Convegno

Il monito dell'economia alla politica: «Il Consiglio federale abbia il coraggio di governare»

Apertura, rischio isolazionismo e franco forte i temi al centro della Giornata di economiesuisse, con gli interventi del consigliere federale Guy Parmelin e di Martin Schlegel della BNS
Alla «Giornata dell'economia 2026» è stata ufficializzata il cambio al vertice di economiesuisse: Christophe Mäder (a sinistra nella foto) cede il testimone a Silvan Wildhaber. © economiesuisse
Dimitri Loringett
12.09.2026 06:00

Non è sfuggito, dal palco della Messe Luzern, che la «Giornata dell’economia 2026» di economiesuisse cadesse l’11 settembre, venticinque anni dopo gli attentati alle Torri gemelle («Forse l’inizio dell’attuale distopia», è stato ricordato). Una menzione coerente con il filo conduttore del convegno («La Svizzera nel mondo») e con i messaggi che la principale associazione economica del Paese ha voluto indirizzare alla politica: lunedì 14 si apre infatti la sessione autunnale delle Camere e sui banchi di Berna non mancano i dossier decisivi per il futuro economico della Svizzera.

Ma al centro di questa edizione, oltre alla politica, c’è stato il passaggio di consegne ufficiale al vertice dell’organizzazione. Dopo due mandati, Christoph Mäder ha ceduto la presidenza all’imprenditore sangallese Silvan Wildhaber, 48 anni, a capo di un’azienda di famiglia. E l’uscente ha firmato un discorso d’addio tutt’altro che rituale. La Svizzera, ha esordito, a prima vista sta benissimo, con la sua vitalità economica, i suoi due Politecnici che «valgono oro», la formazione duale d’eccellenza, le istituzioni stabili e un sistema-Paese che offre un «porto della stabilità». Ma questa prima impressione induce all’autocompiacimento «e in parte alla superbia». Perché all’orizzonte, ha ammonito, si addensano nubi temporalesche e non è opportuno che «si resti seduti all’aperto convinti che andrà tutto bene» («Äs chunnt scho guet», ha detto Mäder in buon svizzerotedesco).

Da qui le critiche del presidente uscente, in tre punti. Primo: da anni la Svizzera appare «senza testa e senza visione», con un Consiglio federale che governa troppo poco come collegio. Secondo: il Paese «distoglie lo sguardo» dalla precaria sicurezza europea e dal conflitto in Ucraina. Terzo: si rischia un «pericoloso isolazionismo», di cui l’affossamento dell’Accordo di libero scambio (ALS) con il Mercosur da parte del Nazionale in giugno (il Consiglio degli Stati lo tratterà lunedì) è l’esempio, con l’industria d’esportazione «presa a calci». Rispetto agli altri Paesi Ocse, ha avvertito, «perdiamo terreno da anni».

Mäder ha chiuso con tre auspici. Il primo, ai Sette Saggi: «Abbiate il coraggio di governare». Nel mansionario del Consiglio federale, ha ironizzato, non è scritto che governare sia vietato: l’Esecutivo non può essere «un semplice esecutore e amministratore» delle idee del Parlamento e deve affrontare i problemi con lungimiranza, anche le riforme che oggi non raccolgono maggioranze. Il secondo, ai media: più riconoscimento per il «compromesso costruttivo» e più spazio al dibattito fattuale «e non al rumore» dei titoli sensazionalistici. «La democrazia vive di compromessi - ha detto, citando l’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt - e chi non sa farne è inservibile per la democrazia». Il terzo: che politici e imprenditori tornino a voler essere «tra i migliori in assoluto». «La politica non consiste nel descrivere i problemi, ma nel risolverli», ha concluso.

A raccogliere il filo è stato il neopresidente Wildhaber, che ha posto l’accento sul carattere «aperto» della Svizzera: «Intorno a noi imperversa una guerra commerciale e doganale e per una piccola economia aperta come la nostra è una sfida enorme». Di qui l’impegno «con tutte le forze» per i nuovi accordi di libero scambio e per i Bilaterali III con l’UE. Ma il compito vero, ha insistito, è interno: convincere la popolazione del valore di un’economia forte. In un’intervista alla «Neue Zürcher Zeitung» pubblicata ieri è stato netto: «Il nostro Paese deve darsi una regolata», perché «la prosperità va ricostruita ogni giorno». Infine, ha invitato gli imprenditori a impegnarsi di più nel dibattito politico e a parlare con la gente, perché «non voglio rinunciare alla democrazia diretta».

Sul palco è poi salito il consigliere federale Guy Parmelin. Il presidente della Confederazione ha rivendicato un dialogo solido con l’economia e negato ogni «ritirata» della politica, precisandone però i confini: «Non spetta allo Stato prescrivere alle imprese il cammino. Il nostro compito è che quel cammino resti aperto». E ancora: «L’innovazione non nasce a Palazzo federale, i posti di lavoro non nascono da decreti del Consiglio federale, la prosperità non si decreta: va guadagnata». Il vero lavoro, ha replicato a Mäder, è costruire consensi e maggioranze, mai scontate, nell’Esecutivo, in Parlamento e infine davanti al popolo. Sul fronte estero ha rivendicato la «diversificazione» perseguita con gli ALS e ha descritto il negoziato con Washington come «un valzer ricco di piroette», precisando che la Dichiarazione giuridicamente non vincolante finora in vigore viene rispettata.

Dopo la politica economica è stato il turno di quella monetaria, con il presidente della BNS Martin Schlegel che ha ricondotto la «resilienza» elvetica alla spinta delle esportazioni, trainate dal comparto chimico-farmaceutico. Non si è però sbilanciato sulla decisione del prossimo 24 settembre: «Prenderemo quella che meglio adempie al nostro mandato». Sulla forza del franco il 50.enne ha offerto una rassicurazione: l’apprezzamento nominale (da quasi 1,10 per euro nel 2020 agli attuali 94 centesimi) è «solo metà della verità», perché al netto dell’inflazione, più bassa in Svizzera che nelle altre grandi economie, il cambio reale ponderato è rimasto pressoché stabile, mentre in comparti come farmaceutica e turismo si è persino indebolito. Rispondendo al pubblico, ha citato tra l’altro i rischi inflazionistici «di secondo impatto» legati all’energia, principale causa del recente e lieve rialzo dell’inflazione allo 0,8%, che potrebbe salire ancora.

Sul piano associativo, segnaliamo, l’associazione avrà sedici nuovi membri di comitato, quattro dei quali nel comitato direttivo. Fra loro, Giorgio Pradelli, CEO di EFG e presidente designato dell’Associazione svizzera dei banchieri, che assume la vicepresidenza di economiesuisse in virtù del ruolo bancario.