«La crescita americana non ha arricchito tutti»

Da oltre quindici anni Silvia Berzoni commenta la finanza globale. Dal 2025 è Editor in Chief Tech and Finance di Chora Media, gruppo italiano di informazione multimedia, dove conduce Morning Finance, videopodcast quotidiano da 34.000 ascoltatori su macroeconomia e politica monetaria. Sabato 24 ottobre, al Plan Forum 2026, interverrà a un fireside chat con Paolo Ardoino, CEO di Tether.
Commercio, energia e tecnologia sono diventati questioni di sicurezza nazionale. Come spiegarlo a chi non è del mestiere, ma ne subisce gli effetti?
«Spiegare la finanza significa restituirle una dimensione umana. Negli anni trascorsi sul floor di Wall Street ho imparato che dietro i mercati ci sono persone, rapporti di potere, aspettative e paure. E che la finanza può sembrare astratta, ma le sue conseguenze sono concrete: una crisi a Hormuz arriva nella bolletta, una restrizione sui semiconduttori cambia gli investimenti di un’impresa. Oggi sicurezza nazionale, economia e tecnologia sono inseparabili: contano il prezzo dell’energia e chi ne controlla la fornitura, il costo di un chip e chi può acquistarlo. Il giornalismo deve ricostruire questi collegamenti, distinguere i segnali dal rumore e spiegare chi paga e chi beneficia delle decisioni. Viviamo immersi in un flusso continuo di notizie, dati e previsioni, ma essere più informati non significa necessariamente comprendere meglio. Il compito del giornalismo è rendere visibili tutti i passaggi intermedi. E capire non elimina l’incertezza, ma permette di affrontarla».

Dall’insediamento di Trump, nel gennaio 2025, quali fattori hanno pesato di più sull’economia americana?
«Partirei da un paradosso. Donald Trump ha ereditato da Joe Biden un’economia che, dal punto di vista dei grandi indicatori, aveva dimostrato una buona tenuta. Gli Stati Uniti erano cresciuti più delle principali economie avanzate, la disoccupazione era rimasta relativamente contenuta e l’inflazione era scesa dai picchi del 2022. Ma era anche un’economia attraversata da profonde ferite: debito pubblico crescente, costo della vita elevato, disuguaglianze e una distanza sempre più evidente tra la prosperità di Wall Street e la percezione economica delle famiglie americane. Trump ha costruito parte della sua proposta economica proprio su questa distanza. Per ora, ne ha solo esacerbato le conseguenze. Oggi la crescita tiene, mentre l’inflazione al 3,7% (da oltre cinque anni sopra il target della Fed) e la ripresa dei rialzi della banca centrale americana rendono più difficile mantenere la promessa di un’America più conveniente. Accanto ai risultati dubbi della sua politica commerciale e della Donroe Doctrine trumpiana (per semplificare: America first), gli Stati Uniti di oggi fanno i conti con il dualismo dell’intelligenza artificiale, fattore divisivo della coesione sociale ed economica, specie per chi ne resta escluso. Nonostante gli americani provino un odio viscerale verso la “super intelligence”, come la chiama Trump, questa resta la più grande scommessa economica mai fatta negli Stati Uniti. Vale 10.400 miliardi di dollari di investimenti al 2032, circa il 3,6% del PIL americano ogni anno, superando gli storici investimenti in ponti, ferrovie e elettrificazione. È una delle più grandi mobilitazioni di capitale privato della storia recente: data center, semiconduttori, infrastrutture elettriche, reti e capacità di calcolo stanno ridisegnando la geografia e supremazia degli investimenti americani, che porta a un enorme paradosso, il «wrong kind of boom»: l’economia cresce, ma con esiti che gran parte degli americani avvertono come recessivi. La middle class si restringe e perde peso economico mentre l’1% più abbiente detiene quasi un terzo della ricchezza delle famiglie. Il costo della benzina è ai massimi dal 2022, il diesel è vicino ai massimi storici, i tassi sui mutui trentennali sono saliti al 7,6%, salgono gli affitti e i costi dei beni alimentari. Insomma, l’AI è una tecnologia che incorpora una contraddizione: promette abbondanza in futuro ma nel presente porta sacrifici; aumenta il costo dell’elettricità; riduce la disponibilità di acqua potabile; aumenta il costo del capitale; aumenta il prezzo dei chip e di tutti i prodotti tecnologici. Il patriottismo Tech di Trump (che vuole vincere a tutti i costi la battaglia con la Cina, anche perché l’AI è dual-use, civile e militare) deve superare due prove: quella delle bollette e quella dei bilanci. Restano domande decisive per poter distinguere questa mobilitazione di capitali da una bolla: quando questi investimenti produrranno ricavi e utili sufficienti a giustificarli? Chi supporterà i costi crescenti? Quanto varranno i chip prima che il debito sia ripagato? E quanto della ricchezza creata arriverà alle famiglie?»
In vista delle midterm del 3 novembre, quali scenari si aprono per la presidenza di Trump e con quali conseguenze per l’Europa e la Svizzera?
«Le midterm decideranno quanto spazio politico avrà Trump negli ultimi due anni. Una conferma repubblicana, che è poco probabile, favorirebbe la prosecuzione dell’agenda fiscale e di deregolamentazione, mentre una Camera democratica aumenterebbe controlli, ostacoli legislativi e Commissioni di inchiesta anche nei confronti dei leader dell’AI. Ma un Congresso diviso non neutralizzerebbe la presidenza, soprattutto nella politica estera. L’America legifera poco, procede per ordini esecutivi che restano alla base della politica di Trump. E qualunque sia il risultato, resterà il vincolo dei mercati: finanziare il debito pubblico (40.000 miliardi di dollari, 1.360 miliardi di costi per interessi ogni anno) e la corsa all’AI diventano più onerose quando salgono i rendimenti. Per l’Europa, attendere novembre non sostituisce una strategia su energia, difesa e competitività urgente. Per la Svizzera, nazione esportatrice e piazza finanziaria, conteranno stabilità dell’accesso al mercato americano e prevedibilità delle regole commerciali, tuttora oggetto di negoziato. In sintesi: il rischio è di scambiare un presidente più vincolato per il ritorno a un’America prevedibile».