Mercati emergenti

Il baricentro dell’economia si sposta sempre più a Oriente

Mentre l’Occidente fa i conti con l’incertezza dei dazi e della geopolitica, il comparto sudest asiatico, dal polo tecnologico della Cina meridionale alle fabbriche vietnamite, si profila quale alternativa - Anche per le imprese svizzere
Dimitri Loringett
21.08.2026 22:15

Tra politiche economiche dirompenti (e spesso erratiche) dell’amministrazione statunitense e tensioni geopolitiche alimentate dai conflitti nell’Europa orientale e nel Golfo Persico, le imprese d’Occidente devono cercare alternative per restare competitive. Del resto, la globalizzazione non si è fermata, ha solo rallentato la corsa e spostato il proprio baricentro, come ha ricordato, a Lugano in occasione della recente Global Commodities Conference, l’ambasciatore italiano Ettore Sequi, già segretario generale della Farnesina. E questo baricentro si sposta sempre più a Oriente dove chi può volge lo sguardo in cerca di opportunità, benché soppesate con riserva, perché i rischi imprenditoriali ci sono, beninteso, anche in Asia. Ma il comparto Sud-Est asiatico, grazie agli effetti di «decentramento» dall’Occidente, viene visto sempre più come un nuovo «eldorado» economico, che si sviluppa su tre livelli: il polo finanziario-tecnologico-manifatturiero cinese, le fabbriche del Vietnam e i portafogli dei grandi investitori.

Ecosistema cinese

Partiamo dalla Cina, con la sua Greater Bay Area (GBA), l’agglomerato che unisce Hong Kong, Shenzhen, Macao e le città del Guangdong. Un «white paper» pubblicato da Fidinam lo descrive come un’area con 86 milioni di abitanti, un PIL superiore ai 2.000 miliardi di dollari, dimensioni che la collocano tra le prime dieci economie del pianeta, davanti alla San Francisco Bay Area e New York. La forza della GBA passa dalla finanza di Hong Kong, l’innovazione di Shenzhen e la manifattura del Guangdong, tre elementi di un «ecosistema» tenuti insieme da un «cerchio di un’ora» che collega le città in tempi minimi, grazie alla moderna ed efficiente rete di trasporti.

Ma la vera posta in gioco, osserva Fidinam, è tecnologica. Con il quindicesimo piano quinquennale (2026-2030), Pechino ha eletto la regione a motore dell’autosufficienza tecnologica, concentrando risorse su intelligenza artificiale, robotica umanoide e biomanifattura. A trattenere capitali e talenti ci pensa un sistema di incentivi aggressivo, imperniato sul cosiddetto «doppio 15%», cioè un’aliquota fiscale d’impresa ridotta dal 25% al 15% nelle zone di cooperazione, che viene concessa anche ai professionisti qualificati.

Il rapporto di Fidinam insiste inoltre su un punto. La GBA non è un blocco unico, ma un ventaglio di porte d’ingresso specializzate. E indica quattro «zone di cooperazione» chiave: Qianhai, votata alla finanza transfrontaliera e ai servizi; Nansha, alla logistica e all’innovazione; Hengqin, alla diversificazione economica di Macao; e Hetao, alla ricerca e ai flussi di dati fra Shenzhen e Hong Kong.

Ricadute vietnamite

Se la Cina meridionale «fa sistema», il Vietnam ne raccoglie i frutti. Come racconta Luca Degiovannini di Switzerland Global Enterprise - l’organizzazione di promozione delle esportazioni e della piazza economica elvetica - in un recente contributo sulla rivista di settore Vietnam Investment Review, Hanoi cresce oltre l’8% nel 2025 e punta al 10% nel 2026, tra le economie più rapide dell’Asia. Non a caso vi opera già un centinaio di aziende svizzere, segno di un interesse tutt’altro che teorico. «Dopo oltre un decennio di trattative - spiega Degiovannini - il Vietnam ha concluso un accordo di libero scambio con l’AELS, l’area economica che include quindi la Svizzera. L’invito però alle imprese elvetiche è di guardare al Paese come destinazione strategica di lungo periodo e non più come semplice base produttiva». L’accordo, precisiamo, è stato concluso lo scorso 2 luglio ed è ora in fase di finalizzazione giuridica, a cui seguiranno la firma delle parti e l’approvazione e ratifica parlamentare.

Il Vietnam è il punto in cui convergono forze opposte, spiega ancora l’esperto: «Da nord arriva la delocalizzazione. Sotto la pressione dei margini interni, molte aziende cinesi vi spostano parte della produzione e il Paese si aggiudica progetti industriali un tempo destinati a Thailandia e Malesia. Da Occidente invece arrivano i capitali, dal polo del gas industriale di Messer a Ho Chi Minh City al complesso siderurgico «verde» da 3,1 miliardi di dollari nel Tay Ninh».

Lo sguardo dell’investitore

Un ulteriore elemento di «decentramento» è quello del denaro, come indicato in un’analisi della banca privata EFG, secondo cui la prossima frontiera dell’investimento nell’IA potrebbe non arrivare dalla Silicon Valley. Nel 2026 le Borse delle economie emergenti hanno battuto quelle sviluppate, trainate però da pochi mercati «tecnologici» (Taiwan e Corea del Sud) al cuore della filiera dei semiconduttori. Concentrarsi solo sui produttori di chip, avverte EFG, rischia di far perdere la prospettiva più ampia. Come i cellulari permisero a interi Paesi di saltare la rete fissa, l’IA potrebbe consentire alle economie emergenti di «scavalcare» le fasi tradizionali dello sviluppo. D’altronde, oltre il 40% del traffico globale di ChatGPT proviene già da economie a reddito medio, con Brasile, Indonesia e, guarda a caso, Vietnam in testa.

Qui sta però anche la citata «riserva». I vincitori di domani, secondo EFG, non saranno i Paesi che fabbricano i chip, bensì quelli capaci di usare l’IA per alzare la produttività. Ma le insidie restano, come la potenza di calcolo, il capitale di rischio e i data center, che sono ancora concentrati nei Paesi ricchi. Inoltre, il divario digitale penalizza i redditi bassi e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro avverte che l’automazione potrebbe distruggere posti di lavoro prima dei guadagni di produttività.

Occasione per la Svizzera

Guardando infine alla realtà locale, svizzera ma anche ticinese, quali sono le opportunità per le nostre imprese? Degiovannini indica i settori in cui le competenze elvetiche incontrano la domanda asiatica, ovvero meccanica di precisione e manifattura avanzata, farmaceutico e scienze della vita, tecnologie pulite ed efficienza energetica. «Bisogna però guardare al Vietnam non come a un mercato a sé, bensì come porta d’accesso a catene del valore asiatiche più ampie», avverte.