L'intervista

«In Ticino stiamo dimenticando il tipico pragmatismo svizzero»

Nicoletta Casanova, presidente dell'AITI, ricorda quali sono i punti cruciali per fare industria in Ticino - Il salario minimo legale penalizza alcuni settori - Da maggio cambio alla direzione: Angelo Geninazzi al posto di Stefano Modenini
Nicoletta Casanova, presidente di AITI da maggio 2025 ©Chiara Zocchetti
Generoso Chiaradonna
01.09.2026 06:00

Frontalierato in calo, salario minimo legale, aumento della burocrazia e politiche fiscali. Sono i temi affrontati da Nicoletta Casanova, presidente di AITI da maggio 2025, in vista della ripresa autunnale. Tra le novità in seno all’associazione: l’annuncio del prossimo pensionamento di Stefano Modenini e l’arrivo, dalla primavera del 2027, di Angelo Geninazzi alla direzione di AITI.

Qual è la vostra visione riguardo al futuro dell'industria nel Cantone Ticino? Le prospettive a livello nazionale sembrano essere meno critiche del temuto.
«Anche in Ticino la situazione dipende da settore a settore. Alcuni comparti stanno affrontando una fase molto complessa, mentre altri stanno beneficiando degli ingenti investimenti realizzati, legati all’intelligenza artificiale, alle infrastrutture digitali e all’energia. In questo momento percepiamo da queste aziende prospettive timidamente positive per i prossimi anni, anche se il contesto resta molto dinamico. Rispetto all’industria svizzera, quella ticinese si caratterizza per una quota di produzione maggiore. I costi crescenti, dovuti anche a scelte politiche talvolta discutibili, rendono viepiù insostenibile l’industria di produzione come la conosciamo da decenni. Insomma, alle nostre latitudini più che altrove, alle questioni congiunturali - poco influenzabili - si sovrappongono quelle politiche. La domanda va quindi posta in modo più ampio: quale visione hanno il Ticino e i suoi attori riguardo al futuro della propria industria?

Come può rimanere competitiva in un contesto economico difficile? Pensiamo ai dazi statunitensi e al franco forte oltre a un contesto geopolitico (guerre, crisi energetiche) in continua evoluzione.
«È importante riconoscere che una parte del destino è nelle mani delle aziende stesse. Revisione dei processi, integrazione di nuove tecnologie, digitalizzazione, intelligenza artificiale, ma anche diversificazione dei mercati di vendita sono leve da utilizzare in modo proattivo e sollecito. Chi, in fasi concitate come quelle che stiamo vivendo negli ultimi anni, aspetta la politica ha già perso: per sua natura questa è meno reattiva rispetto a quanto possiamo essere noi imprenditori. Questo non sminuisce minimamente il ruolo centrale dello Stato nel definire condizioni quadro stabili e favorevoli nel lungo periodo, che resta imprescindibile».

Quali sono le sfide principali che l'industria ticinese sta affrontando e in che modo le decisioni politiche degli ultimi anni hanno influenzato queste sfide?
«L’industria, ma in generale l’economia, sta subendo una dinamica politica che va oltre al Ticino: per ogni sfida che la società è chiamata ad affrontare, si aprono discussioni su come mettere le mani nelle tasche delle imprese: congedi parentali, per l’allattamento, per la cura dei genitori, per il finanziamento del primo pilastro, per la protezione dell’ambiente o ancora aumenti salariali per compensare l’esplosione dei costi della sanità, e molto altro. In Ticino il tutto si sovrappone con conti dello Stato dissestati, limitazioni alla manodopera e richieste di salari minimi sempre più elevati. Non voglio assolutamente minimizzare i problemi della società odierna, ma le imprese non sono lo zio d’America e aggravare sistematicamente la loro situazione significa tarpare loro le ali nella concorrenza con l’estero. Va detto senza mezzi termini: questo andamento può essere l’inizio della fine dell’industria, soprattutto in Ticino».

L’industria fatica ad attirare manodopera residente e non solo per una questione salariale. Il bacino di reclutamento della vicina Italia si sta riducendo con un impatto sull’industria. Quali misure possono essere adottate per affrontare questa situazione e la carenza di manodopera qualificata?
«È una delle condizioni quadro che sta peggiorando. Un po’ a causa del nuovo accordo sui frontalieri e un po’ perché, nella concorrenza per la manodopera, l’Italia stessa ha esigenze e carte migliori da giocare. In un paio d’anni, nel nostro settore, abbiamo perso centinaia di lavoratrici e lavoratori. L’impatto a breve termine è un aumento del costo del personale. Come vogliamo affrontare il tema sul lungo termine? Agendo su formazione, revisione dei processi produttivi, sgravi amministrativi e riduzione del costo del lavoro. Le opzioni sono tante, ma vanno affrontate con decisione e subito».

Come vede l'aumento del salario minimo cantonale dal 1. gennaio 2027 e quali effetti prevede che avrà sulle PMI e sui lavoratori residenti?
«Siamo stati in dialogo con la politica sul tema e la soluzione trovata è la “meno peggio” di quelle sul tavolo, tra le quali vi era un’iniziativa che prevedeva un salario minimo che sarebbe stato il più alto al mondo. Ma non possiamo più permetterci il “meno peggio”. A differenza del settore dei servizi, il frontalierato nella produzione industriale in Ticino è conosciuto da decenni, stabile nei numeri e non in conflitto con la manodopera locale. Grazie a esso si mantengono numerosi impieghi per i ticinesi. Con il salario minimo generalizzato, che nella produzione industriale tocca pressoché solo il frontalierato, soffochiamo questa attività storica che non ha mai creato problemi. Nell’interesse di chi? Perdiamo impieghi (anche per i ticinesi!), imposte, indotto e know-how. È quindi il momento di discutere con i partner sociali un’esenzione del salario minimo per certe categorie che da decenni lavorano nell’industria senza creare concorrenza ai residenti».

