Investimenti

Il prezzo d'ingresso al mercato dell'arte? «Appena» 20 mila euro

Matis è un operatore innovativo che crea un collegamento strutturato tra due mondi distinti, rendendo più accessibile il settore tramite veicoli dedicati a singoli capolavori, con regole semplici e trasparenti
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Generoso Chiaradonna
29.11.2025 06:00

Matis non è una galleria d’arte, né una casa d’aste e nemmeno un semplice intermediario nel mercato artistico tradizionale. Si tratta di un operatore innovativo che si propone l’obiettivo di creare un collegamento strutturato tra il mondo della finanza e quello dell’arte. Questa iniziativa mira a rendere accessibile un mercato che storicamente è stato riservato a pochi eletti, aprendo nuove opportunità di investimento anche a una platea più ampia di investitori.

Alberto Bassi, responsabile delle attività di Matis a Milano e Lugano, sottolinea come «Matis svolga il ruolo di ponte tra finanza e arte, senza voler stravolgere le dinamiche di mercato, ma puntando a renderle più efficienti». L’arte è, secondo Bassi, una asset class estremamente affascinante, ma complessa e spesso di difficile accesso per molti investitori. Per questo motivo, Matis si impegna a semplificare e strutturare questo mercato in modo regolamentato e trasparente, offrendo strumenti chiari e opportunità concrete.

La società opera sotto la vigilanza dell’Autorità dei Mercati Finanziari (AMF) francese e, grazie al passaporto europeo, Matis è attiva in diversi Paesi, tra i quali Italia, Francia e Svizzera (Ginevra e Lugano). Il loro modello si basa su una selezione rigorosa e mirata, concentrandosi solo su artisti iconici del Novecento che sono inclusi nell’indice Artprice100. Tra questi figurano nomi di grande rilievo come Warhol, Picasso, Fontana, Calder e Soulages. «Parliamo di lavori con valori compresi tra 500 mila e 5 milioni di euro, perché questo è il segmento considerato più liquido e resiliente del mercato», continua Bassi.

L’innovazione del modello di investimento di Matis consiste nella creazione di un veicolo finanziario dedicato per ogni singola opera d’arte, che ne diventa ufficialmente proprietario. Gli investitori possono partecipare con una sottoscrizione minima di 20 mila euro (18.500 franchi), acquistando obbligazioni convertibili legate a quel veicolo specifico. Così, «l’opera costituisce l’asset sottostante del veicolo di investimento, permettendo all’investitore di sapere esattamente su quale capolavoro sta puntando il proprio capitale», chiarisce Bassi.

Il periodo medio di investimento varia generalmente tra i 24 e i 36 mesi (non garantito), anche se l’orizzonte massimo può arrivare fino a cinque anni. «Viene sempre sottolineato il carattere illiquido e privato di questo mercato, i rischi includono sia la possibile perdita di valore sia l’allungamento dei tempi di vendita, tipici dei mercati illiquidi, richiedendo pazienza e una visione di medio-lungo termine», aggiunge Bassi.

L’andamento del modello è testimoniato dai dati concreti: dalla metà del 2023 a oggi, Matis ha realizzato 71 operazioni, di cui 19 già concluse. Il rendimento netto medio ottenuto si attesta al 17,6%, mentre l’Internal Rate of Return (IRR) ha superato il 30% in alcuni casi di vendita entro dodici mesi (dati storici non indicativi dei rendimenti futuri). La trasparenza è un valore fondamentale per Matis, come dimostrano i dati pubblici e dettagliati disponibili sul sito dell’azienda.

Uno degli aspetti fondamentali della strategia di Matis è la valorizzazione attiva delle opere d’arte. Bassi: «In collaborazione con gallerie internazionali, le opere vengono esposte nelle fiere d’arte più prestigiose a livello mondiale, quali Art Basel, Miami, Parigi, Milano e New York. Subito dopo l’acquisizione da parte del veicolo, l’opera viene inviata alla galleria selezionata, dove può essere mostrata, raccontata e apprezzata dal pubblico e dai potenziali acquirenti. Questa visibilità contribuisce a migliorare il posizionamento dell’opera nel mercato». Bassi precisa anche che Matis ha una squadra di 15 persone a Parigi che si dedicano alla parte artistica, fanno due diligence ed eventualmente si occupano del restauro dell’opera.

Sul piano geografico, Lugano sta acquisendo un ruolo sempre più rilevante per Matis, soprattutto in considerazione del fermento crescente nel Ticino verso beni di investimento alternativi. Il manager sottolinea che «la vicinanza culturale e linguistica con l’Italia e la Svizzera è un fattore chiave per offrire un servizio personalizzato ed efficace. Avere uffici e presenza strutturata sul territorio permette di rispondere meglio alle esigenze dei clienti, creando un rapporto di fiducia più saldo e diretto».

Infine, Matis si mantiene distante dal mondo degli NFT (Non-fungible token), ritenendo che la finanziarizzazione estrema dell’arte possa portare ad eccessive speculazioni e a un mercato poco stabile. L’azienda punta invece a strumenti finanziari regolamentati, trasparenti e comprensibili, che preservino il valore artistico e culturale delle opere e offrano agli investitori un contesto di investimento regolamentato e trasparente, ricordando che «si tratta comunque di un mercato privato e che bisognerebbe investire – in una logica di diversificazione – solo una minima parte del proprio patrimonio».

In un panorama globale caratterizzato da instabilità e volatilità, il mercato dell’arte è storicamente decorrelato rispetto agli attivi finanziari tradizionali. L’esperienza di Matis mostra che, storicamente, dopo ogni crisi ha mostrato tempi di recupero relativamente rapidi in alcune fasi storiche, confermandosi resiliente, internazionale e sempre più richiesto. La sfida di Matis è proprio quella «di ampliare l’accesso a investitori qualificati attraverso una struttura regolamentata che tutela investitori e artisti allo stesso tempo».