Geopolitica

Il «ritiro» degli USA e il cambio dei «padroni» in Medio Oriente

La guerra con Teheran sta accelerando il ridimensionamento di Washington nella regione, portando a chiudere un secolo di ordine imposto dall’esterno – A ridisegnare gli equilibri saranno i vicini più forti, come lo stesso Iran, Turchia e Israele, più capaci di dividere che di pacificare
Il ministro degli Esteri iraniano Araghci. © Yuki Iwamura
The Economist
27.09.2026 23:30

L’America sembra intrappolata in Medio Oriente. Non ha una via d’uscita facile dalla guerra con l’Iran. Eppure, questo conflitto, comunque finisca, segnerà in realtà un passaggio ben diverso: il momento in cui gli Stati Uniti faranno un passo indietro dalla regione, rinunciando finalmente alla propria egemonia. Per la prima volta da quando le grandi potenze smembrarono l’Impero ottomano un secolo fa, l’ordine complessivo del Medio Oriente non sarà più imposto dall’esterno. Si aprirà una stagione di vendette e violenze, oppure un nuovo inizio?

Dalla Prima guerra mondiale, la culla delle tre grandi religioni monoteiste ha conosciuto una sciagura dopo l’altra. Gli arabi che avevano combattuto al fianco dei vincitori si sentirono traditi quando la Gran Bretagna assunse il controllo di Iraq, Giordania e Palestina, mentre la Francia si prese Libano e Siria. In seguito, leader nazionalisti come l’egiziano Gamal Abdel Nasser subirono il fascino di politiche economiche d’ispirazione sovietica che si rivelarono disastrose. Alle spaventose violazioni dei diritti umani commesse da dittatori come Saddam Hussein in Iraq e Hafez al-Assad in Siria fece riscontro il fanatismo violento dei jihadisti, alimentato dalla brutalità dei loro regimi.

Dopo tre guerre, innumerevoli operazioni segrete e tornate diplomatiche apparentemente infinite, i tentativi americani di imporre il proprio disegno sono giunti al capolinea. Come la Gran Bretagna, la Francia e la Russia, gli Stati Uniti continueranno a essere presenti nella regione. Occasionalmente ricorreranno alla forza militare per tutelare i propri interessi. Ma abbandoneranno il ruolo di architetti dell’ordine regionale.

I segnali dell’imminente ridimensionamento americano sono inequivocabili, anche mentre il presidente Donald Trump approfitta dell’Assemblea Generale dell’ONU per minacciare l’Iran di «annientamento» per l’ennesima volta. Due, in particolare, spiccano. All’inizio del mese gli Stati Uniti hanno rifiutato di unirsi all’alleata Arabia Saudita negli attacchi contro gli Houthi in Yemen, che mettono a rischio la navigazione nel Mar Rosso. Hanno invece avviato colloqui alle spalle dei sauditi per risparmiare alle navi americane gli attacchi. Può sembrare un dettaglio, ma quando una superpotenza stringe accordi con una milizia ribelle, tutti capiscono che vuole ridurre i propri impegni.

L’altro segnale è l’aspettativa che gli Stati Uniti riducano la propria presenza in Medio Oriente. In tempo di pace vi mantengono tra i 30 mila e i 40 mila militari, distribuiti in 19 basi, otto delle quali permanenti. La guerra ha però mostrato quanto siano vulnerabili ai droni e ai missili a basso costo. Gli Stati Uniti sono stati quindi costretti a fare affidamento sulle portaerei e sulla base di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano. Alcuni esperti sostengono che dovrebbero concentrare le proprie forze in poche località, tra cui Israele e Giordania.

Questo orientamento si inserisce in un più ampio riassetto: secondo quanto riferito questo mese dalla NBC, potrebbero essere ritirati anche tra i 25 mila e i 40 mila militari americani dall’Europa. L’amministrazione Trump è concentrata sulle Americhe. I responsabili della sicurezza vogliono preparare gli Stati Uniti alla crescente rivalità con la Cina che, come dimostra il vertice tra Trump e Xi della settimana scorsa, oscilla tra una diffidente convivenza e l’aperta ostilità. Nessuno dei due obiettivi trae beneficio da guerre mediorientali che svuotano gli arsenali americani e sottraggono forze all’Asia.

E per ottenere cosa? Fino al 2020 gli Stati Uniti importavano petrolio; oggi ne sono un colossale esportatore. La Cina, al contrario, è diventata il principale cliente dei produttori del Golfo e le sue merci raggiungono l’Europa via Suez. È dunque la Cina la grande beneficiaria esterna delle politiche americane. Difficilmente, però, cercherà di subentrare agli Stati Uniti come potenza egemone in Medio Oriente: ha visto quante migliaia di miliardi di dollari e quante migliaia di vite l’America ha pagato per quel privilegio.

Saranno piuttosto tre Paesi della regione ad avere la forza per cominciare a colmare il vuoto. Nessuno di loro è arabo. Il più pericoloso è l’Iran. Se il regime di Teheran crollasse, non sarebbe in grado di ricostruire la propria influenza nefasta in Iraq, Siria e Libano. Se invece, come appare probabile, sopravviverà, spererà di ricavare proventi dal controllo dello Stretto di Hormuz e di intimidire gli Stati del Golfo che ha attaccato durante la guerra. Cercherà inoltre di ricostituire le proprie milizie all’estero. Potrebbe riprendere il programma per dotarsi di un’arma nucleare, che per gli Stati Uniti resterà certamente una linea rossa. In tutto questo potrebbe ricevere l’appoggio della Russia.

La seconda potenza regionale è la Turchia, che senza clamore ha stretto rapporti più solidi con i Paesi arabi. È diventata la principale sostenitrice del nuovo governo siriano. Con l’Iraq collabora sulle rotte commerciali, sull’approvvigionamento idrico e nel contrasto ai separatisti curdi. Il mese scorso ha firmato un accordo di sicurezza con il Pakistan e l’Arabia Saudita. Pur avendo sostenuto i Fratelli musulmani, segue una linea più pragmatica che ideologica e cerca commesse per la propria industria della difesa e le proprie imprese di costruzione.

La terza è Israele, la principale potenza militare e d’intelligence della regione. Dopo i massacri del 7 ottobre 2023, si considera una Sparta moderna e punta a distruggere qualsiasi capacità che possa minacciarlo. Nel quadro degli Accordi di Abramo ha stretto forti legami con gli Emirati Arabi Uniti, mentre si è allontanata la prospettiva di un’intesa con i palestinesi.