Qual è il ruolo dell'innovazione in questo contesto? La robotizzazione potrà colmare il deficit di manodopera?
«Le possibilità sono ampie e prima il tessuto economico ticinese saprà coglierle, maggiori saranno i vantaggi per tutto il cantone. È anche una sfida a tempo, in concorrenza con altre regioni economiche. Con AITI4innovation, dedichiamo molti sforzi alla consulenza, ma anche al sostegno delle iniziative innovative e al rafforzamento del sistema di innovazione, composto da attori come AGIRE, lo Swiss Innovation Park Ticino e i suoi centri di competenza, le università e i numerosi istituti che vi ruotano attorno. La materia grigia dei nostri giovani e delle nostre aziende è la principale risorsa di cui disponiamo in Ticino e su cui possiamo, anzi dobbiamo investire. Cosa aspettiamo?

Cambio alla direzione: Angelo Gianinazzi prenderà il posto di Stefano Modenini dal prossimo maggio


L’AITI, al pari di altre associazioni economiche e dei lavoratori, ha un ruolo fondamentale di collante tra la politica e l’opinione pubblica. Nei prossimi mesi, per ragioni anagrafiche, l’attuale direttore di AITI, Stefano Modenini, sempre molto presente nel dibattito pubblico, andrà in pensione. Avete pianificato il cambiamento?
«La successione di Stefano Modenini è stata pianificata con anticipo e condivisa con lui, che negli anni ha contribuito in modo determinante a posizionare l’Associazione quale punto di riferimento nel contesto economico, istituzionale, politico e pubblico del Cantone. Siamo ora in una fase di rapida trasformazione dell’industria e dell’economia ticinese e, accanto alla ragione anagrafica, il cambiamento nasce dalla volontà di accompagnare AITI nella fase di evoluzione che sta attraversando. Riteniamo sia il momento giusto per affidare questo percorso a una nuova leadership, capace di sviluppare e portare avanti nel tempo la strategia che abbiamo definito. Modenini accompagnerà la transizione anche dopo il passaggio del testimone, lavorando part-time su dossier specifici fino al pensionamento».

Chi lo sostituirà? È già stato selezionato il successore?
«Il Comitato di AITI ha nominato pochi giorni fa Angelo Geninazzi quale nuovo Direttore, con effetto dal 1. maggio 2027. Il suo percorso professionale si è intrecciato in questi anni con quello di numerose imprese e associazioni economiche, nazionali e cantonali, tra cui la stessa AITI. Negli scorsi mesi ha collaborato alla definizione della nostra strategia, maturando una conoscenza approfondita dell’Associazione e condividendone la direzione di sviluppo. Il suo profilo unisce competenze economiche, esperienza istituzionale, conoscenza del territorio e del mondo imprenditoriale e una grande capacità di costruire relazioni. È una combinazione che riteniamo particolarmente adatta alla fase che AITI si appresta ad affrontare».

Qual è la sua opinione sulla burocrazia attuale che le imprese devono affrontare? Il dibattito è sempre acceso. Cosa suggerirebbe per semplificare i processi?
«La burocrazia è il riflesso di una cultura sempre più lontana da quella tradizionalmente svizzera, in parte importata da altre realtà: l’attivismo politico a tutti i livelli porta a voler definire processi e norme con sempre più dettagli, anche perché è venuta meno una certa fiducia negli attori della società. L’amministrazione pubblica è la prima vittima di questo sviluppo: il funzionario stesso chiede e auspica norme dettagliate, riducendo il proprio margine di apprezzamento e flessibilità per tutelarsi, anche sul piano politico, di fronte a possibili problemi. È un’evoluzione che non ci possiamo permettere. Dobbiamo tornare a riconoscere anche il diritto all’errore. Anche i media giocano un ruolo, che spesso va oltre quello della trasparenza. Ma ammetto, è una tendenza difficile da fermare».

Quale ruolo giocano le politiche fiscali nel sostenere gli investimenti nell'industria alla luce del fatto che, per usare un eufemismo, le finanze cantonali non sono floride?
«Un ruolo cruciale, ma molto più indiretto di quel che si pensa. Finanze sane concederebbero margini per politiche fiscali, di attrattività o marketing territoriale più spinte. Ma soprattutto sono il prodotto di un sistema politico che basa sulla responsabilità individuale dei propri attori, equilibrato, accompagnato da un ruolo dello Stato e una ridistribuzione moderati e la concessione di margini all’iniziativa privata. Sono queste le condizioni che portano un imprenditore a scegliere dove insediare la propria azienda - una scelta a lungo termine - perché gli danno “certezza politica”. La Svizzera come piazza economica basa da sempre la sua attrattività su questi fattori, ma il Ticino sta dimenticando questa ricetta: peccato perché a due passi da noi abbiamo un sistema italiano che non conosce queste virtù e l’occasione sarebbe ghiotta. Come AITI, con le altre associazioni economiche, siamo pronti a dare una mano.