La guerra nel Golfo «dissolve» l'ottimismo degli svizzeri

È bastato un mese di guerra per far cambiare idea sulle prospettive congiunturali ai consumatori. A febbraio, l’economia svizzera mostrava ancora dei segnali convincenti di recupero dopo un 2025 segnato dall’incertezza sui dazi americani. A marzo, invece, con l’escalation militare nello Stretto di Hormuz, l’ottimismo si è praticamente sciolto come neve al sole, o quasi. Lo dicono i consumatori, lo confermano le imprese.
L’indice della fiducia dei consumatori elaborato dalla Segreteria di Stato dell’economia (Seco) è sceso a -43 punti a marzo, otto punti in meno rispetto a un anno fa, il livello più basso dall’inizio del 2024. C’è però un dato che può almeno in parte confortare: negli ultimi anni, dopo ogni grande shock internazionale, l’indice ha sempre recuperato terreno in tempi relativamente brevi.
Fatto sta che è bastato osservare la serie storica lunga per ridimensionare questo ottimismo. Da ormai due anni l’indice oscilla stabilmente tra -30 e -40 punti, lontano dai valori del periodo post-Covid - quando era tornato brevemente sopra questa soglia - e ancor più lontano dall’epoca pre-pandemia, quando si muoveva tra 0 e -20. A pesare in modo particolare sono i sottoindici legati alla valutazione della situazione finanziaria delle famiglie, ancora distanti dalle loro medie storiche.
La sequenza è quella classica degli shock energetici: il conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran ha rapidamente portato il prezzo del petrolio oltre i 100 dollari al barile, bloccato alcuni nodi logistici e riaperto lo spettro di una spirale inflazionistica. Inoltre, cresce nettamente il sottoindice relativo alle aspettative sui prezzi nei prossimi mesi. L’inflazione, insomma, torna a fare paura. Un copione già visto nel 2022, che si inserisce però in un contesto già fragile.
Aziende ticinesi più esposte
A fotografare l’impatto sull’industria è l’ultima indagine congiunturale KOF approfondita dall’Ufficio di statistica cantonale (Ustat), i cui dati , raccolti nella prima metà di marzo, colgono quasi in tempo reale i primi effetti del conflitto. Il quadro è netto: calano la soddisfazione degli imprenditori manifatturieri sulla situazione attuale degli affari, calano le aspettative a sei mesi, calano gli ordini dall’estero. Le aziende più esposte ai mercati internazionali, in Ticino ancora più che nel resto della Svizzera, sono quelle che accusano il colpo con maggiore intensità.
C’è un altro segnale che vale la pena leggere con attenzione: gli stock di prodotti intermedi e finiti crescono, giudicati da un numero crescente di aziende come «troppo grandi». Magazzini che si gonfiano possono significare due cose opposte: attesa di una ripresa improvvisa, oppure domanda semplicemente troppo debole. La seconda ipotesi appare più probabile.
Sul fronte occupazione, in Ticino oltre un terzo delle aziende manifatturiere considera eccessivi i propri livelli di impiego: un peggioramento netto rispetto ai mesi precedenti. «L’occupazione marcia sul posto», sintetizza Stefano Modenini, direttore dell’AITI, citato in una nota dell’Ustat. «Se il conflitto dovesse prolungarsi - aggiunge - si potrebbe aprire una fase di stagflazione, uno scenario che nessuno si augura».
