Il «deep tech» è sempre più svizzero... ma con i capitali esteri

L’anno scorso in Svizzera ben 2,6 miliardi di dollari di finanziamenti in capitali di rischio (venture capital, VC) sono stati destinati al deep tech, quasi cinque volte il livello di dieci anni fa - un record. Ma a colpire ancora di più è che la quota di questi investimenti, ossia il 63%, supera quella di Cina (56%) e Stati Uniti (54%). E, con 1.470 dollari investiti pro capite, la Svizzera è terza a livello globale, dopo Israele e gli USA. Questi i dati salienti dello Swiss Deep Tech Report 2026, alla sua seconda edizione, pubblicato negli scorsi giorni dalla Fondazione Deep Tech Nation Switzerland.
Il deep tech non è la «semplice» innovazione digitale, bensì comprende le tecnologie fondate su autentiche scoperte scientifiche o ingegneristiche - dai semiconduttori e la fotonica alla biologia sintetica, dalla robotica alle tecnologie quantistiche, nonché quelle aerospaziali - portate per la prima volta dalla ricerca a un prodotto concreto, con l’ambizione di affrontare le grandi sfide dell’umanità. Si tratta di settori che richiedono anni di sviluppo, capitali ingenti e una densità di talenti che pochi ecosistemi al mondo possono offrire. E la Svizzera è uno di questi.
«Deep capital» straniero
Uno degli elementi più significativi del rapporto riguarda la provenienza dei capitali. Gli investitori esteri forniscono l’82% dei finanziamenti per le tornate dai 15 ai 100 milioni di dollari, quota che sale all’88% per quelle superiori ai 100 milioni di dollari, con gli statunitensi che da soli coprono oltre la metà dei finanziamenti nelle fasi avanzate. Gli investitori svizzeri sostengono più di un terzo delle tornate nelle fasi iniziali, ma la loro quota scende al 12% nelle fasi avanzate - e in entrambe le fasi, gli autori del rapporto sottolineano la «scarsa presenza» di investitori istituzionali, quali ad esempio i fondi pensione svizzeri.
Questa «anomalia» significa che la Svizzera produce tecnologia di punta, forma i talenti e ospita le sedi centrali delle imprese, ma è largamente dipendente da capitali esteri per finanziare la crescita delle sue imprese più promettenti. Alcune aziende svizzere ritengono infatti di dover rivolgersi a mercati come quello statunitense per reperire il «deep capital» (finanziamenti importanti e di lungo termine) e le collaborazioni strategiche necessarie per il lancio commerciale e il percorso verso l’eventuale quotazione in Borsa.
Tuttavia, gli autori del rapporto osservano che gli investitori che un tempo dovevano essere convinti a guardare alla Svizzera oggi arrivano di propria iniziativa, mentre gli imprenditori che hanno creato aziende nella Confederazione vendendole poi con successo all’estero stanno tornando nel Paese per ricominciare. Secondo Joanne Sieber, CEO della Fondazione Deep Tech Nation Switzerland: «I dati dimostrano che la Svizzera non è più un ecosistema nascosto. La presenza massiccia di capitali americani nelle fasi avanzate ne è la conferma. Ma il vero nodo strutturale rimane quello dei capitali domestici: servono investitori istituzionali svizzeri, a partire dai fondi pensione, molto più presenti nelle fasi di crescita».
C’è poi la questione, molto attuale, della sovranità tecnologica europea rispetto ai grandi attori globali. Sieber invita però a ricalibrare il concetto: «L’indipendenza totale non è né fattibile né auspicabile, ma questo non significa rinunciare alla sovranità tecnologica, al contrario. Anche Israele, spesso citato come modello, non ha costruito il suo successo isolandosi, ma combinando una solida base propria con una forte integrazione internazionale: Nasdaq, VC statunitensi, iniziative congiunte con istituzioni USA. Il punto non è scegliere tra sovranità e collaborazione internazionale, ma costruire collaborazioni che rafforzino - e non sostituiscano - la sovranità. Per la Svizzera e l’Europa, l’obiettivo deve essere ancorare qui la creazione di valore, ovvero posti di lavoro qualificati, ricerca e sviluppo di base e proprietà intellettuale».
Politecnici federali al centro
L’ecosistema svizzero del deep tech poggia su due pilastri istituzionali: il Politecnico federale di Zurigo (ETH) e quello di Losanna (EPFL), che producono più spinout finanziati in VC di qualsiasi altra università europea. È da questi laboratori che nascono le aziende citate nel rapporto come esempi virtuosi, dalla biotech GlycoEra alla medtech Distalmotion, dalla robotica di Flexion alla «future of compute» ZuriQ.
Tuttavia, Zurigo e Losanna - e in misura minore Basilea, Ginevra e Zugo - assorbono la quasi totalità degli investimenti. Altre regioni svizzere votate all’innovazione, come la Svizzera italiana, restano praticamente «invisibili» nei rilevamenti nazionali. Ancora Sieber: «Il Ticino non è fuori dai radar, ma è un polo emergente. IDSIA, CSCS e USI offrono ingredienti competitivi reali. La priorità sistemica è la connettività nazionale, cioè far circolare talenti, capitali e partner industriali tra i poli regionali. Quando funziona, l’eccellenza locale diventa resilienza economica nazionale».
La «tensione» della crescita
Per settori ad alta intensità di capitale come il cleantech, la robotica o i nuovi materiali, la Svizzera è un luogo eccellente per fare ricerca e avviare un’impresa, ma spesso troppo piccola per consentire alle sue aziende di crescere fino alle dimensioni che certi modelli operativi richiedono. La questione è nota e si chiama «scalabilità produttiva» (scale up). Infrastrutture, manodopera industriale e mercato interno svizzeri hanno infatti limiti oggettivi. E quando la crescita non può avvenire in patria, avviene altrove. Un esempio rappresentativo di questa «tensione» è quello di Climeworks, la società zurighese di «direct air capture» che sviluppa i propri impianti fuori dai confini svizzeri (in Islanda, Norvegia, Oman e a breve anche negli USA).
Ma se la catena del valore si sviluppa prevalentemente fuori dai confini, viene da chiedersi qual è il ROI (return on investment), per esempio della Confederazione, che «investe» oltre due miliardi di franchi all’anno nei due Politecnici federali.
«Non lo vedo come un rischio, ma come un equilibrio da difendere», conclude Joanne Sieber. «La Svizzera non ha mai puntato solo su fabbriche o volumi di massa, ma la produzione non può delocalizzare senza conseguenze: fa parte anch’essa di una catena del valore sana. La nostra forza - medtech, orologeria, microelettronica - sta nella creazione di valore intellettuale, che deve completare l’industria, non sostituirla. Ciò che conta è che quanta più creazione di valore possibile - e sensata - rimanga nel Paese. Non è infatti un dato acquisito, ma un compito da svolgere».
