Prospettive

Il prossimo ciclo di investimento? Il riarmo in Europa

Al netto delle tensioni nel Golfo Persico, i mercati finanziari guardano al semestre appena iniziato tenendo d’occhio le scelte di politica monetaria - Resta l’incognita dell’inflazione
Al suo debutto quale presidente della Federal Reserve, lo scorso 17 giugno, Kevin Warsh ha chiarito che la sua priorità è di garantire la stabilità dei prezzi. © EPA/Will Oliver
Dimitri Loringett
16.07.2026 22:38

Nel semestre appena conclusosi si è visto di tutto e di più nell’economia globale e, di riflesso, sui mercati finanziari. Ma c’è una data in cui sono «coincisi» due eventi che verosimilmente porranno le basi per gli sviluppi geo-economico-finanziari dei mesi che ci attendono. Il 17 giugno scorso c’è stata la firma della «tregua» tra Stati Uniti e Iran e la prima riapertura dello Stretto di Hormuz, mentre a qualche migliaio di chilometri di distanza Kevin Warsh debuttava alla testa della Federal Reserve, mettendo la lotta all’inflazione davanti a tutto. È questo il contesto nel quale si sviluppano le due distinte analisi prospettiche per la seconda metà del 2026 formulate da Edmond de Rothschild Asset Management e da Ceresio Investors.

Breve shock petrolifero

Il primo dato che emerge dai rispettivi «outlook» è ciò che non è accaduto. Una chiusura prolungata di Hormuz avrebbe trascinato il mondo in una dura recessione da shock energetico; invece, l’impennata del prezzo del greggio è durata «appena» tre mesi. Ceresio Investors lo definisce «il più breve shock bellico-energetico della storia»: le quotazioni del Brent sono infatti scese dai 118 dollari di fine aprile a meno di 70, prima di risalire a 86 con le ultime tensioni. Inoltre, la riapertura - benché a singhiozzo e non priva di rischi - ha innescato una rotazione: la manifattura, che aveva accelerato per accumulare scorte precauzionali, ora frena per smaltirle; i servizi, zavorrati per mesi da trasporti e turismo, sono ripartiti, con beneficio per le mete predilette dei viaggiatori asiatici come Francia, Italia e Spagna. Intanto, la locomotiva americana ha perso slancio: le stime di crescita del secondo trimestre sono scivolate dal +4,3% annualizzato di metà maggio all’1,3% attuale.

È sull’inflazione che le letture divergono. Per Ceresio Investors i prezzi hanno già «abbassato la testa». Il calo è iniziato a giugno nell’Eurozona e negli Stati Uniti e proseguirà in estate, spinto da consumi fiacchi, salari in rallentamento e dagli sconti con cui le imprese smaltiranno i magazzini riempiti per precauzione. Edmond de Rothschild vede invece il rischio di una «stagflazione selettiva», con Cina, Eurozona e in parte Regno Unito che mostrano già crescita in calo e attese d’inflazione in salita, mentre negli USA l’indice viaggerebbe verso il 3,5%.y

Sulla Federal Reserve, invece, c’è convergenza d’opinioni. Warsh ha rimosso la forward guidance e punta a «limitare» il mandato della banca centrale USA, di fatto, alla sola stabilità dei prezzi, mettendo in secondo piano, almeno per ora, l’obiettivo della piena occupazione. A queste prime indicazioni i mercati si sono adeguati, come si è visto in occasione degli ultimi due rilevamenti sull’occupazione USA: nonostante i nuovi posti di lavoro degli ultimi tre mesi siano passati dai 565 mila riportati a inizio giugno ai 334 mila di luglio, il Treasury decennale americano, classico indicatore delle aspettative inflazionistiche, è rimasto stabile. Le altre banche centrali si sono accodate, dichiarandosi pronte ad alzare i tassi se necessario - ma solo a parole. Luca Paolazzi, economista e advisor di Ceresio Investors, le paragona all’esercito di Francesco II («Franceschiello»), l’ultimo Borbone sul trono delle Due Sicilie, quello che, secondo la caricatura dell’epoca, durante le parate riceveva l’ordine di «facite a faccia feroce» per sfoggiare un ardimento che non aveva. Ci hanno comunque pensato i mercati a mostrare la «faccia feroce», facendo salire il costo del denaro a lungo termine, dai Bund tedeschi ai BTP italiani. Per Rothschild, però, il rialzo dei tassi lunghi non è solo questione di retorica: c’è anche una causa strutturale. Una Fed che non dice più in anticipo come reagirà ai dati rende i mercati stabilmente più incerti e quell’incertezza si paga con rendimenti più alti; uno o due rialzi entro marzo 2027, intanto, non si possono escludere.

Fine post Guerra Fredda

Dietro la congiuntura, però, il rapporto dell’istituto ginevrino-parigino vede un cambio d’epoca, la fine dei «dividendi della pace», cioè dell’era - post Guerra Fredda - delle catene globali del valore, dell’energia abbondante e della minore spesa militare. Il mondo si scopre ora un «arcipelago di dipendenze», con la taiwanese TSMC che produce oltre il 90% dei chip più avanzati, la Cina che controlla quasi il 70% delle terre rare e i tempi di consegna dei trasformatori elettrici negli USA che sono passati da 12-16 a ben 128 settimane. La scarsità di semiconduttori, elettricità, manodopera specializzata e perfino di acqua, alimenta quella che gli analisti chiamano «chipflation». E vi si aggiunge la competizione per il capitale: gli hyperscaler dell’IA prevedono 757 miliardi di dollari di investimenti nel 2026 e 920 nel 2027, finanziati sempre più con mega-emissioni di debito e azioni. Una domanda di fondi che anche Ceresio Investors indica tra le cause dei tassi elevati a lungo termine.

La difesa sostiene l’Europa

In questo quadro la difesa europea merita il capitolo finale. Per Rothschild è uno dei quattro supercicli d’investimento che sostengono il Vecchio continente - assieme a IA, elettrificazione e infrastrutture - e una spesa potenzialmente diretta al 3%, se non al 5% del PIL. Ma è Ceresio Investors, con l’analisi di George Lee di Belgrave Capital, a offrire la prospettiva dell’investitore. Dopo le super performance dello scorso anno, i titoli del comparto hanno corretto tra il 20% e il 50%, scontando valutazioni arrivate fino a 80 volte gli utili. I fondamentali, intanto, non si sono mossi, con la spesa tedesca passata da 67 a circa 94 miliardi di euro tra il 2023 e il 2025 con l’obiettivo di raggiungere una spesa tra i 150-200 miliardi l’anno entro fine decennio. Il Regno Unito ha superato i 70 miliardi di sterline, la Francia appena sotto i 70 miliardi di euro. I grandi gruppi industriali della difesa attendono per il 2027 ricavi superiori del 40% rispetto al 2024, con commesse previste fino al 2030 e oltre. Nel frattempo, la correzione ha riportato i prezzi di Borsa su livelli molto più ragionevoli rispetto ai picchi. Secondo Lee, si riapre la possibilità di puntare su una crescita destinata a durare anni, questa volta senza pagarla a peso d’oro.

La «tregua» ha salvato il semestre; il riarmo definirà il decennio.