Clarity Act

La doccia fredda di Washington sulle cripto

Il Senato americano ha negato il via libera al disegno di legge sul mercato degli attivi digitali- Pesa soprattutto la questione etica sugli affari della famiglia Trump - Le quotazioni del Bitcoin calano sotto quota 76 mila dollari
© Carlo Reguzzi
Dimitri Loringett
17.09.2026 06:00

Non è certo la fine per le cripto, ma è sicuramente un colpo pesante. Martedì il Senato degli Stati Uniti ha bloccato il cammino del Digital Asset Market Clarity Act («Clarity Act») negandogli il via libera alla discussione in aula. La mozione procedurale si è fermata a 50 voti a favore e 49 contrari, ben lontano dalla soglia di 60 necessaria per far avanzare il testo. A far mancare i numeri sono stati, come ampiamente anticipato, tutti i democratici, ai quali si sono aggiunti però quattro senatori repubblicani. Uno di loro, Thom Tillis, ha cambiato il proprio voto da sì a no con una manovra che gli consente di riportare in futuro la legge in aula.

Il nodo resta l’etica

L’ostacolo, come nei mesi scorsi, non è tecnico ma politico. Domenica sera i leader repubblicani avevano diffuso una nuova versione del provvedimento, con clausole etiche più severe pensate per strappare qualche voto democratico. Ma non è bastato. Il punto di frizione resta la «cripto-ricchezza» accumulata da Donald Trump e dalla sua famiglia, dalla piattaforma World Liberty Financial al memecoin $TRUMP, che secondo i media statunitensi avrebbe fruttato oltre un miliardo di dollari. I democratici chiedevano regole capaci di obbligare i vertici del governo a cedere davvero le loro partecipazioni e non solo a congelarle in un blind trust - un «fondo cieco» affidato a un gestore terzo, soluzione che i democratici ritengono troppo blanda.

Sullo sfondo, però, c’è un secondo scontro, quello con le banche: se le emittenti di stablecoin potessero riconoscere un interesse ai clienti, questi sposterebbero denaro dai conti, con un deflusso di depositi che ridurrebbe la capacità di erogare credito. Un timore particolarmente sentito dai piccoli istituti regionali, che difficilmente potrebbero lanciare una propria stablecoin.

Stablecoin e «cryptoasset»

Conviene ricordare la posta in gioco. Le stablecoin (le valute digitali agganciate al dollaro e usate soprattutto come mezzo di pagamento per acquistare attivi digitali, come il bitcoin) hanno già una loro legge, il GENIUS Act, in vigore da quest’anno. Il «Clarity Act» riguarda invece la market structure, ossia l’impianto di regole per tutti gli altri cryptoasset (attivi digitali). Il suo scopo è stabilire quali attivi digitali ricadano, in quanto titoli, sotto la Securities and Exchange Commission (SEC) e quali, in quanto commodities, sotto la Commodity Futures Trading Commission (CFTC). Il bitcoin, il cui status di commodity è ormai assodato, finirebbe sotto la vigilanza della seconda; i token emessi dalle aziende per raccogliere capitali alla prima. Alle piattaforme di scambio il testo imporrebbe registrazione, separazione dei fondi dei clienti e sistemi di sorveglianza contro le manipolazioni di mercato.

Bitcoin in calo

La reazione è stata immediata. Il bitcoin ha perso terreno già mentre il voto si profilava in salita e oggi viaggia attorno ai 75.500 dollari, in calo dal picco di inizio settembre di circa 81.500. Giù anche i titoli del comparto: la piattaforma di negoziazione Coinbase e l’emittente di stablecoin Circle hanno ceduto fino al 10%. Sulla piattaforma di previsioni Polymarket, le probabilità che il «Clarity Act» diventi legge entro fine anno sono crollate al 7%, dal 18% del giorno precedente.

La palla ai regolatori

La bocciatura, va detto, non è definitiva. Il testo, infatti, non è affossato ma congelato e potrà essere ripresentato. Tuttavia, con le elezioni di metà mandato ormai a poche settimane difficilmente tornerà in aula prima del 2027. L’industria guarda quindi ai regolatori. SEC e CFTC possono infatti agire con i propri poteri, ma senza una legge le regole resteranno esposte ai cambi di clima politico e ai ricorsi giudiziari.

Non tutti, però, leggono la bocciatura come una sconfitta netta. La senatrice democratica Elizabeth Warren, che potrebbe guidare la commissione bancaria del Senato qualora il suo partito ne conquistasse il controllo a novembre, rivendica di volere una regolamentazione, «ma non questa». Il voto sul «Clarity Act», ha detto, era «la prima vera occasione» di Washington per darsi regole serie sulle cripto, a patto però che qualsiasi legge fissi regole sugli investimenti cripto dei funzionari pubblici e rafforzi la lotta al riciclaggio. Un’intesa, ha aggiunto, «si potrebbe raggiungere, ma servirebbe la disponibilità dei repubblicani a tenere testa a Donald Trump - e questa è un’impresa non da poco»..