L'intervista

«Il valore delle competenze nella governance digitale»

La nostra epoca è in cammino verso scenari inediti – L'AI organizza risorse umane e finanziarie, valuta rischi, assegna crediti, senza espliciti interventi umani, condizionando così anche la presenza o l'esclusione delle competenze femminili dai vertici decisionali: ne parliamo con Anino Emuwa
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Andreas Grandi
07.07.2026 06:00

La nostra epoca è in cammino verso scenari inediti. L’intelligenza artificiale (AI) organizza risorse umane e finanziarie, valuta rischi, assegna crediti, senza espliciti interventi umani, condizionando così anche la presenza o l’esclusione delle competenze femminili dai vertici decisionali.

Ne abbiamo parlato con Anino Emuwa, consulente aziendale e fondatrice di Avandis, società di consulenza finanziaria e strategica globale. Dal 2019 ha dato vita a 100 Women @ Davos, network internazionale di imprenditrici, CEO e leader d’opinione. Domani, 8 luglio, nel corso dell’ESG Meets Blockchain Summit alla SUPSI, Anino Emuwa riceverà il Visionary Award 2026 dell’ESG Center of Excellence, istituto di ricerca internazionale con sede a Lugano.

Signora Emuwa, quale la priorità: includere le competenze femminili nei vertici decisionali, o garantire che chi vi accede possa davvero contare?
«Inclusione e presenza attiva sono dimensioni interdipendenti, che non si confrontano, ma convivono. Ricordo che le donne ricoprono poco più del 7% delle posizioni di CEO nelle grandi aziende mondiali, guidano 13 dei 193 Stati membri delle Nazioni Unite e presiedono solo il 9% dei Consigli di amministrazione. In termini di opportunità mancate, questi dati mostrano che un enorme patrimonio di competenze resta escluso dalle stanze dove si decide, proprio in un’epoca di rapide evoluzioni tecniche e demografiche, mentre le pubbliche amministrazioni – dal G7 alle Nazioni Unite – ricordano che le sfide globali richiederebbero soluzioni condivise. Una maggiore rappresentatività nei centri dirigenziali favorisce decisioni altrettanto inclusive. Anche l’espansione della AI nelle procedure di allocazione del capitale, valutazione del rischio e di selezione, condiziona le strategie dei vertici esecutivi che, nella grande maggioranza dei casi, trascurano le decision-maker femminili. Quindi, non si tratta di promuovere la diversità in senso astratto, ma di migliorare la qualità dei risultati nei processi di governance».

In ambito ESG (Environmental, Social & Governance), quanto i propositi aziendali si discostano dai risultati?
«Le procedure si stanno evolvendo insieme al contesto operativo. Molte organizzazioni internazionali oggi ricorrono a termini come sostenibilità o impatto con maggiore concretezza, anche perché la rendicontazione sull’inclusione è passata da opzione a obbligo. Ma ai vertici, resta la distanza tra teoria e pratica, in particolare nell’accesso alle posizioni di responsabilità e nella concessione di finanziamenti. La conformità ESG non si è ancora tradotta in una cultura operativa che, nel lungo periodo, generi valore aggiunto e resilienza – e che parimenti attragga professionisti migliori, porti a espandere la presenza su mercati diversificati e favorisca innovazioni stimolate da un confronto altrettanto evoluto. Nelle PMI il discorso è diverso: spesso mancano di strumenti e risorse per avviare progetti innovativi. Scontano un divario operativo, non valoriale, che impone strategie calibrate, diverse da quelle su cui puntano le multinazionali. Nel frattempo, le criticità climatico-ambientali di questa estate, anche in Europa, ricordano alla pubblica opinione l’urgenza di dare spazio a leadership inclusive, strategiche nella promozione dei decision maker, nell’attribuzione di sponsorship e mentoring, e nell’incremento di competenze nei comitati dove le decisioni sono attuate».

Fino a giovedì all’ESG Meets Blockchain Summit Lugano 2026 i protagonisti del mondo istituzionale, tecnologico e finanziario esaminano il rapporto tra sostenibilità e innovazione digitale, con particolare attenzione alla blockchain. Dove tecnologia e sostenibilità convivono?
«La tecnologia crea valore quando genera fiducia e produce risultati condivisi. Blockchain e intelligenza artificiale stanno già migliorando la trasparenza nelle catene di fornitura, nelle dichiarazioni ESG e nell’accesso ai servizi finanziari. Ma queste innovazioni rispecchiano le priorità e i valori di chi le coordina. Se quella prospettiva è parziale, il rischio è che, invece di correggersi, le asimmetrie sociali esistenti si moltiplichino – in modo più rapido, pervasivo e superiore alle competenze umane. In questi casi per valutare le discussioni ESG basta domandarsi: aumentano la fiducia? Ampliano le opportunità? Contribuiscono agli equilibri socio-ambientali? In caso di risposte negative, questi obiettivi si riducono a semplici dichiarazioni di intenti. È per questo che conferenze come l’ESG Meets Blockchain Summit rappresentano spazi di confronto per interrogarsi sulle innovazioni prima della loro adozione, e verificarne l’efficienza, la trasparenza, l’inclusività e la verificabilità nel tempo».

Se, fra dieci anni, dovesse indicare un risultato concreto del suo lavoro, quale obiettivo considererebbe raggiunto?
«Spero che nella quotidianità sociale e istituzionale la leadership femminile evolva da tema di conversazione a prassi consolidata. Inoltre, auspico che CdA e vertici economici rispecchino la reale composizione delle comunità di cui sono al servizio – non per obbligo normativo, ma perché esperienze e opinioni diverse migliorano il livello e la tenuta delle decisioni e dei risultati. Altrettanto importante è che crescano i finanziamenti alle imprese a direzione femminile, riconoscendone la capacità di individuare valore aggiunto e di agire con lungimiranza e competenza. Del resto, la Women’s economy è già avviata: le decision maker femminili stanno guadagnando autorevolezza nella gestione finanziaria, negli investimenti e nei consumi, e ridefiniscono a livello globale le priorità dei modelli di sviluppo. La mia visione è che fra dieci anni siano le competenze– e non il genere– a orientare gli obiettivi della crescita mondiale. A quel punto, imprese, economie e società potranno costruire insieme un futuro più equilibrato: un progresso che indistintamente comunque appartiene all’intera comunità globale».