I vincenti della guerra commerciale potrebbero essere Cina e India

Entro il «nuovo paradigma» economico globale, le azioni dei mercati emergenti possono superare Wall Street e l’Asia, con Cina e India in testa. Le loro economie beneficiano infatti di una disciplina finanziaria e di un livello di indebitamento rispetto al PIL ben inferiore a quello delle economie «sviluppate».
È quanto ha indicato Alex Smith, Head of Investment Specialist per l’Asia di Aberdeen a Singapore, che abbiamo sentito a margine di un incontro svoltosi a Lugano nei giorni scorsi.
Quali le conseguenze della guerra dei dazi degli USA? «L’agenda Trump favorisce i Paesi emergenti, l’Asia è ben posizionata nel rapporto con gli Stati Uniti, sul piano commerciale e valutario. La situazione è molto diversa dal 1985, quando gli USA negoziarono col Giappone per ridurre il valore del dollaro. Oggi Asia e Medio Oriente hanno forti riserve in dollari e Treasury.
Sul piano commerciale il reshoring americano ha dei limiti e il manufacturing asiatico cresce in qualità». I mercati asiatici hanno beneficiato dell’esodo di capitali da Wall Street? «Sì, un elemento di attrazione è la tecnologia cinese avanzata. Crea sistemi hi-tech paralleli a quelli USA ma più convenienti (DeepSeek, Alibaba), anche nell’IAe nel hardware. Inoltre l’azionario cinese è conveniente». Tuttavia gli investitori sono rimasti delusi da «false partenze» del mercato che poi si sono spente. «In effetti vi sono state tre o quattro false partenze, ma noi crediamo che questa volta sia diverso. La Cina sta vivendo la sua terza rivoluzione industriale e le trasformazioni radicali stanno recando frutti. La politica è cambiata e dal Governo sono venuti segnali chiari. Il fattore determinante è l’aumento dei consumi interni che si sta manifestando, anche grazie ai sostegni governativi».
I problemi del credito e dell’immobiliare sono superati? «Sono stati affrontati a partire dal 2020-2021, con un prosciugamento della liquidità verso l’immobiliare, stimolando l’industria. Non a caso dal 2021 la Cina è diventato il primo esportatore mondiale di automobili».
Il secondo gigante asiatico, l’India, è davvero il mercato del futuro? «L’India, in termini di investimento, è una “storia” a lungo termine. Qualità del mercato e liquidità sono migliorate. In termini macro è favorita dalla demografia giovane, da un livello medio di formazione elevato, dall’uso della lingua inglese, dalla lunga tradizione e competitività nel manufacturing e questo la rende particolarmente aperta. La sua struttura economica non è dominata dall’export e l’aumento dei redditi favorisce i consumi interni. Il Paese beneficia della stabilità valutaria e dalla buona situazione fiscale. Il quadro politico democratico, con l’importanza attribuita ai diritti individuali, è certo diverso da quello cinese, i processi sono più lenti e richiedono negoziazioni e lo stesso livello delle infrastrutture non è quello cinese». Si nota spesso come i mercati emergenti asiatici, considerata la loro esposizione in dollari, siano sensibili all’andamento dei tassi d’interesse USA. «Esiste una sensibilità all’evoluzione dei tassi americani, in un senso viste le riserve in biglietti verdi e in Treasury di vari Paesi. L’esposizione di debiti in dollari da parte di certi Paesi asiatici è stato però più un problema del passato. Da qualche tempo l’esposizione debitoria al biglietto verde è diminuita».