Lo studio

Il super franco detta la linea e l’euro resta sotto pressione: «Oltre alla variabile dei cambi preoccupa la debolezza dei mercati esteri»

Le imprese prevedono un’ulteriore debolezza della moneta unica, mentre UBS scommette su una ripresa legata al recupero dell’economia tedesca – La parola a Stefano Modenini di AITI
©Chiara Zocchetti

Le aziende svizzere restano caute nei confronti dell’euro. Secondo l’ultimo sondaggio UBS del 2026, molti operatori si aspettano un ulteriore rafforzamento del franco, mentre gli economisti della banca avanzano una prospettiva più moderata, segnalando che l’euro potrebbe riprendersi nel corso dell’anno.

Il cambio euro/franco ha toccato un nuovo minimo storico. Oggi poco prima delle 16.00 la valuta europea è stata scambiata a 0,9097 franchi, il livello più basso di sempre. Parallelamente, il dollaro ha raggiunto a fine gennaio 0,7605 franchi, segnando un minimo pluriennale.

Il sondaggio annuale, che un tempo era condotto da Credit Suisse, ha raccolto le opinioni di 300 aziende: alla fine del 2026 prevedono un euro leggermente più debole, intorno a 0,91, e un dollaro a 0,78. La visione di UBS si discosta da queste previsioni. Gli economisti stimano un euro a 0,95 euro, sostenuto dall’ipotesi di una ripresa più rapida dell’economia tedesca, in grado di dare slancio alla valuta europea. Ma avvertono: se il rilancio tedesco non dovesse concretizzarsi e i rischi geopolitici ed economici dovessero emergere, il franco potrebbe rafforzarsi ulteriormente fino a 0,90 euro.

Il dollaro debole pesa meno

La debolezza del dollaro interessa solo una parte delle imprese. Per molte aziende il mercato statunitense rappresenta una quota limitata delle esportazioni, mentre chi importa beneficia di un franco forte. Tra le imprese più esposte, metà segnala un impatto significativo dell’apprezzamento della valuta, aggravato dall’aumento dei dazi. Solo l’11% ritiene che esportare verso gli USA non sarebbe più redditizio con un cambio tra 0,75 e 0,79 franchi; la soglia di criticità sale al 50% se il dollaro dovesse scendesse tra 0,70 e 0,75 centesimi.

Sul fronte congiunturale, l’intesa sui dazi tra Berna e Washington di metà novembre ha portato un leggero sollievo. Tuttavia, molte aziende si attendono ancora una crescita debole per il 2026. UBS prevede inoltre un PIL in progresso dello 0,9%, frenato dalla mancanza di impulsi dall’estero, mentre un ritorno verso il trend di lungo periodo è atteso nella seconda metà dell’anno, grazie al possibile recupero dell’economia tedesca. Per il 2027, la crescita dovrebbe accelerare all’1,5%.

In questo scenario, né UBS né la maggioranza delle aziende intervistate si attendono che la Banca nazionale svizzera (BNS) abbassi i tassi in territorio negativo. Secondo gli analisti, la BNS ricorrerebbe a questa misura solo in caso di un crollo dell’economia svizzera accompagnato da un marcato apprezzamento del franco. In attesa di sviluppi, le imprese continuano a navigare tra prudenza e incertezze, osservando con attenzione l’evoluzione dei cambi e le prospettive globali.

Per il 2026, gli analisti prevedono che il franco resterà strutturalmente forte. UBS, per esempio, mantiene uno scenario di cambio euro/franco in area 0,95 per i prossimi trimestri, ipotizzando un graduale recupero dell’euro man mano che si attenueranno le tensioni politiche e miglioreranno le prospettive di crescita in Europa. Allo stato attuale, però, il sentimento di mercato continua a premiare la valuta elvetica, che beneficia sia della ricerca di sicurezza sia delle aspettative di possibili interventi della BNS qualora il rafforzamento diventasse eccessivo per l’economia svizzera.

