Il presidente della BNS contraddice UBS: «Le misure non sono estreme»

Il presidente della direzione della Banca nazionale svizzera (BNS) Martin Schlegel prende nettamente posizione a favore dei requisiti patrimoniali più severi per UBS richiesti dal Consiglio federale, respingendo le accuse della banca secondo cui tali provvedimenti sarebbero inaccettabili e dannosi per la competitività internazionale. «Le misure proposte non sono estreme», dice.
In un'intervista alla Neue Zürcher Zeitung (NZZ) il 49enne spiega che la BNS è stata coinvolta a livello tecnico nell'elaborazione delle norme, ma la decisione è spettata al governo. A suo avviso la richiesta di una piena copertura patrimoniale (100%) delle partecipazioni estere è «assolutamente centrale per aumentare la resilienza delle banche sistemicamente rilevanti». Alla domanda se si voglia scacciare UBS dalla Svizzera, il presidente della BNS replica asciutto: «Nella scelta della sede, le prescrizioni patrimoniali sono solo un fattore tra molti. Gli analisti presumono che la 'swissness' sia positiva per UBS».
Le conseguenze di un'eventuale partenza? «Dipende da cosa verrebbe trasferito esattamente», risponde lo specialista con dottorato conseguito all'università di Berna. «UBS ha diverse unità giuridiche. Non voglio fare previsioni, ma partirei dal presupposto che l'istituto continuerebbe a svolgere una parte sostanziale della propria attività in Svizzera».
Secondo i calcoli della BNS l'onere aggiuntivo per UBS in materia di fondi propri si aggirerebbe intorno a 20 miliardi di dollari (17 miliardi di franchi), come affermato dal governo, e non 22 miliardi come sostenuto da UBS. «I nostri esperti hanno calcolato: tenendo conto delle riserve, UBS dispone già oggi di capitale proprio sufficiente per soddisfare tutte le proposte del Consiglio federale». Ha aggiunto: «Bisogna fare una ponderazione tra il rischio che devono sopportare i contribuenti svizzeri e gli interessi degli azionisti di UBS. Questo è il compito della politica. Ma la BNS dice chiaramente: le misure proposte sono dal punto di vista della stabilità finanziaria opportune e proporzionate».
Reduce dall'assemblea di primavera del Fondo monetario internazionale a Washington, Schlegel fornisce un quadro preoccupante per quanto riguarda le tensioni geopolitiche. «L'umore presso le banche centrali e i ministeri delle finanze non è buono: il motivo principale è il conflitto in Medio Oriente». L'incertezza è enorme e si lavora con scenari: «Al momento è quasi impossibile valutare con precisione l'evoluzione per il prossimo mese o il prossimo trimestre». Vi è un rischio di stagflazione? «Il parere prevalente era: è troppo presto per dirlo. Dobbiamo aspettare e vedere».
In relazione alla politica monetaria, confrontato con le critiche dell'industria orologiera (Nick Hayek CEO di Swatch, Georges Kern numero uno di Breitling) secondo cui si farebbe troppo poco contro il franco forte, Schlegel dice di avere grande rispetto per le aziende elvetiche che quotidianamente devono affrontare la concorrenza internazionale. Aggiunge però: «La BNS conduce la politica monetaria e dei cambi nell'interesse complessivo del paese. Non possiamo e non dobbiamo permetterci di orientare la nostra politica monetaria verso singoli rami o gruppi di popolazione».
Circa il delicato tema degli interessi negativi, il numero uno della BNS ribadisce che gli ostacoli alla loro reintroduzione sono più elevati rispetto a quelli di un normale taglio dei tassi in territorio positivo. «Allo stesso tempo, però, affermiamo anche che, se necessario, non esiteremo a reintrodurre un tasso d'interesse negativo», puntualizza.
Infine, sull'indipendenza delle banche centrali, messa a rischio dalle pressioni politiche negli Stati Uniti, Schlegel commenta: «La storia dimostra che solo una banca centrale indipendente può davvero assolvere al suo mandato».