Il settore tecnologico USA vive una fase di turbolenze

Ormai i numeri del settore tecnologico americano sono impressionanti. Se anche solo uno dei colossi delle «big seven» registra una flessione in Borsa, le perdite ammontano a centinaia di miliardi. Con il termine «big seven» si indicano Apple, Microsoft, Alphabet (Google), Amazon, Meta (Facebook, Instagram, WhatsApp), Nvidia e Tesla. Nella sola giornata di venerdì, l’indice tecnologico americano Nasdaq ha perso il 3,6%. Così, nel suo insieme, nel mese di ottobre la capitalizzazione del settore ha registrato una perdita di 2.000 miliardi di dollari.
La settimana scorsa, le difficoltà sono iniziate mercoledì, con Alphabet, casa madre di Google, che ha mostrato conti trimestrali inferiori alle stime. Così il mercato l’ha punita, e il titolo ha perso oltre il 10% in una sola seduta, bruciando circa 400 miliardi. A chiudere la settimana invece è stata Intel, che ha segnalato problemi nella catena di fornitura dei componenti per i data center. In apertura a Wall Street, il titolo del produttore di chip è arrivato a perdere quasi il 30% in una sola seduta. Poi, a testimoniare la volatilità che caratterizza il settore, ieri a metà giornata l’indice Nasdaq era in rialzo dell’1% circa, e in serata aveva perso tutti i guadagni della giornata.
Correzione minima
Cosa sta succedendo al settore tecnologico americano? Si tratta di scossoni «fisiologici», oppure di un cambiamento di tendenza?Ne abbiamo parlato con Mario Cribari, partner e responsabile della strategia di investimento di BlueStar Investment Managers a Lugano. «La correzione degli ultimi giorni - commenta - è stata minima rispetto alla corsa degli ultimi tre anni. La domanda da un milione è: si riparte o si scende ancora? La delusione del mercato per i risultati di alcune grandi big cap tecnologiche la settimana scorsa chiarisce il problema: gli utili restano forti sulla carta ma gli investitori, assuefatti alle sorprese, pretendono un’accelerazione continua».
«Mantenere crescite eccezionali - aggiunge - diventa sempre più difficile. Intanto i giganti tecnologici assorbono montagne di liquidità. Da generatori di cassa e riacquisti di azioni proprie si stanno trasformando in imprese ad altissima intensità di capitale che bruciano cassa e chiedono continui finanziamenti al mercato».
Debiti elevati
«Così - precisa - l’indebitamento delle società che stanno costruendo l’AI sta aumentando in maniera parabolica. Difatti le cinque principali hyperscaler hanno registrato complessivamente 31 miliardi di flusso di cassa negativo nel trimestre, mentre gli investimenti previsti per il 2027 raggiungono circa 1.200 miliardi di dollari. La domanda di calcolo è fortissima, ma quanto renderà dopo aver costruito infrastrutture a questo ritmo? E quanto capitale sarà ancora disponibile? Il mercato potrebbe saturarsi o gli investimenti rallentare mandando in crisi tutto l’indotto».
«A complicare le cose c’è il petrolio: energia cara e inflazione alta costringono le banche centrali a restare restrittive proprio mentre l’AI ha bisogno di finanziamenti. Tassi crescenti aumentano i costi di finanziamento e comprimono le valutazioni di Borsa. Il prezzo del petrolio è centrale, potremmo dire che Palo Alto ha traslocato ad Hormuz…».
Tre scenari
«Facendo un parallelismo storico, quindi, siamo nel 1998 o nel 2000? Uno o due soli rialzi della Fed potrebbero lasciare spazio ad almeno un altro anno rialzista; una stretta prolungata renderebbe più inquietante il paragone con il 2000. In questo momento, vediamo tre scenari: rotazione di mercato verso l’economia tradizionale, rialzo esteso anche alla tecnologia oppure crollo generale. Privilegiamo il primo, speriamo nel secondo e temiamo molto il terzo».
«Le midterm americane - conclude Mario Cribari - aggiungono un rischio politico: i data center sono diventati un tema elettorale, fra richieste di moratorie, consumo di terreni e acqua e bollette energetiche più care. Elon Musk infatti guarda oltre: prevede che entro fine 2028 la nuova capacità di calcolo installata ogni mese in orbita supererà quella terrestre. Una profezia ancora da realizzare ma evidentemente questa Terra non basta più ai data center. Lo spazio è la prossima frontiera!».
