Il salvataggio del Credit Suisse e quelle condizioni sul tavolo

«Già al primo incontro, i rappresentanti di UBS si presentarono con un foglio A4 con le loro condizioni per la ripresa. In fondo c’era scritto: “State guarantee”, cioè una garanzia statale integrale. Risposi loro, in sostanza: “Vi auguro una buona serata. Questo so farlo anche da sola”».
La discussione attorno a UBS, all’indomani del voto con cui il Consiglio degli Stati ha inasprito i requisiti di capitale previsti da quella che ormai viene comunemente chiamata «Lex UBS», si arricchisce di un ulteriore elemento. Parliamo delle dichiarazioni rilasciate negli scorsi giorni dalla consigliera federale Karin Keller-Sutter a CH Media, che aggiungono un paio di tasselli inediti alla ricostruzione del salvataggio di Credit Suisse e che forse aiutano a capire meglio le tensioni tra il Governo e la banca, acuitesi in questa fase di dibattito parlamentare.
Il passaggio citato è il più eloquente. Alla richiesta di una copertura totale da parte della Confederazione, la «ministra» delle Finanze ricorda di aver risposto che tanto valeva liquidare la banca. «Solo più tardi - aggiunge - siamo riusciti a trovare un accordo». Un accordo che prevedeva garanzie federali per 100 miliardi di franchi a favore della Banca nazionale e altri nove miliardi a favore di UBS - attivabili solo dopo i primi cinque miliardi di perdite a carico della banca e ai quali UBS rinunciò nell’agosto 2023. «Un peccato originale di politica economica», ammette oggi Keller-Sutter. «Ma la pressione era enorme e UBS non sarebbe stata disposta a rilevare Credit Suisse se la Confederazione non avesse garantito quei nove miliardi». Respinge però la narrazione della banca «salvatrice», affermando che l’operazione «era anche nell’interesse di UBS», che «si era preparata esattamente a questo scenario».
Condizione o conseguenza?
Keller-Sutter non parla invece degli AT1, le obbligazioni subordinate di Credit Suisse per circa 16,5 miliardi di franchi cancellate su ordine della Finma. Finora, da parte di UBS, si era espresso pubblicamente solo il presidente Colm Kellehe, per il quale la cancellazione era, in sostanza, la «condizione» per fare il deal. Le nuove dichiarazioni suggeriscono una lettura diversa, cioè l’azzeramento come cuscinetto supplementare, conseguenza del no alla garanzia integrale, per colmare la distanza fra ciò che la banca pretendeva e ciò che Berna era disposta a concedere.
È la lettura del giurista Philipp H. Haberbeck. Le parole della consigliera federale, osserva in un post su LinkedIn, sono coerenti con il rapporto della Commissione parlamentare d’inchiesta (CPI), che ritiene credibile che UBS avrebbe accettato la ripresa senza cancellare gli AT1 soltanto a fronte di garanzie federali sensibilmente più elevate. Lo stesso rapporto permette di ricostruire la sequenza, rileva dal canto suo l’avvocato luganese ed esperto di diritto finanziario Dario Item in un’analisi pubblicata sul portale antigua.news. La svalutazione, scrive, compare nelle richieste «riviste» di UBS del 16 marzo 2023; due giorni dopo, alla Finma veniva spiegato che era una componente «necessaria e non negoziabile» dell’operazione. Una condizione, dunque, ma non quella di partenza.
La differenza non è di lana caprina. Gli AT1 servono ad assorbire le perdite di una banca in difficoltà e a tenerla in vita, non a rendere un’acquisizione digeribile a un terzo. Per Haberbeck e Item - entrambi patrocinano detentori di AT1 nei ricorsi - si è trattato di uno sviamento dallo scopo, non coperto dalle norme sulla svalutazione. «Soddisfare le condizioni poste dall’acquirente - scrive Item - non equivaleva a soddisfare quelle previste per azzerare le obbligazioni».
Lo stesso Credit Suisse, del resto, lo aveva segnalato. Il pomeriggio del 19 marzo, ricorda Item, la banca scrisse alla Finma che le misure riguardavano la liquidità, non il capitale, e che la cancellazione sarebbe stata «un regalo di circa 16 miliardi di franchi agli azionisti dell’acquirente». In serata entrava in vigore un nuovo articolo dell’ordinanza d’urgenza, il 5a, che autorizzava espressamente la Finma a ordinarla. La decisione fu notificata poco dopo le 22.
Nell’ottobre 2025, ricordiamo, il Tribunale amministrativo federale ha giudicato illegittima la cancellazione con una sentenza pilota, a favore degli oltre tremila ricorrenti, poiché Credit Suisse era sufficientemente capitalizzato e l’articolo 5a non reggeva ai requisiti costituzionali. Finma e UBS hanno impugnato la sentenza davanti al Tribunale federale, dove il dossier resterà pendente, secondo nostre informazioni, almeno fino all’inizio del 2027.
Una domanda scomoda
«In uno Stato di diritto - conclude Item - è la legge o, nei rapporti tra privati, il contratto a stabilire in anticipo le condizioni a cui si lega una determinata conseguenza giuridica». Nel caso degli AT1, resta da capire se a decidere sia stato il verificarsi di quelle condizioni, «oppure un’agenda precisa, perseguita dalla Confederazione e da UBS, che ha fissato in anticipo il risultato desiderato e solo dopo ha guidato la ricerca di una base legale capace di giustificarlo».
