Il panino che indica il valore dei soldi, l’indice Big Mac compie quarant’anni

Chiuso in una cassaforte nei pressi di Parigi, protetto da tre campane di vetro, si trova un piccolo cilindro in lega di platino, realizzato a Londra nel 1879. Conosciuto come «Le Grand K», per lungo tempo ha rappresentato il campione di riferimento definitivo per la misurazione del chilogrammo. Non esiste invece uno standard universale per misurare il peso monetario, o il potere d’acquisto, delle valute. Ma The Economist ha un candidato prediletto. Pesa fino a 240 grammi, è racchiuso in una scatola di cartone e si può trovare sotto due archi dorati. La nostra versione del «Grand K» è il Big Mac di McDonald’s.
L’indice Big Mac, da noi ideato a Londra nel 1986, compirà 40 anni a settembre. Quello che era nato come un divertente esperimento mentale ha finito per vivere di vita propria. Ha intrattenuto i lettori, incuriosito gli operatori valutari e irritato le banche centrali. Ha anche attirato le critiche di chi ritiene che il fast food non abbia nulla da dire sull’economia globale. L’indice nacque in un’epoca di intensa diplomazia monetaria, quando i responsabili politici temevano che le principali valute mondiali fossero gravemente disallineate, con il rischio di provocare calamità finanziarie o derive protezionistiche. Quarant’anni dopo, discussioni analoghe sono tornate d’attualità, questa volta attorno al dollaro, allo yuan e allo yen. In un mondo attraversato da turbolenze e controversie valutarie, la nostra appetitosa guida ai tassi di cambio è più utile che mai.
Il fast food può sembrare una scelta eccentrica come unità di misura del valore. Ma il Big Mac presenta vantaggi unici. È possibile acquistarlo quasi ovunque e il suo sapore è pressoché identico in ogni Paese. McDonald’s ne calibra aspetto, consistenza, gusto e odore con la stessa accuratezza dedicata dagli scienziati al cilindro da un chilogrammo custodito a Parigi. Ovunque si acquisti un Big Mac, si compra sostanzialmente lo stesso prodotto.
Ciò lo rende un buon indicatore di quanto si possa ottenere in cambio del proprio denaro. Negli Stati Uniti, con 100 dollari si comprano circa 16 Big Mac. È più o meno lo stesso potere d’acquisto in hamburger garantito da 100 euro, 426 yuan cinesi o 8.039 yen giapponesi. Eppure, sui mercati valutari, 100 dollari valgono in realtà circa 87 euro, 677 yuan o più di 16 mila yen. Una differenza che mostra quanto le valute mondiali si siano allontanate dal loro effettivo potere d’acquisto.
L’indice non convince tutti. Alcuni lo considerano troppo ristretto: che cosa potrebbe mai rivelare un singolo prodotto sull’intera economia? Altri lo ritengono troppo ampio: secondo alcune stime, i fattori produttivi difficilmente commerciabili oltre frontiera, come il lavoro e gli spazi commerciali, rappresentano più della metà del costo di un Big Mac. C’è chi mette in dubbio la sua capacità di prevedere i tassi di cambio, chi contesta il suo valore descrittivo come indicatore del vero valore di una valuta e chi ne respinge il valore prescrittivo, ossia la capacità di indicare dove i cambi dovrebbero collocarsi. Alcuni, più semplicemente, detestano i giochi di parole.
Per valutare la forza delle valute sarebbe ovviamente meglio confrontare i prezzi di migliaia di prodotti, anziché di uno soltanto. Ma anche le complesse misure del potere d’acquisto elaborate da organizzazioni come la Banca mondiale presentano dei limiti. Questi dati globali vengono pubblicati soltanto una volta ogni tre anni e con notevole ritardo: i numeri relativi al 2021, per esempio, sono apparsi soltanto nel 2024. La loro compilazione rappresenta una delle più vaste iniziative statistiche al mondo. Sono inoltre difficili da verificare e da comprendere. L’indice Big Mac è più rapido, aggiornato e facile da «digerire». E, nonostante la sua semplicità, i nostri risultati coincidono abbastanza bene con quelli della Banca mondiale. Delle 54 economie presenti sia nel nostro indice sia nella banca dati dell’istituzione, soltanto sette sono risultate convenienti secondo una misura e costose secondo l’altra.
