L'analisi del lunedì

Il capitalismo delle cannoniere renderà il mondo più povero

L'azione di governo dell'amministrazione Trump, che utilizza le aziende come strumento di Stato, non renderà il mondo e l'economia globale più sicuri – Le grandi imprese americane stanno ritornando al tempo in cui gli interessi geopolitici di un Paese coincidevano con quelli degli affari
© KEYSTONE (REUTERS)
The Economist
19.01.2026 06:00

Per gran parte della storia moderna, le imprese multinazionali hanno agito in stretta simbiosi con lo Stato. La Gran Bretagna e i Paesi Bassi furono finanziati dalle rispettive Compagnie delle Indie orientali, offrendo in cambio sostegno militare e diplomatico. In Germania la Krupp e in Giappone la Mitsubishi favorirono l’industrializzazione, mentre i loro governi garantivano l’accesso a miniere e mercati all’estero. Gli interventi americani aiutarono le compagnie petrolifere ad assicurarsi risorse straniere. Poi, per un periodo a partire dagli anni Ottanta del XX secolo, i governi fecero un passo indietro e le multinazionali si diffusero senza vincoli in tutto il mondo. Oggi, però, il capitalismo delle cannoniere è tornato.

Il convitato di pietra a Davos

Questa settimana i vertici di molte delle più grandi aziende del mondo si riuniranno nella località alpina svizzera di Davos e una delle principali preoccupazioni sarà la clamorosa intrusione dei governi nelle loro attività transfrontaliere. Con il ritorno della guerra in Europa e una Cina autoritaria sempre più assertiva, i politici stanno ridisegnando la mappa degli affari globali, stabilendo dove le multinazionali possono o non possono operare.

Il presidente americano, Donald Trump, si spinge ancora oltre. Considera le imprese uno strumento utile per accrescere il potere dello Stato. Ha sollecitato i dirigenti del settore petrolifero statunitense a tornare in Venezuela, minacciando ritorsioni in caso contrario; ha fatto pressione sulle aziende della difesa affinché smettessero di riacquistare azioni proprie; e ha preteso che le società tecnologiche che vendono processori avanzati alla Cina condividano una parte dei ricavi con il suo governo.

Questo ritorno dell’ingerenza statale avrà conseguenze destabilizzanti per le multinazionali occidentali, che realizzano circa 23 mila miliardi di dollari di fatturato annuo, 2,4 mila miliardi di profitti e impiegano milioni di persone in tutto il mondo. Significherà un mondo meno prospero - e non necessariamente più sicuro.

Si punta sul mercato interno

Il mutamento dell’ordine geopolitico sta già rimodellando anche le multinazionali occidentali. Dazi, sussidi e sanzioni hanno dirottato i capitali lontano da Paesi come Cina e Russia e verso i mercati domestici. Nel 2016 le multinazionali americane effettuavano il 44% dei loro investimenti in patria; oggi la quota è salita al 69%. Le vendite all’estero sono diminuite in termini reali, mentre quelle domestiche sono aumentate. La ritirata è ancora più marcata nei settori che i governi spesso considerano «strategici», come il software, i farmaci e l’industria automobilistica.

Secondo Jamieson Greer, rappresentante per il Commercio di Trump, l’età d’oro della globalizzazione non tornerà. Il futuro probabilmente riserverà un coinvolgimento statale ancora maggiore. L’attrazione delle ricchezze commerciali ha motivato la destituzione di Nicolás Maduro in Venezuela da parte di Trump e orienta i suoi sforzi per assicurare una tregua tra Russia e Ucraina. Ma Trump sta anche legando sempre più strettamente le imprese allo Stato. La sua amministrazione ha acquisito partecipazioni in una serie di società minerarie e in un produttore di semiconduttori in difficoltà; la Strategia di sicurezza nazionale, pubblicata il mese scorso, afferma che continuerà a farlo. Più l’America promuove le proprie aziende e penalizza le altre, più diventa razionale per gli altri Paesi sostenere le proprie imprese.

