L'analisi

La Germania e la sua transizione tra geopolitica e dazi americani

Quella che è la terza economia mondiale affronta difficoltà ma il suo quadro non ha solo ombre, molti punti di forza restano
© KEYSTONE (AP Photo/Michael Probst)
Lino Terlizzi
10.11.2025 06:00

Su queste colonne all’inizio dell’anno abbiamo fatto il punto sulla Germania. Vale la pena di rifarlo ora, in prossimità della fine di questo 2025. Sia perché la Germania rimane la prima economia in Europa e la terza nel mondo per Prodotto interno lordo (PIL) nominale, alle spalle di USA e Cina e davanti a Giappone e India. Sia perché quello tedesco è un caso particolarmente interessante di necessità di transizione economica in tempi non lunghi. La narrazione prevalente in questi anni è stata quella di una Germania malata d’Europa. Ma la realtà è fatta di ombre e luci che convivono. Rivediamo il quadro economico tedesco seguendo di nuovo quattro capitoli: crescita, inflazione, lavoro, debito pubblico.

Il percorso

I dati aggiornati del Fondo monetario internazionale (FMI), pubblicati il mese scorso, indicano che tra il 2007 e il 2016 la Germania ha avuto una crescita economica media dell’1,3%, contro lo 0,7% dell’insieme dell’Eurozona; nel 2017 ha avuto un altro anno di crescita superiore a quella dell’area euro e poi nel 2018 e nel 2019 ha rallentato, in coincidenza con la prima fase della guerra dei dazi di Trump contro la Cina e altri. Va sempre ricordato che la Germania è un Paese fortemente esportatore, come d’altronde la Svizzera, di cui è partner rilevante, e che dunque più di altri risente delle limitazioni al libero scambio. Nel biennio pandemico 2020-21 l’economia tedesca come tutte è prima caduta e poi rimbalzata, tenendo meglio della media dell’Eurozona. Nel 2022, anno dell’invasione russa dell’Ucraina, un nuovo rallentamento.

L’anno della svolta negativa è il 2023, con la recessione annua e quindi il PIL a -0,9%. Nel 2024 un altro calo del PIL tedesco, pari al -0,5%. Nel frattempo l’Eurozona è riuscita a rimanere in territorio positivo, seppur non di molto. In questi due anni per la Germania più di altri si sono quindi sommati gli effetti negativi dell’invasione dell’Ucraina con il conseguente distacco dai rilevanti gas e petrolio russi, dell’intensificarsi dei contrasti Cina-Occidente con l’erosione dell’importante export tedesco verso la Cina, dell’intensificarsi delle difficoltà di un settore auto che è ovunque in transizione ma che ha un peso particolare per l’economia germanica.

Crescita, prezzi, lavoro

L’FMI ora però prevede una crescita tedesca dello 0,2% quest’anno e dello 0,9% il prossimo. Non è molto, ma sarebbe comunque una ripresa, un risultato ottenuto nonostante il peggioramento dei contrasti nei commerci, visto che la guerra dei dazi di Trump contro il resto del mondo si è ampliata. Si discute di crisi dell’economia sociale di mercato che è una caratteristica del Paese, ma a colpire la Germania in realtà sono stati soprattutto avvenimenti geopolitici esterni, in particolare legati a Russia e Cina. Il settore auto è in parte un fattore interno, ma è anche un fattore esterno, legato a trasformazioni internazionali. Non bisogna inoltre dimenticare che la Germania dispone di una presenza in molti altri rami industriali, che si stanno rinnovando e che rimangono rilevanti.

Sul versante dell’inflazione, l’FMI prevede per la Germania un 2,1% quest’anno e un 1,8% il prossimo. Si tratta della stessa percentuale prevista per l’Eurozona nel 2025 e leggermente inferiore nel 2026 all’1,9% previsto per l’area euro. Se così sarà, non si tratterà dell’ideale in temini di prezzi ma si tratterà comunque di passi avanti rispetto al rincaro più alto degli anni precedenti. Quanto al mercato del lavoro, secondo Eurostat, l’Ufficio di statistica dell’Unione europea, nel settembre di quest’anno la disoccupazione in Germania era al 3,9%, contro il 6,3% dell’Eurozona. È vero che un anno prima il tasso tedesco di senza lavoro era migliore (3,4%), ma è altrettanto vero che la percentuale rimane tra le più basse in Europa, nonostante il rallentamento economico e i conseguenti problemi per i mercati del lavoro.

Il debito

Secondo l’FMI il debito pubblico/PIL della Germania sarà al 64,4 % quest’anno e al 66% il prossimo. Per l’Eurozona sono previsti 87,8% e 88,9%. Per il 2030 l’FMI prevede 73,6% per la Germania e 92,2% per l’Eurozona. Il Governo guidato da Friedrich Merz, sostenuto dai democristiani CDU-CSU e dai socialdemocratici SPD, ha fatto passare un maxi piano di investimenti per infrastrutture, transizione digitale-energetica, difesa. Da un lato questo piano sarà un supporto alla crescita, dall’altro comporterà un maggior debito. È un allentamento del rigore tedesco e in Germania e altrove c’è chi è d’accordo e chi no. Un fatto è però oggettivo: Berlino può ora aumentare il suo indebitamento, che resterà minore della media europea, anche perché per molti anni ha avuto la capacità di tenerlo basso.