«La crisi dell’auto in Germania ha effetti negativi sul Ticino»

La crisi dell’industria dell’auto tedesca ha pesanti effetti in Svizzera e in Ticino. Tra l’altro è stato reso noto che il gruppo industriale sangallese SFS, che produce componenti per la casa germanica, chiuderà lo stabilimento di Flawil e sopprimerà 110 posti di lavoro. Anche nel nostro cantone infatti sono presenti molte aziende attive nella sottofornitura automobilistica. Ne abbiamo parlato con Stefano Modenini, direttore dell’Associazione Industrie Ticinesi (AITI).
L’industria ticinese sta risentendo della crisi dell’auto tedesca?
«La situazione dell’industria automobilistica tedesca è preoccupante per non dire drammatica ed essa a cascata crea grossi problemi anche ai fornitori di componentistica. In un recente sondaggio svolto in Germania, un terzo dei fornitori valuta un aggravamento della crisi del settore nel 2027. Le preoccupazioni sono principalmente legate agli elevati costi energetici e alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, ma anche alla forte e crescente competitività delle case automobilistiche cinesi. Dal punto di vista dell’occupazione, si stimano addirittura 225.000 esuberi entro il 2035 nel settore automobilistico. Tuttavia, il fatto che attività produttive delle case automobilistiche si spostino in parte ad esempio in Asia o in Nord America, non necessariamente ha implicazioni direttamente negative per i fornitori. Quando però sono i fornitori stessi a spostare all’estero parte della produzione, allora sì che la preoccupazione sale. Quindi sì, chi dal Ticino fornisce all’estero componentistica per l’automobile è confrontato a difficoltà, questo però già da alcuni anni a questa parte. Chi fa leva principalmente sul prezzo della componentistica evidenzia maggiori difficoltà. Chi invece produce e fornisce componenti di alta o maggiore qualità risente meno degli effetti negativi presenti nel settore automobilistico».
È possibile diversificare su altri mercati e altri prodotti?
«Sì, in parte ciò è già avvenuto negli ultimi anni, anche in Ticino. Vi sono aziende che si sono orientate verso settori emergenti, come ad esempio il medicale, oppure il settore dell’energia. È difficile tuttavia, anche per le imprese, trarre delle conseguenze definitive. Come sappiamo, la transizione energetica europea nel settore automobilistico subirà probabilmente un rallentamento; inoltre il motore termico è ancora prevalente in molte parti del mondo. Quindi, l’industria automobilistica «tradizionale» non è morta. Tuttavia, senza ingenti investimenti a breve e medio termine non sarà in grado di fare fronte alla crescente competitività dei marchi cinesi sul prodotto automobile. E non mi riferisco solo all’auto elettrica. Inoltre, l’industria automobilistica europea segna un ritardo anche sulla componentistica software nelle auto, sempre più presente nei modelli di automobile, che oramai possono essere paragonati a dei computer viaggianti. Per quanto riguarda la diversificazione dei mercati credo che essa sia già stata messa in atto da tempo. Si può immaginare che proprio i grandi gruppi tedeschi dell’automobile intensifichino l’offerta di modelli premium, quindi più costosi e non alla portata del grande pubblico. Ciò ha e avrà delle conseguenze dal punto di vista occupazionale».
L’industria dell’auto elettrica inizia ad essere interessante per l’industria ticinese della sottofornitura?
«Certamente, ma dal punto di vista ticinese dobbiamo comunque parlare ancora di numeri contenuti. L’auto elettrica numericamente ha bisogno di minori componenti, ma in parte più complesse. Inoltre, come detto prima, la parte software ed elettronica nel prodotto auto è sempre più importante. Sono evoluzioni di cui bisogna tenere conto, anche alle nostre latitudini per chi è attivo nel settore automobilistico».
La crisi tedesca non tocca solo il settore dell’automobile. Anche altri settori ticinesi ne risentono?
«Sì, anche altri settori soffrono, in particolare come è noto i settori della metallurgia, dell’elettronica e della metalmeccanica e meccanica di precisione. In linea generale non possiamo che continuare a constatare che l’economia tedesca è in recessione da oltre due anni a questa parte. Ciò ha indotto diversi fornitori dell’economia germanica a diversificare i mercati di riferimento. Ma parliamoci chiaro: la Germania come mercato semplicemente non è sostituibile e dunque non possiamo che augurarci che le tensioni internazionali cessino e la locomotiva tedesca torni a correre come in passato. Ma probabilmente ci vorranno anni».
Il franco svizzero pesa?
«Su questo credo che non ci sia più molto da dire. Nel senso che il franco svizzero forte è uno dei problemi principali se non la questione prioritaria per chi esporta, dunque sicuramente per l’industria cantonale. Purtroppo non vediamo inversioni di tendenza. Così come diversi imprenditori hanno l’impressione che non tutti comprendano le conseguenze negative di questa situazione nel tempo per la competitività delle imprese e l’occupazione. Gli imprenditori sono consapevoli che l’obiettivo primario della nostra banca centrale è quello di mantenere sotto controllo l’inflazione. Ma valutano e chiedono che nella misura del possibile la Banca nazionale svizzera intervenga per indebolire il franco svizzero. Beninteso ciò che già avviene. Bisogna solo comprendere se la BNS ha ulteriori spazi di manovra per il futuro. Non vogliamo che ci sia una spirale di aumento dei prezzi, ma nemmeno possiamo vedere soccombere parte della nostra industria proprio a causa del franco forte».
Quali sono gli effetti sull’occupazione di questa situazione? E come giudica lo stato di salute generale dell’industria ticinese?
«La risposta potrebbe sembrare schizofrenica ma non lo è. La situazione congiunturale resta difficile perché i mercati internazionali sono deboli se non addirittura fermi, in quanto parte dei clienti ha bloccato gli investimenti, almeno fino a quando le scorte dei prodotti consentono di farlo. D’altro canto, le difficoltà di trovare personale qualificato ma anche meno qualificato sono crescenti a causa della rapida quanto negativa evoluzione demografica, accompagnata dall’uscita dal mercato del lavoro della generazione dei boomer, che è già iniziata e che avrà un picco nei prossimi anni quando se ne andranno dal mercato del lavoro tante persone nate a metà degli anni sessanta».
A suo modo di vedere esiste una sufficiente consapevolezza a livello cantone di questa situazione?
«La sofferenza congiunturale delle nostre imprese non le impedisce di trovare il modo di restare competitive, seppur fra difficoltà crescenti; ma come ho già detto nel recente passato, occorre che il territorio tutto si interroghi seriamente se esistono ancora pienamente tutte le condizioni per mantenere in Ticino una solida attività produttiva in diversi settori. Perché attorno alla produzione gravitano altre funzioni importanti, come ad esempio la ricerca e lo sviluppo delle tecnologie applicabili a livello aziendale».