Costoso e inefficiente

Che cosa comporterà il nuovo mondo del capitalismo delle cannoniere? Anzitutto, sarà più costoso e meno efficiente – e questo conta più che in passato, perché oggi le multinazionali rappresentano una quota molto più ampia delle economie moderne. I colossi globali americani costituiscono oltre un quinto dell’occupazione privata interna, due quinti degli investimenti fisici e tre quarti dei profitti. Questa forza è il prodotto di una vasta infrastruttura che muove merci e informazioni in tutto il pianeta, rendendo più semplice fare affari oltreconfine, aumentando i profitti per gli azionisti e abbassando i prezzi per i consumatori. Quando le imprese sono costrette ad allocare capitale secondo linee geopolitiche e non economiche, diventano meno produttive, riducendo la prosperità di tutti.

Già ora vi sono segnali che le multinazionali stanno perdendo redditività rispetto alle imprese che operano solo sul mercato interno. Abbiamo esaminato il rendimento del capitale investito delle aziende occidentali non finanziarie con vendite superiori ai 10 miliardi di dollari nel 2023 e 2024. In sette settori su nove, i rendimenti delle multinazionali sono risultati inferiori a quelli dei concorrenti domestici. In molte di queste aree, il divario tra imprese nazionali e globali si è ampliato rispetto al 2018-19.

Aumentano le minacce esterne

Costi così elevati potrebbero comunque valere la pena, se rendessero i Paesi più sicuri. Con regimi autoritari sempre più aggressivi in tutto il mondo, le democrazie devono affrontare l’urgenza di aumentare la spesa per la difesa. Allo stesso modo, un colpo ai profitti dei produttori di chip potrebbe essere un prezzo ragionevole da pagare se un embargo impedisse a un avversario di compiere un salto tecnologico capace di tradursi in un significativo vantaggio militare. 

La prudenza è stata superata da una politica estera muscolosa

Qual è il segreto per ottenere da una politica estera muscolosa un vantaggio reale per la propria economia? È quello di intervenire con saggezza. Eppure, l’approccio del presidente Donald Trump è costellato di problemi. Innanzitutto, si concentra sulle fonti sbagliate di forza. La supremazia commerciale non consiste più nell’assicurarsi l’accesso alla maggior quantità di petrolio o di altre risorse naturali. Oggi deriva invece dall’innovazione e dal capitale umano immateriale, che spingono in avanti le frontiere della tecnologia e rendono i prodotti indispensabili per i consumatori. Ma con la sua «guerra» alla scienza e all’immigrazione, Trump sta indebolendo le prospettive dell’innovazione.

Inoltre, l’intervento è confuso, apparentemente per scelta. La politica americana sulla vendita di semiconduttori alla Cina ha oscillato in modo incoerente tra apertura e chiusura, a seconda di chi riesce a influenzare il presidente. Il rischio è che ogni decisione diventi terreno di lobbying, se non di vera e propria corruzione. E poiché l’incertezza politica offre all’amministrazione ciò che più desidera – la massima leva – le imprese non riescono a pianificare.

Date le inclinazioni del presidente, è difficile immaginare che l’amministrazione Trump riesca a superare queste debolezze. La questione più profonda, dunque, è se altri governi possano fare meglio – se, in effetti, un capitalismo delle cannoniere efficace possa diventare parte del vantaggio competitivo di qualche Paese.

Noi restiamo scettici e non solo per via della schiacciante potenza militare americana. Con l’attenuarsi dell’età d’oro della globalizzazione, la lezione da ricordare è che i governi creano rendite; le rendite distorcono i mercati; e i mercati distorti rendono i Paesi più poveri e i loro cittadini meno intraprendenti. L’attrattiva del capitalismo delle cannoniere è che promette insieme prosperità e sicurezza. La realtà è che non porterà né l’una né l’altra. 

Da «The Economist», tradotto dalla redazione Economia del «Corriere del Ticino» e pubblicato su licenza. L'articolo originale, in inglese, è disponibile su www.economist.com.