Questo accade perché il Big Mac, pur essendo un singolo prodotto, contiene oltre 60 ingredienti distinti, dalla carne bovina alla gomma xantana. La sua produzione e vendita riflettono inoltre le condizioni dei mercati del lavoro e immobiliari dei Paesi in cui viene preparato e servito. Va riconosciuto che la capacità predittiva dell’indice Big Mac è stata altalenante. Ma, per esempio, indicò correttamente che l’euro era sopravvalutato al momento della sua introduzione, nel 1999.
Come interpretare, dunque, il fatto che l’indice segnali ancora una volta un disallineamento dell’euro, dello yuan e dello yen? All’inizio di quest’anno il Fondo monetario internazionale ha stimato che la valuta cinese fosse più debole del 16% rispetto a quanto suggerito dai fondamentali economici. Questo vantaggio competitivo ha contribuito a generare enormi surplus commerciali nel settore dei beni, arrivati lo scorso anno a quasi 1.200 miliardi di dollari. Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito questi squilibri «insostenibili» e una minaccia mortale per l’industria europea. Ha inoltre minacciato misure incisive qualora la Cina non cambiasse atteggiamento.
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, è stato spesso il critico più veemente delle valute asiatiche a buon mercato. A gennaio ha ricordato come fosse solito «combattere con tutte le forze» contro Cina e Giappone, che «volevano sempre… svalutare, svalutare, svalutare». Negli ultimi tempi, tuttavia, simili dichiarazioni da parte della Casa Bianca si sono attenuate.
Perché un secondo Accordo del Plaza oggi non funzionerebbe
Ogni pochi mesi gli operatori valutari tornano a discutere della possibilità di un nuovo Accordo del Plaza, il patto degli anni Ottanta concepito per svalutare il dollaro, nonostante sia estremamente improbabile che un accordo del genere possa funzionare oggi.
L’indice Big Mac può svolgere un ruolo in questo dibattito la cui posta in gioco è alta. Mostra con chiarezza che un tasso di cambio reale basso si traduce in un prezzo in dollari degli hamburger inferiore a quello statunitense. Questo squilibrio si accompagna ai bassi consumi interni della Cina, all’enorme deficit di bilancio degli Stati Uniti e ai flussi di capitale necessari a sostenerli. Per migliorare la posizione dello yuan nel nostro indice esistono due possibilità: la valuta deve rafforzarsi oppure i Big Mac cinesi devono aumentare di prezzo più rapidamente di quelli americani.
Un forte apprezzamento dello yuan potrebbe però compromettere la crescita cinese e aggravare le tendenze deflazionistiche del Paese. Potrebbe riequilibrare il commercio globale, ma si tratterebbe di un livellamento verso il basso. Per i responsabili politici cinesi sarebbe preferibile stimolare l’economia, in modo da far crescere più rapidamente salari e prezzi. In questo modo lo yuan risulterebbe meno sottovalutato anche qualora il tasso di cambio nominale rimanesse stabile. Gli economisti parlerebbero di un aumento del tasso di cambio «reale», ossia corretto per i prezzi.
Big Mac contro Big Macron
A circa dieci chilometri dal Palazzo dell’Eliseo, «Le Grand K» riposa ancora nella sua cassaforte. È stato pensionato nel 2019, dopo 130 anni di servizio. Se un giorno le valute dovessero davvero allinearsi al loro potere d’acquisto, anche l’indice Big Mac potrebbe diventare superfluo. Ma finché le monete resteranno prive di un saldo ancoraggio e il Big Mac continuerà a essere sempre uguale a sé stesso, il nostro indice conserverà una funzione utile, per quanto «indigesta» possa risultare ai suoi critici.
