L'analisi

Il grande casinò finanziario si appropria anche dell’IA

Dal genio del silicio alla speculazione sui mercati - Il futuro tecnologico è al centro dell’interesse di operatori e fondi - Sullo sfondo non ci sono soltanto aspetti economici e culturali, ma il rischio di ipotecare l’avvenire dell’umanità
©SOPA Images Limited / Alamy Stock Photo
Giancarlo Bertoli
27.10.2026 06:00

La finanza moderna ha completato un’altra delle sue opere d’arte: dopo aver finanziarizzato l’oro, il grano e il petrolio, ha deciso di finanziarizzare persino il pensiero artificiale, prima ancora che questo abbia finito di pensare.

Resta da capire se, quando la musica di questo immenso casinò si fermerà, ci ritroveremo tra le mani una rivoluzione tecnologica o soltanto una montagna di fiches di carta. Mentre il mondo celebra la supremazia dell’intelligenza artificiale, qualcuno ha già scoperto che si può guadagnare non soltanto dalla potenza e dalla velocità di calcolo, ma anche dalle promesse sul futuro, dalle aspettative sui prezzi e dalle scommesse costruite su altre scommesse.

Il passaggio dal silicio alla speculazione finanziaria va ben oltre una curiosità dei mercati. È il segnale di una trasformazione più profonda, in cui l’uso e il valore di ciò che esiste rischiano di essere sopraffatti dal prezzo fittizio attribuito a ciò che ancora non esiste.Dal 2026, il beffardo genio della lampada di Aladino ha deciso che il silicio gli stava stretto. Perché limitarsi a lavorare nei data center quando si può fare il salto di qualità definitivo? Il genio è evaso e ha conquistato i parquet, stregando le già esperte sirene delle borse di Chicago e New York.

Con la nascita dei primi contratti futures ufficiali sul costo orario dei chip Nvidia H100 e Blackwell, abbiamo assistito alla sostituzione immediata e irrevocabile della sostanza con un astratto strumento finanziario. Il metallo si è fatto carta. La potenza di calcolo si è trasformata in una scommessa sul tempo. Un anno fa, i più scettici paragonavano questa evoluzione tecnologica a una manciata di «gettoni da casinò». Ebbene, i proprietari del casinò hanno ascoltato il suggerimento. Invece di vietare i gettoni, hanno deciso di quotarli ufficialmente, dotandoli di croupier in giacca e cravatta, algoritmi di borsa e rigorose camere di compensazione.

La «cavalleria cambiaria» digitale

L’aspetto più contorto di questa evoluzione è il ritorno trionfale di uno spettro del passato: la cavalleria cambiaria. Si tratta del vecchio trucco con cui due o più soggetti si scambiano cambiali fittizie, senza alcuna transazione reale sottostante, allo scopo di scontarle sul mercato e creare liquidità e credito dal nulla. Una girandola di carta priva di valore reale, tesa a finanziare debiti con altri debiti. Oggi, nel mondo del potenza computazionale, assistiamo alla stessa sfilata di destrieri: società tecnologiche che promettono capacità di calcolo future che ancora non possiedono; data center che cartolarizzano contratti di noleggio non ancora eseguiti; trader che scambiano contratti futures, compensandoli con stablecoin emesse a loro volta sulla base di riserve future e teoriche. È un giro vorticoso di «cambiali computazionali» che crea liquidità fasulla: un’architettura speculativa costruita sul nulla, sopra un pezzo di silicio ancora in fabbrica. Sia chiaro: comprendere e navigare questo intreccio è un esercizio fin troppo sofisticato per l’investitore comune. In questo contesto, guardarsi bene dal dare consigli di investimento è l’unico atto di prudenza rimasto. Qui non si parla di investire, ma di osservare un’illusione ottica.

Il trionfo del laissez-faire

Questo sistema non è nato per caso. È il frutto maturo del ritorno del laissez-faire et laissez-passer di matrice squisitamente anglosassone. Storicamente, i mercati di Londra e New York hanno seguito la stessa filosofia: «Lasciate correre il genio, create lo strumento finanziario, deregolamentate il più possibile per attrarre capitali da tutto il mondo e solo dopo, forse, conteremo i danni». Questo approccio libertario crea un paradosso drammatico. Da un lato, una liquidità oceanica e artificiale gonfia i bilanci delle grandi corporation e dei fondi speculativi; dall’altro, la realtà industriale arranca. Una start-up di giovani ingegneri che ha bisogno di qualche ora di calcolo su una GPU reale scoprirà che il prezzo è proibitivo. Non perché manchi il silicio, ma perché la «cavalleria» ha occupato tutte le praterie della borsa, facendo schizzare i prezzi reali con le sue scommesse sintetiche. Il fossato delle disuguaglianze sociali ed economiche diventa sempre più tenebroso e profondo.

Chi imprigionerà il genio?

Il genio della finanza computazionale ha scoperto che l’aria di Wall Street è molto più frizzante di quella, condizionata, dei data center. Ha barattato i transistor con opzioni, futures, surrogati e cambiali circolari digitali dal sapore tecnologico.La finanza moderna si è superata, creando nuovi strumenti finanziari degni di un’interpretazione critica d’avanguardia, quasi fossero opere d’arte postmoderna.

Dopo aver finanziarizzato l’oro, il grano e il petrolio, ha deciso di finanziarizzare persino il pensiero artificiale, prima ancora che questo abbia finito di pensare.Ma dietro questo spettacolo si nasconde una questione assai più inquietante. La crescente concentrazione di enormi interessi privati, capaci non soltanto di orientare lo sviluppo tecnologico, ma anche di moltiplicare la speculazione finanziaria, rischia di esasperare le contraddizioni di una società già profondamente segnata dalle disuguaglianze. I segnali sono sotto i nostri occhi. Alla straordinaria accumulazione di ricchezza e potere economico corrispondono insicurezza sociale, precarietà, crescente difficoltà a immaginare il futuro e una progressiva perdita di fiducia nella possibilità che il progresso tecnologico si traduca in progresso umano condiviso.