Redditi

I salari reali sono aumentati solo per la bassa inflazione

Secondo l'Ufficio federale di statistica quest'anno le remunerazioni dei dipendenti sono salite del 2,3% a fronte di un rincaro dei prezzi dello 0,8% - Per l'Unione degli imprenditori, congiuntura e dazi non permettono repliche nel 2026
Le PMI dell’industria meccanica sono le me no propensi ad aumenti generalizzati. © CdT/Gabriele Putzu
Generoso Chiaradonna
10.09.2025 06:00

Nel 2025 i salari nominali in Svizzera sono aumentati in modo sensibile: rispetto all’anno precedente la progressione è del 2,3%, stando a una prima stima pubblicata ieri dall’Ufficio federale di statistica (UST). Visto che l’inflazione dovrebbe essere inferiore a questo dato, le retribuzioni reali potrebbero salire, portando quindi a una crescita del potere d’acquisto.

Dopo ogni trimestre i funzionari di Neuchâtel pubblicano valutazioni provvisorie per l’insieme dell’economia elvetica basate su dati cumulati delle buste paga. Il dato diffuso ieri è però il primo valido dell’anno, perché quello relativo ai primi tre mesi era stato considerato incerto a livello statistico.

Nel frattempo le principali autorità, i maggiori istituti e le più grandi banche elvetiche (Segreteria di Stato dell’economia, Ocse, Banca nazionale, KOF, Economiesuisse, UBS, Fondo monetario internazionale ecc.) prevedono per il 2025 che i prezzi aumenteranno a ritmi contenuti, tra lo 0,2 e lo 0,8%. I pronostici del rincaro non comprendono tuttavia i premi di cassa malati, che incidono comunque sul potere d’acquisto, erodendolo.

Un aumento del potere d’acquisto era già stato osservato nel 2024 (aumento dei salari +1,8%, progressione dei prezzi +1,1%). In precedenza l’andamento era però stato opposto: è stato il caso nel 2023 (stipendi +1,7%, rincaro +2,1%), nel 2022 (+0,9%, +2,8%: più grave perdita di potere d’acquisto dai tempi della Seconda guerra mondiale) e nel 2021 (-0,2%, +0,6%: arretramento più marcato dal 1979).

«Adeguamenti irrealistici»

Qual sarà l’aumento ipotizzabile per il 2026? Lo abbiamo chiesto a Patrick Chouard-Keller, economista dell’Unione svizzera imprenditori (USI). Negli scorsi mesi uno studio, proprio a cura dell’associazione imprenditoriale, ipotizzava aumenti salariali nominali, ovvero al lordo dell’inflazione, nell’ordine del +1,3%. Le controparti sindacali (USS e Travail.Suisse) chiedono invece adeguamenti tra il 2 e il 4% a seconda dei settori di attività delle aziende.

«Poco prima dell’annuncio dei dazi doganali, i segnali erano positivi: secondo un sondaggio KOF, nel luglio 2025 le aziende prevedevano un aumento dell’1,3% dei salari nominali per il 2026, nonostante la congiuntura economica piuttosto modesta», risponde Chouard-Keller. «Grazie al basso tasso di inflazione, nel 2026 si sarebbero registrati aumenti salariali reali significativi. Alla luce degli attuali sviluppi congiunturali, aumenti salariali nominali superiori all’1% a livello generale non sono più realistici. Per fare ciò, in molti casi vengono meno i margini necessari».

E la questione dei dazi statunitensi al 39% come sta incidendo in queste trattative? Le PMI orientate all’export sono ancora frastornate dagli effetti di queste tariffe. Come si muoveranno dal punto di vista salariale?

«Il 2025 non è un anno normale. I nuovi dazi statunitensi sulle esportazioni svizzere cambiano le prospettive per le trattative salariali 2026: colpiscono duramente il mercato di sbocco più importante dell’industria e mettono a rischio i posti di lavoro nel Paese. L’aumento salariale nominale dal 2 al 2,5% richiesto dai sindacati è già eccessivo alla luce della congiuntura modesta e della bassa inflazione (che il KOF stima allo 0,5% per l’anno prossimo). Alla luce della nuova situazione, è ancora più fuori contesto».

Non tutte le aziende sono direttamente colpite dai dazi doganali. «Ma il rallentamento dell’economia causato dai dazi e la maggiore incertezza prima o poi si faranno sentire quasi ovunque. Le aziende saranno quindi generalmente più caute nell’applicare aumenti salariali», conclude l’economista Chouard-Keller.

I sindacati alzano il tiro

Le trattative salariali per il 2026 si sono aperte nei giorni scorsi con richieste ambiziose da parte dei sindacati. L’Unione sindacale svizzera (USS) e Travail.Suisse hanno messo al centro la necessità di aumenti generalizzati, minimi salariali più alti e meccanismi che proteggano il potere d’acquisto dei lavoratori, messo sotto pressione negli ultimi anni da rincari e stagnazione dei salari reali.

L’USS sollecita aumenti generali tra il 2% e il 2,5%, con punte fino al 3% in settori come banche e trasporti. Secondo l’organizzazione, le imprese hanno la capacità di sostenere questi incrementi: la produttività è cresciuta di circa l’11% negli ultimi dieci anni, ma i salari reali sono rimasti fermi e in molti casi inferiori ai livelli del 2015. L’organizzazione sindacale insiste inoltre su minimi salariali «dignitosi»: 4.500 franchi al mese per un impiego a tempo pieno; 5.000 franchi per chi possiede un certificato federale di capacità (CFC), dato che un terzo di questi lavoratori guadagna meno. Un’altra rivendicazione riguarda l’introduzione di una compensazione automatica dell’inflazione all’interno delle convenzioni collettive di lavoro (CCL).

Anche Travail.Suisse chiede un rafforzamento del potere d’acquisto, proponendo un aumento medio del 2% per tutti i lavoratori nel 2026. L’obiettivo è reagire all’effetto combinato di inflazione, premi sanitari sempre più elevati e affitti in crescita. Le richieste sono però differenziate per settore: sanità: +4%; costruzioni: +2%; industria meccanica: fino al 3,5% per le imprese non colpite da dazi o da svalutazione del dollaro; per le altre, misure adattate.