presto al 15%», precisa Guglielmin.

Sarà allora l’innovazione legata all’intelligenza artificiale, unita al sostegno fiscale e all’allentamento monetario, a dare ai mercati la spinta necessaria per liberarsi dalla zavorra del debito, della demografia e del processo di deglobalizzazione?

La domanda è: queste forze riusciranno a imprimere – da qui il titolo del rapporto – la «velocità di fuga» necessaria per una nuova era di crescita, o i vecchi vincoli continueranno a frenare i mercati? Oppure siamo di fronte a una gigantesca bolla finanziaria?

Matteo Ramenghi non è pessimista da questo punto di vista. «Molti evocano una similitudine con la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni 2000, quando esplose la bolla delle dot-com», spiega l’esperto. «Ma non è così. Oggi le cosiddette “Magnificent Seven”, le principali aziende tecnologiche statunitensi (30% del listino S&P 500), rispetto alle dot-com hanno ricavi diversificati e profitti in crescita. Solo l’anno scorso questo settore ha attirato 400 miliardi di dollari di investimenti in infrastrutture, server e chip. Ma la vera domanda è: quando questi investimenti avranno un ritorno monetario?».

Ramenghi è chiaro: «Teoricamente, nei prossimi anni, potrebbero esserci più di 1.500 miliardi di profitti – una cifra enorme – per poche società quotate. È tutto il mondo fuori da questo contesto che non è valutabile e che dipende da una sola attività». OpenAI, per esempio, è una di queste.