Energia

Il progetto di un «petroyuan» indebolisce il ruolo del dollaro

Pechino è sempre più importante nel mercato petrolifero globale e molti Paesi iniziano a utilizzare la valuta cinese negli scambi internazionali - Intanto l’uscita degli Emirati dall’OPEC potrebbe accrescere la volatilità del greggio
© EPA/Ali Haider
Gian Luigi Trucco
30.04.2026 06:00

La Terza Guerra del Golfo, col suo punto focale nello Stretto di Hormuz, rivela il desiderio di Washington di limitare le forniture petrolifere a Pechino per allentare il potere del Dragone su terre rare ed altri materiali strategici, ma sta avendo altri risvolti.

La Cina continua nella sua opera di indebolimento del ruolo internazionale del dollaro, tanto più dopo che l’Iran ha indicato yuan digitale e Bitcoin (non stablecoin, come quelle che fanno capo a Tether, collegate al biglietto verde e a valori americani, oltre che potenziali oggetto di monitoraggio da parte del Tesoro USA) quale mezzo di pagamento alla Guardia Rivoluzionaria per il pedaggio (circa 2 milioni di dollari a nave) nell’attraversamento del braccio di mare che controlla.

Il valore simbolico dell’annuncio è rilevante e, comunque, le scelte «extra dollaro» consente un più agevole aggiramento di quelle sanzioni poste da USA ed Europa e ritenute a torto o ragione arbitrarie.

Le scelte di Teheran vengono in concomitanza con altre tendenze, quali l’uso sempre più massiccio di valute diversa dal dollaro USA nelle transazioni CIPS (Cross Border Interbank Payment System), alternativa creata da Pechino al circuito SWIFT controllato da Washington. L’incremento è notevole: dai 620 miliardi di yuan di febbraio ai 920 miliardi di marzo, fino ai 1.220 miliardi (circa 141 miliardi di franchi svizzeri) della prima parte di aprile. Ciò deriva dalla capacità di Pechino di imporre il pagamento nella propria valuta alle sue controparti non solo in Asia, ma anche in Africa, in America Latina ed in Russia. Vi è stata la decisione francese di rimpatriare le riserve d’oro detenute presso la Federal Reserve di New York e sono ripresi gli acquisti del metallo prezioso da parte di varie banche centrali a scapito delle quote in dollari. Sulla stessa linea si pone la minore propensione nei confronti dei Treasury, i titoli di Stato americani, nonostante i loro ragguardevoli rendimenti. A parte motivazioni di carattere politico, l’opinione di molti operatori è che, superata la fase geopolitica critica in cui il dollaro si è marginalmente rafforzato grazie al ruolo di pseudo-bene rifugio, il suo valore tornerà a decrescere.

Si potrebbe definire Hormuz, da cui transita il 40% dei prodotti energetici importati dal Celeste Impero, come luogo di battesimo del petroyuan e c’è chi scommette che, nel caso in cui Pechino riuscisse ad emergere quale garante della libera circolazione fra Golfo Persico, Golfo di Oman ed Oceano Indiano, persino Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e altri Paesi della regione sarebbero disposti ad usare la valuta cinese nei rapporti commerciali con Pechino. Cadrebbe lo storico accordo del 1974 allorchè, con la Guerra del Kippur e l’embargo deciso dall’OPEC, Riyadh si impegnava a vendere il petrolio in dollari sul mercato internazionale.

Uscita degli Emirati dall’OPEC

Ma oggi l’OPEC, divenuta nel frattempo OPEC+ con l’adesione informale della Russia, vede il suo ruolo ulteriormente ridimensionato con l’uscita dal club degli Emirati. Fra Riyadh - guida di un’OPEC che ha imposto quote di produzione petrolifera mal sopportate e spesso non rispettate - e Abu Dhabi, il distacco si è progressivamente ampliato. Gli Emirati, terzo produttore dopo Arabia Saudita e Iraq, sono percepiti ora nella regione come particolarmente vicini alle posizioni di Israele, tanto più dopo il riconoscimento di Gerusalemme della regione ribelle del Somaliland, alla porta meridionale del Mar Rosso. Hanno investito capitali ingenti nella loro industria petrolifera, ambiscono a una gestione indipendente, senza limitazioni, delle risorse, che hanno in India uno sbocco preferenziale. I loro vertici hanno più volte espresso la percezione dell’incapacità, soprattutto di Washington, di difendere il traffico locale e assicurare la stabilità della regione, visto il trascinamento della contesa con Teheran e le incertezze che continuano ad avvolgere il traffico di Hormuz.

Tutto questo sta cambiando gli scenari e può determinare uno sconvolgimento a livello globale. Molti analisti parlano di possibili altre defezioni in seno al cartello, che già ha perso il Qatar, a iniziare da Kazakhstan e Nigeria. Ognuna di esse sembra destinata ad accrescere la volatilità del mercato, che ha accolto l’annuncio dell’uscita degli Emirati con un significativo aumento della quotazione del Brent, ora sopra quota 111 dollari al barile.

A parte la crisi regionale e i suoi effetti, a favorire la valuta digitale cinese è anche la rapidità dei pagamenti e l’assenza di costi. Per ora, comunque, lo yuan non è convertibile e la sua area operativa rimane limitata pur se varie iniziative, fra cui lo sviluppo dello Shanghai Gold Exchange, concorrente di Londra e New York, ne ha aperto le prospettive.

Secondo Kenneth Rogoff, docente all’Università di Harvard, lo yuan potrebbe diventare convertibile e aspirare al ruolo di valuta di riserva entro cinque anni, grazie alla forte domanda di una valuta alternativa al dollaro che si sta manifestando in diversi Paesi, sotto la spinta delle evoluzioni geopolitiche. In questo quadro Pechino dovrebbe procedere però ad una apertura, seppur parziale, del suo mercato dei capitali e a varie trasformazioni del sistema finanziario, rimasto in molti ambiti ancora chiuso rispetto alle esigenze degli operatori internazionali.