Il talento aiuta, ma servono disciplina e determinazione

Che cosa hanno in comune un talento sportivo o musicale con un imprenditore o un manager di successo? A prima vista nulla, in realtà moltissimo. Il talento, prima di tutto, che è distribuito in modo molto casuale tra le persone, indipendentemente da genere e nazionalità. Una cosa però emerge su tutte: la mentalità vincente. Musicisti, sportivi e imprenditori di successo condividono una mentalità orientata all’eccellenza, caratterizzata da disciplina ferrea, capacità di reagire di fronte ai fallimenti e visione lungimirante. Tutti lavorano instancabilmente per superare i propri limiti, investendo passione ed energia per trasformare idee o abilità in risultati concreti e di alto livello.
«Ma il talento da solo non basta, ci vogliono anche tenacia e soprattutto testa», afferma Fabio Capello, allenatore di calcio vincente che ha guidato grandi club in Italia e Spagna. Pensiamo agli scudetti e alle coppe europee vinte con il Milan, a quelli conquistati con la Roma e il Real Madrid. Fabio Capello, assieme a Cristina Nuti, campionessa di triathlon (nuoto, corsa e bici), e all’imprenditore Paolo Badano, fondatore di Genny Mobility, è intervenuto mercoledì a Lugano in una serata organizzata da Banca del Ceresio e dalla Camera di commercio italiana per la Svizzera. «Mindset da campioni – Dallo sport all’imprenditoria, percorsi verso l’eccellenza», il titolo della serata.
Sollecitati dalle domande di Alberto Cerruti, firma storica della Gazzetta dello Sport e collaboratore del Corriere del Ticino, i tre ospiti hanno raccontato la loro esperienza con un tratto comune che può essere riassunto in tre parole: desiderio, determinazione e disciplina. «Con il talento ci puoi nascere, ma campione ci diventi solo con tanta fatica e soprattutto lavoro», ha affermato Capello, che ha raccontato numerosi aneddoti relativi ai campioni che ha allenato. Da Ronaldo, il fenomeno brasiliano, ad Antonio Cassano. «Non potevo dire nulla sulle loro capacità tecniche, che c’erano, ma spesso non avevano la testa, intesa come rigore e forza di volontà, che li avrebbe spinti a fare sempre meglio», ha affermato, ricordando che per il bene del Real Madrid, squadra che allenava all’epoca, prese la decisione di fare a meno di Ronaldo, troppo festaiolo e capace di coinvolgere anche altri compagni di squadra. «Recuperammo i nove punti di svantaggio sul Barcellona e vincemmo il campionato», ha sottolineato Capello, per dire che anche con meno talento in campo, ma molta disciplina, i risultati arrivano. «Non bisogna aver paura di provarci», aggiunge il mister, che ha anche allenato due nazionali di calcio: Inghilterra e Russia.
E sul coraggio di provarci, molto belle e dense le testimonianze di Cristina Nuti e Paolo Badano. La prima ha scoperto all’età di 37 anni di essere malata di sclerosi multipla. «Era il 2008 quando i medici fecero la diagnosi. Fu uno shock. Da allora ho cercato di capire il più possibile del mio nuovo compagno di viaggio non desiderato e, un passo alla volta, ho testato, spingendo sempre di più, le mie capacità fisiche e mentali», ha affermato. «Lo sport mi ha insegnato ancora di più ad ascoltare le sensazioni e il mio fisico, ad avere pazienza e mi ha aiutata a capire che l’unico avversario da battere sta di fronte a te quando ti guardi allo specchio».
Molto simile l’esperienza di Paolo Badano, costretto su una sedia a rotelle da 30 anni a causa delle conseguenze di un incidente in moto. «Nella mia vita sono stato colpito da varie disavventure: ho perso entrambi i genitori da giovane e l’uso delle gambe. Alle spalle ho anche due divorzi. Ma la vita va avanti e l’ho affrontata sempre a testa alta», ha raccontato Badano. Ed è proprio nella sua nuova condizione di persona in carrozzella che ha pensato a un prodotto nuovo che sostituisse le vecchie sedie a rotelle, simbolo della disabilità. Ed ecco Genny Mobility, la sua azienda con sede a Sant’Antonino, che ha ridefinito il mondo della mobilità per le persone disabili. «A me non piace la parola resilienza, che rimanda a una proprietà dei materiali di resistere a una forza, agli urti. Noi ci facciamo male, le cicatrici parlano di noi, ci modificano e ci costringono a fare i conti con noi stessi per andare sempre avanti».
