Politiche economiche

I salvataggi nel settore energetico rischiano di fare più male che bene

Le misure pubbliche adottate per attenuare l’impatto dei rincari nel campo dell’energia hanno spesso prodotto effetti distorsivi sui mercati, penalizzando i Paesi meno abbienti e indebolendo la capacità dei governi di affrontare crisi future e di favorire fonti più affidabili
La guerra in Iran ha fatto impennare i prezzi del petrolio e del gas naturale liquefatto. La crisi energetica è globale. © EPA/Guillaume Horcajuelo
The Economist
30.03.2026 06:00

Quando negli ultimi anni sono esplose delle crisi, i politici del mondo ricco sono stati rapidi nel ricorrere ai salvataggi pubblici. Durante la pandemia di COVID-19 e la crisi energetica causata dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, i governi hanno aperto i cordoni della borsa e messo in campo interventi pesanti nel tentativo di attutire i danni subiti da famiglie e imprese.

Lo stesso sta accadendo con la crisi energetica legata alla guerra in Iran, che ha fatto impennare i prezzi del petrolio e del gas naturale liquefatto (GNL). La Spagna ha ridotto l’IVA sui carburanti e sull’elettricità per le economie domestiche, l’Italia ha tagliato le accise sulla benzina, la Corea del Sud ha imposto un tetto ai prezzi alla pompa e il Giappone sta aumentando la spesa per i sussidi destinati a contenerli. Il governo britannico sta valutando di sovvenzionare le bollette energetiche dei percettori di aiuti sociali e promette di reprimere la «speculazione». Perfino negli Stati Uniti, al sicuro sul piano energetico, i Democratici hanno chiesto imposte straordinarie sugli «extraprofitti» delle compagnie petrolifere, con il gettito destinato alle famiglie.

Interventi di questo tipo faranno più male che bene. I prezzi elevati e i profitti ingenti spingono i consumatori a risparmiare energia, incoraggiando al contempo i produttori a trovarne e venderne di più. E come ha dimostrato la crisi energetica del 2022, interferire con questi segnali può danneggiare le popolazioni più povere del mondo.

È aritmeticamente impossibile che ogni governo protegga i propri consumatori dalla penuria energetica. Finché lo Stretto di Hormuz resterà chiuso, il mondo avrà perso il 15% della propria offerta di petrolio; se si aggiungono i danni agli impianti del Qatar, l’offerta globale di GNL risulta ridotta di circa un quinto. Nessun sussidio può ripristinare queste quantità. Il consumo globale di energia deve diminuire.

L’effetto degli aiuti pubblici, dunque, è quello di scaricare l’aggiustamento sugli altri. Dopo che il continente ha perso gran parte delle forniture di gas russo nel 2022, molti Paesi europei hanno speso in due anni oltre il 2,5% del PIL in sussidi. Gli interventi sono stati mal gestiti. Nel complesso del mondo ricco, più della metà del denaro è stata spesa per attenuare il meccanismo dei prezzi e circa quattro quinti non sono stati mirati, finendo per avvantaggiare le famiglie più benestanti, che tendono a consumare più energia. L’Europa si sarebbe comunque orientata verso il GNL, ma i sussidi hanno aggravato la crisi globale. Mentre le importazioni europee di GNL aumentavano del 65%, nell’Asia meridionale diminuivano del 16%. Pakistan e Bangladesh hanno subito blackout e un aggravarsi della povertà.

Ripetere questo schema sarebbe al tempo stesso vergognoso e costoso. Nel 2022 gli interventi europei apparivano a buon mercato perché tassi d’interesse e rendimenti obbligazionari avevano iniziato l’anno vicini allo zero. Oggi il costo del debito è molto più elevato. La guerra ha provocato una forte vendita di obbligazioni, in particolare nei Paesi dipendenti dal gas. Il Regno Unito deve ora pagare quasi il 5% per indebitarsi a dieci anni, circa mezzo punto percentuale in più rispetto al picco del panico ai tempi di Liz Truss. Ricorrere a nuovo debito per sovvenzionare l’energia consumerebbe il già scarso spazio fiscale. E, stimolando l’economia, potrebbe rendere più difficile per le banche centrali controllare l’inflazione, destabilizzando ulteriormente i mercati obbligazionari.