Esportatori preoccupati

Quali sono le conseguenze di questo rafforzamento del franco per il settore industriale elvetico, che, come sappiamo, è orientato all’export? Ne abbiamo parlato con Stefano Modenini, direttore dell’Associazione Industrie Ticinesi (AITI). «Ormai - rileva - i rischi valutari e la forza del franco svizzero, che dura oramai da molto tempo, sono stati sostanzialmente integrati nelle loro strategie aziendali da parte delle industrie che esportano. Tuttavia, ciò non toglie che soprattutto per le piccole e medie imprese attive sui mercati esteri la forza del franco svizzero rappresenta ancora un grosso ostacolo».

«La riduzione dei costi, l’acquisto di componenti in euro e la realizzazione di prodotti più innovati - precisa - hanno consentito a diverse imprese di fare fronte al franco forte. Tuttavi, credo che ormai questi spazi di manovra, almeno in questa fase, sisono un po’ esauriti».

«Le aziende industriali - conclude Stefano Modenini - sanno che devono convivere con un franco forte. Quello che preoccupa le imprese allo stesso modo, e direi probabilmente ancor di più, è la debolezza congiunturale dei mercati esteri dove si vendono i prodotti svizzerie del potere d’acquisto dei consumatori. Il franco svizzero forte è un problema, ma se poi i consumatori e le aziende all’estero non hanno mezzi sufficienti per acquistare i nostri prodotti, beh, forse questo è un problema ancor più grave per le aziende svizzere».

Il franco svizzero continua a rafforzarsi e oggi, 10 febbraio, ha toccato nuovi massimi nei confronti dell’euro, consolidando il suo ruolo di valuta dominante in Europa. Il cambio euro/franco è sceso intorno a 0,91, mentre un franco svizzero vale circa 1,09 euro, livelli che riflettono un apprezzamento costante dalla soglia di 0,93 registrata a inizio anno. La forza del franco affonda le radici in alcuni fattori strutturali. La Svizzera è considerata da tempo un bene rifugio, grazie alla stabilità politica, alla solidità istituzionale e a una lunga tradizione di affidabilità finanziaria che attrae capitali nelle fasi di incertezza globale. A questo si aggiungono una bassa inflazione e finanze pubbliche in ordine, in netta controtendenza rispetto alle preoccupazioni di bilancio che interessano diversi Paesi dell’area euro e oltre Atlantico. Anche la politica monetaria della Banca nazionale Svizzera ha giocato un ruolo importante: nonostante i tagli ai tassi nel corso del 2025, decisi anche per mitigare la forza della valuta, la domanda di franchi è rimasta elevata, sostenuta dal contesto internazionale e dagli afflussi verso gli asset difensivi. Un altro fenomeno che pesa sul tasso di cambio è il carry trade. Si tratta di una strategia finanziaria usata per sfruttare le differenze nei tassi di interesse tra valute. Si prende a prestito denaro in una valuta a basso rendimento (funding currency) per investirlo in un’altra a rendimento più alto, guadagnando sul differenziale giornaliero degli interessi. Gli investitori individuano una valuta con tassi d’interesse bassi, come attualmente il franco svizzero. Prendono in prestito franchi, li convertono in una valuta ad alto rendimento (dollaro o euro) e comprano asset come obbligazioni. Ogni giorno pagano poco interesse sul prestito in franchi e incassano di più sull’investimento, realizzando un profitto netto finché il cambio resta stabile. Il rischio principale è il movimento dei tassi di cambio: se il franco si rafforza improvvisamente, il valore del debito in franchi aumenta rispetto all’investimento, erodendo o azzerando i guadagni. Il franco è spesso la funding currency ideale per la sua stabilità e basso costo di finanziamento. Durante fasi di mercati calmi, gli operatori vendono franchi per comprare dollari o euro, indebolendo il franco. Ma quando sale l’incertezza geopolitica o la paura sui mercati - spingendo il franco come bene rifugio - gli investitori chiudono le posizioni: ricomprano franchi in massa per rimborsare i prestiti. Questo genera un «unwind» rapido, amplificando il rialzo del franco contro euro e dollaro. In un contesto favorevole (tassi sull euro maggiori di quelli in franchi), il carry trade sostiene l’euro: più vendite di franchi per comprare euro fanno scendere il valore del franco. Al contrario, in fasi di risk-off (avversione al rischio), la chiusura delle posizioni inverte il flusso: si vendono euro per ricomprare franchi, abbassando il tasso di cambio euro/franco e rafforzando la valuta elvetica, come visto ieri con il cambio sotto i 91 centesimi per un euro.