«La globalizzazione va avanti anche senza gli Stati Uniti»

Molto sta cambiando nell’economia globale. Quale sarà lo scenario futuro? Ne abbiamo parlato con Alexandre Drabowicz, CIO Indosuez Wealth Management.
Assistiamo al tentativo di Trump di «ridisegnare» la globalizzazione con i dazi. Come evolverà il futuro il commercio mondiale?
«Nel 2025 il commercio globale ha mostrato una sorprendente capacità di tenuta, nonostante l’acuirsi delle tensioni geopolitiche. A sostenerlo hanno contribuito, da un lato, l’anticipo delle importazioni in previsione di futuri aumenti dei dazi e, dall’altro, la forte domanda legata al boom dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti. Con il venir meno di questi fattori temporanei, è tuttavia probabile un rallentamento degli scambi e una loro progressiva riorganizzazione lungo linee più regionali. Più che di una vera deglobalizzazione, si tratta di una trasformazione del modello esistente, che potrebbe configurarsi come una sorta di “globalizzazione senza gli Stati Uniti”: il commercio mondiale non si riduce, ma cambia geografia e modalità. In questo contesto, l’Europa è chiamata a proseguire con decisione sulla strada della diversificazione commerciale e della riduzione delle dipendenze strategiche, come dimostrano gli accordi con il Mercosur e con l’India».
Quale sarà il ruolo degli Stati Uniti in questo nuovo assetto commerciale mondiale?
«Gli USA resteranno un attore centrale dell’economia globale, sostenuti dalla capacità di innovazione, dalle dimensioni del mercato interno e dalla flessibilità del proprio sistema economico. Nel 2025 rappresentavano ancora circa il 15% del commercio mondiale. Il dinamismo dei consumatori statunitensi è un elemento chiave, poiché assorbono una quota rilevante delle esportazioni globali e contribuiscono a orientare le tendenze dei consumi a livello internazionale. Questa dipendenza è evidente anche nei tentativi di aggirare i dazi americani, come dimostra il reindirizzamento di merci cinesi verso Paesi terzi».
Come giudica lo strumento dei dazi, utilizzato da Trump, per raggiungere l’obiettivo della re-industrializzazione degli USA?
«Finora l’impatto è stato contenuto. Nel 2025 il settore manifatturiero statunitense è rimasto debole, con l’indice ISM in territorio di contrazione per gran parte dell’anno. Se alcuni comparti, come quello dell’acciaio e dell’alluminio, hanno tratto beneficio dalle misure tariffarie, molte imprese fortemente integrate nelle catene globali del valore hanno dovuto affrontare un aumento dei costi e interruzioni nelle forniture, con effetti negativi sulla competitività. L’occupazione manifatturiera è diminuita di circa 68 mila unità, poiché l’incertezza e la compressione dei margini hanno frenato assunzioni e investimenti».
Il dollaro ha perso nel 2025 oltre il 10% del proprio valore. A suo modo di vedere fino a dove arriverà questa svalutazione? Non esiste il rischio di un graduale abbandono del dollaro come moneta di riserva, seguendo l’esempio di quanto sta facendo la Cina ?
«Siamo cauti sul dollaro statunitense dalla metà del 2025. Pur non puntando esplicitamente a un indebolimento della valuta, l’amministrazione americana invoca un riallineamento delle principali valute globali. Le preoccupazioni legate a una possibile “erosione del valore” del dollaro sono in aumento, alimentate dall’elevato livello del debito, da deficit record e dalle percepite minacce all’indipendenza della Federal Reserve. Sebbene il dollaro resti la valuta dominante e continui a beneficiare di un vantaggio in termini di rendimento, la sua posizione appare oggi più vulnerabile».
Oggi si parla molto di Intelligenza artificiale. Quali cambiamenti porterà al mondo dell’economia?
«Siamo ancora nelle fasi iniziali dell’adozione dell’intelligenza artificiale. Lo slancio attuale è trainato soprattutto dagli investimenti nelle infrastrutture per l’IA – in particolare semiconduttori avanzati e sistemi energetici – che rappresentano tuttora il principale collo di bottiglia. L’intelligenza artificiale sta già contribuendo a sostenere la produttività, che è tornata su livelli nettamente superiori alla media di lungo periodo. Nel prossimo decennio, l’IA potrebbe aggiungere circa 1,2 punti percentuali alla crescita annua, mentre una quota significativa delle attività lavorative potrebbe essere automatizzata. Come suggerisce la legge di Amara, l’impatto di lungo periodo dell’intelligenza artificiale è destinato a essere sottovalutato»
L’Europa sta vivendo una sorta di «sclerosi» economica. Come vede la situazione?
«L’Europa sta attraversando una fase di crescita debole, penalizzata da esportazioni fiacche, incertezza commerciale e sfide strutturali in termini di produttività. Un euro forte continua a comprimere la competitività, in particolare in Germania. Detto ciò, l’area euro rimane resiliente: la domanda interna è solida, la disoccupazione è bassa, l’indebitamento delle famiglie è contenuto e la crescita salariale supera l’inflazione».
Anche la Svizzera è confrontata con sfide importanti. Le sue grandi multinazionali devono riposizionarsi in un mondo in profondo cambiamento. Come vede il futuro del nostro Paese?
«La Svizzera rimane una delle economie più competitive a livello globale. Il suo settore industriale, che rappresenta circa il 18% della produzione, costituisce un vantaggio chiave in un contesto orientato alla reindustrializzazione. Pur persistendo diverse sfide, dall’incertezza globale alla pressione sul franco come valuta rifugio, la crescita dovrebbe restare solida nel 2026, sostenuta dall’accordo commerciale preliminare con gli Stati Uniti. Un’inflazione bassa ma positiva consente alla BNS di mantenere un approccio prudente, includendo interventi discreti sul mercato dei cambi. Il quadro macroeconomico stabile della Svizzera offre inoltre una base solida affinché le imprese possano adattarsi ai cambiamenti dell’economia globale».
Quali sono le sue previsioni per le Borse nel 2026?
«Il nostro scenario resta costruttivo, sostenuto da un contesto «Goldilocks» caratterizzato da crescita resiliente, allentamento della politica monetaria e ampia liquidità. Negli Stati Uniti privilegiamo una strategia “barbell”, che combina leader tecnologici e dell’intelligenza artificiale con società a bassa capitalizzazione. In Europa manteniamo un approccio più cauto».
