Il ritorno del carbone in Asia spinto dalla crisi di Hormuz

Mentre l’instabilità geopolitica sconvolge le rotte marittime e il mercato energetico, le riserve si riducono e i prezzi salgono per aziende e consumatori finali. In questo quadro la Cina, così come altri Paesi asiatici, punta sempre più sul carbone quale fonte energetica e costruisce almeno due centrali termiche la settimana per far fronte all’impennata di consumi.
Il carbone rimane una delle fonti energetiche più utilizzate a livello globale, soprattutto nella produzione di energia elettrica e nella produzione di acciaio. Come per altre materie prime, la Cina ne è al contempo il massimo utilizzatore e produttore, seguita dall'India, dagli Stati Uniti, dall’Australia, dall’Indonesia, dalla Russia, dal Sudafrica e dal Kazakistan.
Come afferma Vincenzo Romeo, CEO di Nova Marine Carriers, società luganese con un’ampia flotta dedicata al trasporto di materie prime: «Sul carbone il mondo e il mercato dell’energia si sono spaccati in due. Da un lato, l’Occidente che continua a guardare, non si sa con quale speranza di raggiungerlo, l’obiettivo di uno zero-carbon nei tempi più brevi possibili; dall’altro, l’emisfero orientale, Medio Oriente, Sud-est asiatico e Cina che invece stanno puntando con forza sull’utilizzo del carbone. La crisi di Hormuz ha esasperato lo scenario. Sino a quando la Cina disponeva di un flusso regolare di greggio iraniano, fra il barile e il carbone, pari a circa il 30% del suo import, il carbone era considerato di importanza pari a quella del petrolio. Ora è assolutamente prioritario nelle politiche energetiche di Pechino e credo che questa tendenza non si esaurirà rapidamente».
La domanda globale è in crescita ed ha raggiunto gli 8,8 miliardi di tonnellate, secondo i dati recenti dell’International Energy Agency (IEA). L’evoluzione del prezzo riflette la tendenza, con un incremento di oltre il 18% da inizio 2026 e un’impennata che, da febbraio, ha portato la quotazione da 116 dollari la tonnellata fino ai 154 di metà giugno, per assestarsi ora intorno ai 130 dollari.
Prima la sicurezza, poi il clima
Nonostante il processo di decarbonizzazione dominante, la Cina adotta una politica più flessibile e pragmatica, e l’energia prodotta attraverso il carbone rappresenta una quota rilevante del totale. Per Pechino sicurezza energetica e autosufficienza rimangono obiettivi prioritari. Da qui l’impegno nelle attività minerarie domestiche e nella vicina Mongolia, accanto alla costituzione di imponenti riserve petrolifere. La stessa strategia riguarda altre materie prime, come quelle «sensibili» di provenienza africana, su cui Pechino esercita un rigido controllo dell’export, con blocchi e contingentamenti. A livello di trasporto marittimo del combustibile fossile, il 2025 e la prima parte del 2026 hanno registrato una leggera flessione, ma lo scenario potrebbe mutare a causa di vari fattori.
Gli aumenti di prezzo causati dalla crisi di Hormuz hanno indotto vari Paesi a rivolgersi al carbone quale fonte alternativa. Secondo i dati della piattaforma di intelligence marittima Oceanbolt, aprile ha già registrato una crescita dei volumi trasportati di circa il 4% rispetto al dato di aprile 2025, ma secondo gli esperti, gli effetti dello shock energetico non si sono ancora manifestati ed appariranno in misura tanto maggiore quanto più la crisi durerà, accrescendo ulteriormente la domanda di carbone. Intanto, aggiunge Vincenzo Romeo: «La logistica dell’area asiatica è mutata e i noli marittimi in Estremo Oriente sono ormai evidentemente sostenuti dalla domanda di trasporto del carbone».
Sul versante meteorologico il mercato potrebbe risentire degli effetti di El Niño, con la conseguente riduzione delle piogge monsoniche in India e nelle popolose regioni cinesi del Sichuan e dello Yunnan, ove si concentra la produzione idroelettrica. Le maggiori temperature comporterebbero inoltre un utilizzo più intenso ed esteso dell’aria condizionata.
L’IA ha fame di energia
La produzione domestica di carbone, che è cresciuta lo scorso anno dell’1,2%, giungendo a sfiorare i cinque miliardi di tonnellate, deve poi fare i conti con incidenti frequenti. Gli ultimi eventi, con esplosioni di gas e altri effetti di vasto richiamo, hanno portato alla chiusura di miniere e impianti, per cui è prevedibile un incremento ulteriore dell’import.
E con la diffusione in Cina, Corea e Giappone di data center per l’Intelligenza Artificiale e altre infrastrutture collegate, alla domanda di energia, petrolio, gas e carbone, si affianca anche quella di acciaio, alluminio, minerale di ferro, bauxite ed altri materiali che dovranno essere lavorati, e che renderanno le rotte marittime con l’Asia sempre più rilevanti. Sul contesto aleggia lo spettro che la «sindrome di Hormuz», cioè il controllo e il condizionamento del transito mercantile su base politica, frutto del ventilato accordo fra Iran e Oman, possa contagiare altri passaggi strategici del commercio globale.
«Comunque quel che è certo», conclude Romeo, «è che l’Europa e l’Occidente in generale hanno fatto suonare troppo presto le campane a morto per il carbone, tornato a essere una risorsa energetica primaria specie in quella parte del mondo in cui si sono concentrate le maggiori attività industriali in crescita».