Gli interventi regolatori non costano denaro, ma rischiano di ritorcersi contro con la stessa facilità. È auspicabile che i fornitori non colpiti dal conflitto - compresi quelli delle rinnovabili - realizzino profitti elevati, perché ciò incentiva una fornitura di energia più sicura. Anche le imposte sugli extraprofitti hanno la spiacevole abitudine di diventare permanenti. Il Regno Unito non ha mai abolito il prelievo supplementare imposto nel 2022 ai profitti del petrolio e del gas del Mare del Nord, che ha portato l’aliquota marginale a un punitivo 78%. Sarebbe stato preferibile ridurre quell’imposta per rafforzare la sicurezza energetica.

Al di là dell’esigenza di evitare gli errori del passato, che cosa dovrebbero fare i governi? Potrebbero aumentare temporaneamente i trasferimenti in contanti alle famiglie povere attraverso il sistema di welfare, lasciando però invariati i prezzi dell’energia e quindi intatto l’incentivo al risparmio. Nel 2022 ci furono anche interventi più calibrati: la Germania offrì sostegni in denaro collegati ai consumi energetici.

Princìpi analoghi potrebbero essere applicati su scala internazionale per indirizzare gli aiuti verso i più bisognosi del mondo. Durante gli shock energetici degli anni Settanta, il Fondo monetario internazionale fornì un sostegno supplementare alle bilance dei pagamenti dei Paesi più gravemente colpiti e alleggerì per i Paesi poveri gran parte dell’onere degli interessi. Potrebbe trovarsi oggi a doverne approntare una versione moderna, così come nel 2022-2024 ha gestito un piano di prestiti dedicato ai Paesi colpiti dall’aumento dei prezzi di alimenti e fertilizzanti.

La sfida di lungo periodo è chiara: le economie devono emanciparsi dalle fonti di energia insicure e, idealmente, ridurre il consumo di combustibili fossili. È illusorio pensare che questa transizione possa realizzarsi se i governi continuano ad assorbire ciecamente i costi del sistema attuale, limitando al contempo i rendimenti di chi offre alternative più robuste.

Dopo aver superato il 10% alla fine del 2022 - a causa dei colli di bottiglia post-pandemia, degli stimoli fiscali eccessivi e dello shock energetico seguito all’invasione russa dell’Ucraina - l’inflazione media nei Paesi ricchi era scesa attorno al 2%. I banchieri centrali credevano di aver domato la bestia inflazionistica. Proprio mentre distoglievano lo sguardo, questa ha riaperto gli occhi. La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha sconvolto i mercati energetici. I flussi di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz restano circa il 95% al di sotto dei livelli normali, mentre Teheran ha risposto bombardando impianti di gas nella regione. Il Brent si aggira attorno ai 100 dollari al barile, rispetto ai 60 di inizio anno. Perché si arrivi a una recessione globale, le turbolenze dovrebbero aggravarsi molto di più. Secondo Oxford Economics, servirebbero due mesi con il petrolio a 140 dollari. Finora i prezzi non sono neppure raddoppiati: l’attuale scossa assomiglia più a una lieve scarica elettrica che a un colpo letale. I mercati «scontano» un rallentamento moderato, non una recessione. Più preoccupante è l’inflazione. Le aspettative inflazionistiche desunte dai mercati salgono rapidamente. Un aumento duraturo di 10 dollari del prezzo del petrolio aggiungerebbe tra 0,3 e 0,4 punti percentuali all’inflazione complessiva. Con il greggio a 100 dollari l’inflazione stimata dall’Ocse potrebbe superare il 4%; a 140 dollari, tra il 5% e il 6%. Le banche centrali potrebbero avere meno margini di manovra rispetto al 2022: negli Stati Uniti, Trump reagirebbe con forza a qualsiasi irrigidimento monetario. Se non riusciranno a contenere la crisi, i governi potrebbero ricorrere a sussidi energetici, come nel 2022-23, quando molti Paesi europei vi destinarono oltre il 2,5% del PIL, con enormi costi fiscali e scarsa selettività. In un clima di rabbia populista e spesa disinvolta, è lecito dubitare che stavolta vadano meglio.